Alan Rossi – Intervista all’autore di “Storia della fiaba, genere pedagogico”

Alan Rossi – Intervista all’autore di “Storia della Fiaba”

 

Oggi intervistiamo Alan Rossi, autore dell’interessante saggio “Storia della fiaba, genere pedagogico”

Iniziamo dalle domande di Simona:

Qual è la sua fiaba preferita in assoluto e perché?

Probabilmente Il Gatto con gli Stivali, anche se più per motivi affettivi che per una reale predilezione.
E’ tra quelle che mi raccontava più di frequente mia nonna e io la riascoltavo spesso da un 45 giri (sto parlando di dischi, per i più giovani!) che avevamo in casa  della mitica collana A mille ce n’è – Fiabe Sonore.

Ho letto che è maestro elementare. Immagino che ne vedrà letteralmente di tutti i colori. Qual è, se può raccontarla, la cosa più tenera che è capitata con i suoi piccoli alunni?

Parlando di cose tenere fortunatamente ne vedo molte, alcune veramente da sottolineare. I bambini di oggi sanno essere molto aperti e inclusivi, certamente molto più di quanto non lo siamo (o siamo stati alla loro età) noi genitori. La gran parte di loro sono estremamente aperti e liberi da pregiudizi nei confronti di qualsiasi compagno e sempre pronti ad aiutare chi, per qualsiasi motivo, possa essere in difficoltà.
C’è da augurarsi che crescendo non si lascino contaminare troppo dalla società, ma siano anzi loro motore di un cambiamento.

Immagino che una delle cose più difficili che esistano, adesso, è incentivare e preservare la fantasia, l’amore per la bellezza. In che modo cerca di trasmettere questo ai suoi alunni, se lo fa?

Ogni maestro o maestra si adopera per questo, quotidianamente! Leggendo ai propri alunni, raccontando, invitando alla lettura, stimolandoli alla conoscenza di un linguaggio ricco e ad usarlo in maniera propria; facendo ascoltare musica, vedere quadri, ascoltare poesie e osservare la natura.
Abituandoli progressivamente a capire che la realtà che ci circonda, osservata con attenzione e sensibilità, regala sensazioni che trascendono il sensibile e che è bellissimo “prendere in prestito” la sensibilità del poeta, ma è ancora più bello imparare a dar voce alla propria.

Pensa che ci sia ancora spazio per la fiaba in un mondo come questo?

Ce n’è sempre più di spazio e, aggiungerei, di necessità. Specialmente in un mondo come quello odierno, pieno di incertezze e bruttezze, la fiaba, come provo largamente a spiegare nel mio libro, è il luogo dove le paure del bambino prendono una forma intellegibile e per questo metabolizzabile e dove i contrasti interiori hanno la possibilità di dipanarsi.
Le fiabe non parlano, come da luogo comune, di un mondo ideale dove tutto è perfetto, ma presentano al bambino una avventura di crescita ed evoluzione dove di semplice c’è ben poco, regalandogli però la sicurezza che, con l’aiuto di qualcosa di “magico” (amicizia, amore…), le difficoltà si possano superare e gli orchi possano essere sconfitti.

Domande di Tatiana:

Lo sviluppo della fiaba fino ai giorni nostri e i suoi insegnamenti, come mai ha deciso di scrivere questo saggio e di focalizzarsi su alcuni punti? Come ad esempio la vita e le opere di Roberto Piumini e l’analisi specifica di una determinata fiaba.

La fiaba è un genere antichissimo, che è più facile comprendere andando a ritroso nelle sue ancor più antiche origini, nella tradizione orale dei racconti. Al tempo è però genere quanto mai vivo e fondamentale per l’educazione e per lo sviluppo interiore di qualsiasi bambino.
Mi sono avvicinato al tema in un percorso di studi universitari in Filologia, quindi sia con l’approccio dello studioso di letteratura, sia focalizzando il tema del valore pedagogico del genere, in virtù della mia professione di insegnante.
La scelta di Piumini è dettata da molte motivazioni che brevemente potrei riassumere nell’assoluto rilievo che la sua figura di autore ha nel panorama della letteratura per l’infanzia e nella peculiare capacità di narrare in forma poetica, curando in maniera assoluta, anche nella prosa, l’estetica del linguaggio.
Ho analizzato nello specifico Le tre pentole di Anghiari perché è un’opera che ha ben vive le caratteristiche di cui sopra e che, pur mancando di alcuni aspetti fondamentali (non ne ha la caratteristica brevità), porta nel contemporaneo gli aspetti della fiaba classica e perché, campanilisticamente, è ambientata nella Valtiberina Toscana dove sono nato e cresciuto.

Dato che ne parla nel suo saggio ha mai scritto qualche fiaba?

No, non ho mai scritto fiabe, ma ne ho inventate sicuramente diverse, insieme ai miei alunni giocando con le parole e seguendo stimoli e attività quali quelle proposte da Gianni Rodari ne “La grammatica della fantasia” (come la chiamava lui la disciplina della “Fantastica”).

Ha qualche autore di riferimento o a cui si ispira?

Non ho la pretesa di somigliare a qualcuno “di quelli bravi davvero”. Piuttosto in un saggio letterario, come in questo caso, spero di essere riuscito a essere tecnico pur non complicando la divulgazione.
Nella narrativa ho sempre ammirato Hesse per la capacità di fare prosa mantenendo una raffinata espressività poetica.

Secondo lei quanto un percorso scolastico basato sulla fiaba potrebbe formare i bambini di oggi negli adulti di domani?

Le fiabe fanno già parte del curricolo scolastico, sia come narrazioni formative che come studio del genere letterario. Molti insegnanti comunque tendono ad ampliare lo spazio ad esse riservato, anche al di fuori delle materie letterarie, facendole diventare un vero e proprio ambiente di apprendimento interdisciplinare.
La fiaba in generale, e il viaggio e l’avventura che compie l’eroe di turno in particolare, accompagnano, in senso metaforico, lo sviluppo fisico e psicologico dei bambini. Li aiutano nel processo di crescita, alla comprensione di loro stessi e a fare ordine nel loro mondo interiore.

Ha qualche progetto futuro?

Sì, ho iniziato lo studio e la raccolta di dati per un nuovo libro. Sarà una selezione di aneddoti e storie che unirà sotto un minimo comun denominatore artisti (e le loro opere) di epoche e contesti profondamenti diversi. Storie vere che parlano dell’universalità e del potere salvifico dell’arte.

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