DNA, Il grande libro della vita al Palazzo delle Esposizioni

La Storia, quella con la maiuscola, a volte ha un modo tutto suo di presentarsi agli appuntamenti. Ci sono momenti in cui è in terribile ritardo e chi la attende si vede scivolare la vita di dosso e solo alla fine si convince di aver aspettato invano. È il caso di Gregor Mendel, per esempio, monaco agostiniano in Moravia, destinato a veder riconosciute le proprie scoperte solamente tempo dopo la sua morte.
La mostra DNA – Il grande libro della vita, da Mendel alla genomica (attualmente al Palazzo delle Esposizioni di Roma, fino al 18 giugno), inizia proprio da lì, dal giardino di un monastero e dall’acume di un uomo che volle trovare risposte scientifiche a domande apparentemente banali.
Il percorso espositivo, dedicato ad uno dei mattoni fondamentali per gli esseri viventi, vede intrecciarsi storie d’uomini e di donne, esperimenti scientifici, postazioni interattive e prestigiosi reperti. Non appena si varca l’area della mostra lo spettatore entra letteralmente nella storia, non come un semplice osservatore esterno, bensì come un tassello che fa parte di un qualcosa di più grande e complesso.
In ogni sala tutto è spiegato con accuratezza e con un linguaggio scientifico ma non ostico, comprensibile da chiunque. Scopriamo così chi era l’uomo Mendel, prima ancora dello scienziato: appassionato, curioso, dedito alla ricerca e all’osservazione. E consapevole di aver scoperto, tramite i suoi esperimenti, qualcosa di incredibile, ma i riconoscimenti tanto attesi non arriveranno se non postumi.

(Riproduzione dell’orto e dello studio di Mendel. Nella teca il microscopio di cui il monaco si avvaleva per i propri studi sulle piante)

Postazione interattiva, con cui si riproduce il famoso esperimento di Mendel sui piselli. Tramite leve che rappresentano i caratteri dominanti o recessivi, si ha la possibilità di effettuare gli incroci e scoprire le statistiche, proprio come fece il monaco agostiniano. Ancora non si conosceva il DNA, ma le basi erano state gettate per poter diventare importanti fondamenta.

Da Mendel a Darwin, e da essi alla moderna teoria genetica: una volta che furono gettate le basi, la scienza fece passi da gigante, anche se non sempre essa fu accompagnata da una morale che andava di pari passo.

Interessante è notare, ad un certo punto del percorso, come le teorie scientifiche vennero piegate allo scopo – decisamente poco nobile – di attestare la superiorità di una razza su un’altra o l’inferiorità di alcune popolazioni rispetto ad altre, tramite la semplice analisi dei tratti somatici. Ed ecco un altro dato interessante della mostra: non racconta solo di dati e nozioni, ma pone lo spettatore dinanzi a domande morali, lo interroga e gli chiede di prendere posizione.
La storia e la ricerca vanno avanti, e tra una foresta di DNA e una carrellata di animali che fino ad ora sono stati sottoposti a clonazione, si giunge al tempo contemporaneo e all’utilità delle scoperte applicabili a più campi. Uno dei più interessanti è senza dubbio la ricostruzione della scena di un crimine, in cui la Polizia Scientifica è chiamata ad intervenire per trovare le risposte: è la scienza che non se ne sta chiusa nei laboratori, ma esce nel mondo quotidiano per poter essere d’aiuto.


L’ultima parte del percorso espositivo è anche quella che mi ha colpito maggiormente. Tramite video, molto semplici ed al tempo stesso molto esplicativi, scopriamo come l’uomo, fin dai suoi primi passi nel mondo, sia intervenuto a modificare la natura per la propria sopravvivenza. Frutti, ortaggi, cereali… quasi nulla di ciò che mangiamo oggi è rimasto uguale a quello che prosperava in natura migliaia di anni fa, quasi tutto è stato selezionato dall’essere umano e lentamente modificato nel tempo.

Alla fine del percorso interattivo è persistente l’idea che non esiste una umanità a totale impatto zero, non è mai esistita, ma questo è ben lungi dall’essere un concetto negativo: fa parte della nostra natura umana, infatti, mettere mano a ciò che ci circonda ed è proprio attraverso questo metodo, in fondo, che Mendel fece le sue importanti scoperte sull’ereditarietà dei caratteri.

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