Audition di Takashi Miike – Recensione

Nel 1998, la compagnia giapponese Omega Project ottiene un grande successo con il terrificante “Ringu” (“The Ring”) di Hideo Nakata, e visti anche gli ottimi incassi in patria, decidono di battere il ferro finché è caldo proponendo l’anno seguente un altro film horror, sempre con un basso budget ma senza i tratti soprannaturali che caratterizzavano la precedente pellicola. Ecco quindi “Audition”, basato sull’omonimo romanzo di Ryu Murakami e diretto dal poliedrico Takashi Miike, regista che è un dio sceso in terra per alcuni, un perverso misogino per altri, che è di casa con humour nero, ultraviolenza e disagi di ogni tipo.

Vi racconto la trama: Aoyama (Ryo Ishibashi) perde la moglie a causa di una malattia, restando solo con il suo bambino, Shigehiko.
Sette anni dopo, Shigehiko è cresciuto e ha una fidanzata, e scherza con il padre, ancora vedovo, proponendogli di cercarsi un’altra donna con cui relazionarsi.
Aoyama si confida con Yoshikawa, amico e produttore cinematografico, che comprende la sua situazione e gli proporrà di aiutarlo per cercare la protagonista di un film che non verrà mai realizzato, con la speranza di trovargli la donna ideale tra le varie candidate. Inizialmente l’uomo si sente ancora legato alla defunta moglie ed è contrario all’idea, anche perché poco corretta nei confronti delle ragazze, ma in seguito ci ripensa e partecipa alle finte selezioni organizzate dal suo amico.
Aoyama resterà subito impressionato dalla giovane e bella Asami (Eihi Shiina), corteggiandola e iniziando a uscire con lei; da qui in poi non vi svelerò altro, il resto lo vedrete con i vostri occhi.

Dentro Audition vi risiedono due anime: la prima, una commedia che ci introduce i protagonisti, ma la calma con cui Miike prende tempo per farci conoscere poco a poco i personaggi, necessaria per proseguire bene nella storia, potrebbe però annoiare le persone meno pazienti e che esigono di vedere ettolitri di sangue sin dai primi minuti, pensando di guardare per sbaglio una puntata di “Centrovetrine”.
La seconda, appena 15 minuti di pellicola, trascina senza preavviso lo spettatore in un’autentica dimensione horror, della quale i flashback e visioni allucinanti inizialmente confondono, ma aiutano i più attenti a comprendere meglio la trama. Verso la fine per alcuni sarà difficile non distogliere lo sguardo per la brutalità di alcune immagini, ma un fattore ancora più angosciante è la violenza volutamente non mostrata, lasciando che chi guarda percepisca il tutto ugualmente, grazie all’uso sapiente di inquadrature strategiche ed effetti sonori che suggeriscono cosa sta accadendo. Non riesco a non pensare, ad esempio, a Kyle MacLachlan in “Velluto Blu” di David Lynch, nascosto dentro un armadio che assiste impotente ad un orribile pestaggio, con la telecamera che inquadra lui per quasi tutto il tempo.
In ogni caso, gli impazienti di prima saranno senz’altro ripagati da questo spettacolo.


Mi piace pensare a queste due anime come al disegno che esprime il concetto di Yin e Yang, due parti diverse e opposte tra loro. Così come c’è nel lato nero si vede un pallino bianco e viceversa, c’è qualche brivido qua e là, prima e dopo le interazioni tra Aoyama e Asami nel primo tempo, e c’è la voglia di amare ed essere amati, che potrebbe essere la vera causa del male di cui sopra. Una parte non può fare a meno dell’altra, vivono connesse tra di loro.

Sento di lodare Audition per la bravura dei protagonisti, ma soprattutto per la regia che esce con maestria dai soliti stilemi dell’orrore a stelle e strisce tipici di chi mangia pane e Nightmare, raccontando una storia non proprio lineare che aumenta gradualmente la paura senza ricorrere solo ad approcci “furbi” che vi fanno saltare dalla sedia ogni due secondi, evidenziando anche riflessioni sulla solitudine e sul dolore, fisico e mentale, sull’immagine che si ha di sé e quella, spesso socialmente accettata, che si mostra al prossimo, e sulla concezione dell’amore leale e assoluto che si vorrebbe vivere con la persona amata, vista dagli occhi di entrambi i sessi. Sono elementi che in questo genere, soprattutto in opere più datate, si vedono appena attraverso personaggi stereotipati, buoni o cattivi che siano, per dar maggiore spazio allo splatter esagerato o al carisma del killer di turno. Ci vedo quindi molto più di un film che vuole disturbare; scava a fondo nell’animo umano, ed è davvero un peccato ricordarsene sempre e solo per “quella scena”.

In breve, non abbiamo un capolavoro, ma senza ombra di dubbio ci si avvicina, una ventata d’aria fresca per chi pensa di aver visto tutto quello che il genere horror ha da offrire.
Audition è spesso considerato da molti come il miglior prodotto che Miike abbia mai girato, e anche un buon punto di partenza per chi vuole iniziarsi alla sua spropositata filmografia. Se è la prima volta che vi accingerete a vederlo, vi consiglio di non guardare per nessun motivo al mondo i trailer promozionali, troppo “rivelatori”.
E naturalmente…spegnete la luce! Buona visione!

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Giuseppe Saju

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