BISANZIO (F. Guccini) – “Canzoni che fanno pensare”

 

BISANZIO di Francesco Guccini

Il brano è il primo dei sette che compongono il concept album Metropolis, pubblicato nel 1981 nel quale il fil rouge sono le città come fonte di ispirazione. Questo progetto fu uno dei meno compresi della discografia di Guccini e, come spesso accade, uno di quelli più intrisi di poesia che a tratti sfocia quasi nell’epica (cosa che poi egli riprese con “Don Chisciotte”). Di grande caratura sono anche i musicisti che parteciparono a questo esperimento musicale, tra i quali si ricordano Vince Tempera, Deborah Kooperman e Fio Zanotti.

L’ambientazione ad Istanbul(chiamata un tempo Bisanzio), citandola però con la denominazione antica, prepara già l’ascoltatore ad attendersi un qualcosa di tema storico; e così accade. Il periodo trattato sono i decenni in cui Bisanzio era già Costantinopoli e regnava il citato “Imperatore sposo di puttana”, ovvero Giustiniano.
In questa canzone vi sono numerosi riferimenti ad eventi e credenze storiche le quali se non opportunamente conosciute, fanno apparire alcune parole come insensate ad un primo ascolto.
L’inizio fornisce un quadro di quanto sta per essere raccontato: la sera è cominciata, ma il cielo è fosco, Venere (“Vespero”) non si vede, è offuscato, e subito scatta una domanda molto ironica e pungente “che oroscopo puoi tratte questa sera, Mago?”
Si comprende poco dopo che è un discorso fra sé e sé del protagonista assoluto, Filemazio il quale si presenta come “protomedico, matematico, astronomo, FORSE saggio” e in una notte in cui dovrebbe fare un oroscopo, la sua mente divaga interrogandosi sulla propria vita e su cosa sia diventata la città dove abita.

Egli resta ad aspettare che venga il giorno, come se l’alba potesse portargli qualche soluzione, ma invece riesce solo a scovare altri dubbi ed incertezze su sé stesso e sul futuro.
Filemazio comprende che in cielo qualcosa sta cambiando, ma non sa spiegarselo e la prima autocritica adduce al fatto che forse è troppo vecchio o che abbia perso la “mente in chissà quale abuso od ozio”. In realtà Guccini fa riferimento al problema dello sfasamento fra stagioni e calendario che era a quel tempo ancora attuale e richiedeva talvolta degli aggiustamenti. Vedendo questo mutamento e non sapendolo spiegare Filemazio si domanda se forse non abbia “sottovalutato troppo questo Dio”, ovvero il Cristianesimo, dunque fosse un qualcosa di soprannaturale a guidare il cambiamento degli astri causando il declino del suo operato.
Partono i ricordi di alcuni giorni passati dove passeggiando sul Bosforo, dove finisce l’Occidente e non si capisce se il mare sia azzurro o verde. Questa riflessione non è solo legata all’ambiente geografico, ma anche ai tifosi dell’Ippodromo (successivamente citato) i quali si suddividevano fra Azzurri e Verdi, dunque il saggio vede una folla, ma non è capace di distinguerla, di comprenderla. Passeggiando ode mille schiamazzi, orde di barbari che bestemmiano, ubriachi che vagano senza meta e si domanda “Romani e Greci dove siete andati”? Come si è passati dalla cultura classica a questo caos e miscuglio di vizi e stranieri?


“Città assurda, città strana”, dove le plebi sono smisurate e i “Barbari forse sanno già la verità”: l’Impero Romano è destinato a cadere. E cosa ne sarà dei filosofi e delle Etère (cortigiane greche sofisticate) in questa città sospesa fra due mondi (Oriente ed Occidente), ma anche fra due ere (pre e post caduta di Roma). Filemazio sa della crucialità del periodo storico, ma non comprende in toto la portata degli avvenimenti.
La strofa finale fornisce tutto lo sconforto che questo pensatore si getta addosso, i dubbi lo incalzano, ormai Lucifero era sorto (altro nome di Venere, il pianeta visibile alla sera coincideva con quello del mattino, ma gli antichi pensavano fossero differenti). Il vento o la sua vecchiaia gli facevano sentire freddo, si copre col mantello il capo per proteggersi, sa che la notte ormai è passata e con lei anche la vita, o forse la morte, non ha più certezze Filemazio, non sa nemmeno se Bisanzio sia mai esistita. Stremato ormai dalle domande non sente più nulla e si addormenta.
Il testo termina con una sequenza di “e mi addormento” ripetuta tre volte, ma la musica continua sviluppando un contrasto con la cupa fine del cantato calante e fornendo un po’ quello spicchio di speranza che caratterizza gran parte della produzione musicale gucciniana.

Con questo brano, Bisanzio, inizieremo a usare la musica per parlare di attualità, tradizioni, leggende, cinema e molto altro.

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