Tutti gli articoli di Chiara Liberti

Katniss Everdeen – Hunger Games: perché non è una Mary Sue

È una sfida impegnativa quella che mi accingo a compiere, tornando a scrivere nella rubrica “Perché non è una Mary Sue”. Una sfida che presenta alcuni punti ostici, perché, vi avviso, tirare l’acqua al mio mulino non sarà un’operazione semplice in alcuni aspetti che verranno analizzati, tuttavia ho raccolto ben volentieri il guanto che mi è stato lanciato.
Per chi non conosce il personaggio di Katniss Everdeen, o ne conosce solo una parte, l’AVVISO di SPOILER è pressoché obbligatorio, spoiler che proverranno sia dai libri – la trilogia di Suzanne Collins – sia dai film che dai romanzi hanno avuto spunto.
Come sempre cercherò di analizzare di volta in volta gli aspetti che caratterizzano il tipico stereotipo della Mary Sue e di metterli a confronto con le varie peculiarità del personaggio che invece si discostano da essa. In ultima, per una maggiore linearità possibile – ovvero per cercare di non saltare di palo in frasca – realizzerò gli articoli in modo molto simile ad una lista, la quale spero riesca a cogliere tutti gli aspetti più interessanti e con l’adeguato approfondimento che meritano.
Gli articoli? Sì, saranno in tutto due. Il primo parte da considerazioni generali e si addentra in seguito più specificatamente nella trama del primo libro/film, Hunger Games; il secondo articolo sarà il semplice continuato della trilogia, in cui verranno analizzati La ragazza di fuoco (Catching Fire) e Il canto della rivolta (Mockingjay), anch’essi nella doppia versione di libro e film.
Bando alle ciance, iniziamo! Continua la lettura di Katniss Everdeen – Hunger Games: perché non è una Mary Sue

Giovanni Falcone: il coraggio di un granello

Mentre frequentavo il liceo classico, uno dei più bei momenti era quando l’insegnante di latino pescava alcune parole dal testo che avevamo tradotto per casa e ci spiegava la loro etimologia ed evoluzione, fino all’approdo nella lingua italiana. Era un piccolo appuntamento che riusciva ad attirare l’attenzione anche dei più distratti e ci regalava un nuovo punto di vista sul nostro linguaggio, che iniziava i suoi primi scontri con le abbreviazioni degli sms.
Tra i vari termini, quello che più m’è rimasto in mente è il verbo ricordare. Anzi, re-cordare, ovvero far tornare/riportare al cuore. Non una semplice operazione di memoria, bensì qualcosa di decisamente più complesso e sfaccettato. Entrano in campo discernimento, emotività, volontà e impulsi etici e religiosi: una vera e propria squadra che guida i passi di ogni uomo nelle varie situazioni. Continua la lettura di Giovanni Falcone: il coraggio di un granello

Doctor Who 10×03 – Thin Ice – Recensione

Il terzo episodio della decima stagione di Doctor Who si conferma all’altezza delle aspettative di molti e ci conduce per mano nel nuovo rapporto tra il Dottore e Bill, una companion già promossa a pieni voti dalla maggioranza dei fan.

Vi avvisiamo che da qui in avanti saranno presenti degli SPOILER!

Già dal trailer andato in onda dopo la precedente puntata, in molti avevamo fatto le più svariate supposizioni, che si sono rivelate esatte: c’è un diretto riferimento a River Song.
Il luogo ed il tempo, infatti, è il medesimo in cui il Doctor aveva portato River per festeggiare il suo compleanno: l’ultima grande gelata del Tamigi, nel 1814, come affermato da lei stessa. Cosicché, non appena il Dottore stesso dice a Bill di essere già stato lì, il pensiero vola veloce a colei che è stata la moglie del nostro Dottore.

Ma andiamo con ordine. Al termine della puntata precedente i nostri protagonisti sarebbero dovuti tornare nello studio del Dottore, cosa che ovviamente non si è avverata, perché la Tardis aveva altri progetti per loro. Che sia a tutti gli effetti un essere senziente, ormai l’abbiamo capito e pare averlo intuito anche Bill, che si sente rispondere che  “lei” non si guida come un mezzo meccanico. Il Tardis non va dove vuole a casaccio, ma conduce dove è necessario esserci: verrebbe da dire che è lei a prendere il Dottore per mano per condurlo verso nuove avventure. Continua la lettura di Doctor Who 10×03 – Thin Ice – Recensione

Auguri a tutti i papà!

L’autobus delle 7:30 del mattino, diretto verso la metropolitana, è un microcosmo che viaggia nel travagliato traffico cittadino della capitale. C’è lo studente che, seduto in fondo al mezzo, ripassa su un foglio fitto di appunti evidenziati con colori sgargianti. Il gruppetto di adolescenti che sostano perennemente davanti alla porta d’entrata. Come riescano a stare in piedi mentre digitano con entrambe le mani sul cellulare, per giunta a velocità della luce, per me rimane un mistero. Continua la lettura di Auguri a tutti i papà!

DNA, Il grande libro della vita al Palazzo delle Esposizioni

La Storia, quella con la maiuscola, a volte ha un modo tutto suo di presentarsi agli appuntamenti. Ci sono momenti in cui è in terribile ritardo e chi la attende si vede scivolare la vita di dosso e solo alla fine si convince di aver aspettato invano. È il caso di Gregor Mendel, per esempio, monaco agostiniano in Moravia, destinato a veder riconosciute le proprie scoperte solamente tempo dopo la sua morte.
La mostra DNA – Il grande libro della vita, da Mendel alla genomica (attualmente al Palazzo delle Esposizioni di Roma, fino al 18 giugno), inizia proprio da lì, dal giardino di un monastero e dall’acume di un uomo che volle trovare risposte scientifiche a domande apparentemente banali. Continua la lettura di DNA, Il grande libro della vita al Palazzo delle Esposizioni

Guerre Stellari – Play. La Galassia Lontana al Complesso del Vittoriano

Gli ultimi visitatori sono accolti nientemeno che da Darth Maul ed Obi-Wan Kenobi. Li osservano seri, l’uno pronto al combattimento e dallo sguardo che non promette nulla di buono, l’altro con la lightsaber già armata ed il volto sereno di chi ha fiducia nella Forza.
Guerre Stellari Play è ormai volta al termine. Continua la lettura di Guerre Stellari – Play. La Galassia Lontana al Complesso del Vittoriano

Bebe Vio, ovvero La volpe e l’uva in salsa contemporanea

“If you have no voice, scream.
If you have no legs, run.
If you have no hope, invent.
(Cirque du Soleil, Alegria Poster)”

Quando il vessillo della mediocrità è sbandierato con orgoglio e senza il minimo ritegno. La vergogna non si sa nemmeno dove stia di casa. A che pro vergognarsi, poi? Sono gli altri ad essere “sbagliati”: l’uomo non è fatto per avere le ali, ricordiamo tutti la fine ingloriosa che fece il povero Icaro, vero? Meglio dunque starsene con i piedi ben piantati per terra e gli occhi bassi, sia mai che si osi avere ambizioni che alcuni non arrivano nemmeno ad immaginare.

Ogni tempo ha il suo bersaglio preferito sul web.
Lo fu Samantha Cristoforetti, colpevole d’essere donna ed astronauta. Giammai, dissero alcuni ed alcune, le vere donne non studiano, non hanno ambizioni al di là di casa-marito-figli e se per caso si realizzano – con risultati sorprendenti – in altri ambiti è perché sono raccomandate o chissà che altro. Tra le loro capacità non è contemplato l’uso dell’intelletto e se invece esso è ben presente tali donne diventano automaticamente un modello da non imitare, perché mette in crisi un sistema maschilista che spesso sfiora il becero.
Nei giorni passato è stato il caso di Bebe Vio, la campionessa di scherma alle paralimpiadi di Rio. Invitata alla Casa Bianca, ospite della Cena di Stato insieme ad una variegata e celebre delegazione italiana, nei giorni che hanno preceduto l’evento non ha minimamente nascosto la propria gioia e l’ha comunicata a tutto il popolo del web.
Apriti cielo.
Come osa, una ragazza disabile, esprimere così platealmente la felicità? È un insulto per tutti, ma coloro che sono perfettamente abili negli arti – però con i neuroni in sciopero, l’ambizione a livello-talpa e l’empatia emigrata per sempre su Plutone – si sono sentiti maggiormente tirati in causa, arrivando a bollarla come esibizionista. Una coda di paglia chilometrica.
E per cosa, poi, può aver meritato d’essere parte della delegazione italiana? Aver vinto un oro alle olimpiadi? Eh, ma capita tutti i giorni, suvvia! Che avrà mai fatto di speciale? Anch’io vinco la medaglia d’oro una mattina sì e l’altra pure, quando rincorro l’autobus e supero costantemente il record di Bolt.

La volpe e l’uva, una favola che si ripete costantemente nei secoli, sempre attuale nel messaggio che vuole lanciare.
I traguardi degli altri non sono vittorie da festeggiare, ma eventi da denigrare sempre e comunque, perché ricordano quel che non si è riusciti a fare. Sono moniti che rammentano che l’eccezionalità può essere racchiusa in ogni persona, a prescindere o proprio a causa di alcune circostanze, ma bisogna avere il coraggio di farla emergere, anche quando la vita sembra remarti contro.
La bolla di mediocrità di cui alcuni si circondano non va confusa con la semplice – e bella – normalità della maggioranza delle persone sul pianeta. È piuttosto un modo di vivere e di pensare, un puntare al ribasso, un tarparsi le ali da soli. Un dirsi costantemente “non si può fare, non serve a nulla, è troppo difficile.”
Impegno, fatica, passione, studio, si tramutano in parole vuote e senza senso, in miraggi da deridere. Costa troppa fatica piantarne i semi e coltivarli con cura, specie quando giungono le avversità. Molto meglio rintanarsi nel proprio angolino di mediocrità e stare a guardare con animosità chi si lascia spiccare le ali, chi rincorre un sogno e lo raggiunge, chi alza gli occhi a nuove mete.

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«It’s not possible?!? I’m sorry, I don’t understand these words.»
Cosa sarà mai sfidare il rigido protocollo della Casa Bianca, quando hai sfidato la vita stessa?

Davanti a persone come Bebe, anziché ricordarci quanto siamo “piccoli” e per questo provare sterili e patetiche invidie, dovremmo solo sorridere grati, perché ci insegnano che guardare lontano è alla nostra portata più di quanto possiamo immaginare.

Chiara Liberti

Ci sono due modi di affrontare le difficoltà. Modificare le difficoltà o modificare te stesso in modo da affrontarle.

(Phyllis Bottome)

In questi giorni si è parlato molto di Beatrice “Bebe” Vio e della sua partecipazione alla cena di gala alla Casa Bianca, dove la campionessa paralimpica di scherma faceva parte della delegazione italiana insieme a Fabiola Gianotti, direttrice del Cern, la sindaca di Lampedusa Giusi Nicolini, e la curatrice del dipartimento di Architettura e Design del Moma Paola Antonelli, oltre che i due premi Oscar Paolo Sorrentino e Roberto Benigni, intervenuto insieme alla moglie Nicoletta Braschi, anch’essa apprezzata attrice.
Abbiamo letto cose irripetibili, cose oscene nei confronti di una ragazza, la cui unica colpa è di essere un simbolo vincente di questo paese.
Tralasciando che da sempre troppi italiani hanno questa abitudine odiosa di sputare addosso alle eccellenze del nostro paese perché, come diceva il buon Enzo Ferrari: “Gli italiani al prossimo loro tutto perdonano fuorché il successo”, tralasciando questa cosa che ci fa venire il nervoso, vorremmo concentrarci su un’altra questione.
Lor signori rancorosi pensano che Beatrice non abbia mai pianto? Non abbia mai sofferto? Credete che quando le furono amputati gli arti fosse felice? Ci avete pensato come possa essersi sentita la piccola Beatrice di fronte ad una cosa del genere?
No, non ci avete pensato perché siete troppo gelosi.
Sì, gelosi e invidiosi del fatto che lei è andata oltre quelle lacrime, è andata oltre quel dolore, forse ha anche usata la rabbia per arrivare dove arrivata.
Ecco perché è un’eroina vera.
Perché sa cosa passano ogni giorno tanti bambini disabili e malati, lei lo sa, lo ha vissuto e con la sua forza, il suo coraggio, ha dato loro speranza e gioia. Ha dimostrato che tutto è possibile. Forse è proprio questo che ha scaturito l’invidia e la cattiveria di certe persone.
Quelle che vorrebbero che tutto rimanesse tutto uguale, che non concepisce che si possa rivolgere lo sguardo aldilà dei propri confini che è esattamente quello che Beatrice ha fatto.
Quindi perdonateci se non abbiamo nessuna voglia di schierarci con la vostra povertà d’animo ma gioiamo con lei nel vederla fare i selfie con il presidente Obama perché per lei, non per voi, la parola impossibile non esiste.

Articolo redatto da Simona Ingrassia e Silvia Azzaroli

Doctor Who – Perché non è un Gary Stu

La rubrica “Perché non è un Gary Stu” questa volta si accinge ad affrontare una sfida difficile e parecchio complessa, ma indubbiamente stimolante.
Il Dottore.
Chi lo ama e lo segue con sincera passione e spirito critico non avrà bisogno di particolari motivazioni per comprendere che il Dottore molte volte è l’esatto contrario dello stereotipato Gary Stu, ma è altrettanto vero che esiste una cerchia di fan che non solo non si fa problemi a considerarlo tale, ma addirittura si mostra insofferente a quelle caratteristiche che differenziano il Dottore dall’eroe assolutamente perfetto.

Prima di continuare ringraziamo Telefilm uno stile di vita che pubblica i nostri articoli.

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Kilgrave: perché non è un Gary Stu

Prendete egocentrismo a palate, aggiungete una bella dose di fascino, cattiveria quanto basta. Mescolate il tutto, aggiungendo poco alla volta il potere di far fare agli altri tutto ciò che si desidera. Servire con molta cautela e soprattutto a persone con un certo tipo di QI, altrimenti saranno disastri.
Il risultato?
Kilgrave, alias l’Uomo Porpora, il villain che nella serie Marvel AKA Jessica Jones è magistralmente interpretato da David Tennant.
La rubrica “perché non è un Gary Stu” è nata con l’intento principale di porre un doveroso distinguo tra lo stereotipo del personaggio belloccio ma privo di spessore, capace di accentrare una trama inesistente unicamente per elogiare le sue pseudo-doti, e quei personaggi invece ben costruiti e strutturati a tutto tondo, che del Gary Stu forse possono aver la bellezza ma nient’altro in comune, e per fortuna aggiungo io. Continua la lettura di Kilgrave: perché non è un Gary Stu

Giornata Internazionale della Felicità

Vedere lontano, pur mantenendo lo sguardo fisso al presente, è dote non da tutti. Ha un che di profetico, è anticipo di futuro ma con i piedi ben piantati nel momento in atto. Rimanere attuali, nonostante almeno duemilatrecento anni sulle spalle, è dote per ancora meno persone e richiede una tempra che si forgia con la giusta mescolanza di concretezza e versatilità. L’autore del Tao Te Ching, uno dei testi base del pensiero taoista, rientra a pieno titolo in entrambe le categorie.

“Tralascia la carità e ripudia la giustizia ed il popolo tornerà alla pietà filiale e alla clemenza
paterna.” Continua la lettura di Giornata Internazionale della Felicità