Doctor Who 10×03 – Thin Ice – Recensione

Il terzo episodio della decima stagione di Doctor Who si conferma all’altezza delle aspettative di molti e ci conduce per mano nel nuovo rapporto tra il Dottore e Bill, una companion già promossa a pieni voti dalla maggioranza dei fan.

Vi avvisiamo che da qui in avanti saranno presenti degli SPOILER!

Già dal trailer andato in onda dopo la precedente puntata, in molti avevamo fatto le più svariate supposizioni, che si sono rivelate esatte: c’è un diretto riferimento a River Song.
Il luogo ed il tempo, infatti, è il medesimo in cui il Doctor aveva portato River per festeggiare il suo compleanno: l’ultima grande gelata del Tamigi, nel 1814, come affermato da lei stessa. Cosicché, non appena il Dottore stesso dice a Bill di essere già stato lì, il pensiero vola veloce a colei che è stata la moglie del nostro Dottore.

Ma andiamo con ordine. Al termine della puntata precedente i nostri protagonisti sarebbero dovuti tornare nello studio del Dottore, cosa che ovviamente non si è avverata, perché la Tardis aveva altri progetti per loro. Che sia a tutti gli effetti un essere senziente, ormai l’abbiamo capito e pare averlo intuito anche Bill, che si sente rispondere che  “lei” non si guida come un mezzo meccanico. Il Tardis non va dove vuole a casaccio, ma conduce dove è necessario esserci: verrebbe da dire che è lei a prendere il Dottore per mano per condurlo verso nuove avventure.

Dopo un viaggio nel futuro, uno nel passato, la ripetitività di questi “battesimi di viaggio” è un legare le companion l’una all’altra ed in questo modo possiamo maggiormente ammirarne le varie somiglianze e differenze. Bill ha la medesima reazione di Martha (Il codice shakespeariano): come ci si muove nel passato, perché non si abbiano conseguenze disastrose nel proprio futuro? Anche la frase è la medesima, quella dell’effetto farfalla. E c’è un timore di fondo, uguale per entrambe: in un mondo in cui c’è ancora disparità – o addirittura schiavitù – a causa del colore della propria pelle, cosa può accadere loro?

L’entusiasmo dei nostri si infrange ben presto con un terribile evento, la morte di un bambino in seguito a delle strane luci sotto il fiume ghiacciato. Bill è, giustamente, sotto choc. La corazza del Doctor è invece più spessa e lo vediamo attivarsi subito per cercare di comprendere il mistero, cosa che lascia di sasso la companion. Lei non lo conosce ancora, la sua indignazione ci sembra legittima, ma qui abbiamo la prima delle bellissime lezioni che ci regala la puntata.

Non c’è tempo per indignarsi.

E’ una dichiarazione di coraggio, ma al tempo stesso un’ammissione che stringe il cuore: crogiolarsi nel dolore non serve a nulla, per quanto esso possa essere scioccante e se si arriva al punto tale da non voler più avere il tempo di indignarsi significa che le occasioni sono state molte e sofferte. Il Dottore mette a nudo una parte di sé, quella parte che ancora fa male per tutte le perdite subite, ma da cui trova la forza necessaria per andare avanti e per aiutare gli altri. Il lusso dell’indignazione lo si lasci ad altri, a coloro che rimangono fermi senza voler cambiare le cose. Al Dottore spettano il tempo e lo spazio per correre in ogni dove e cercare di aiutare più vite possibili.

Bill sembra essere smossa da questa dichiarazione. Sicuramente è una frase che la fa riflettere e già qui assistiamo ad una prima sostanziale differenza con l’ultima delle companion, Clara. Giudica ma accetta l’insegnamento, cerca di trarne qualcosa di utile per poter essere d’aiuto, laddove Clara – in alcuni frangenti – si dimostrava invece decisamente più polemica. La linguaccia fatta al Doctor è una dichiarazione di pace, sicuramente inusuale, ma di grande effetto.

Ma gli insegnamenti non finiscono qui, e già in questa terza puntata assistiamo ad un mini-monologo che di sicuro entrerà a far parte della storia delle serie tv.

Potremmo chiamarlo una sorta di “dichiarazione universale sull’importanza di ogni vita umana”. Il progresso umano non è misurabile con l’avanzare delle tecnologie, ma da come esso tratta ogni singola vita, anche quella che in apparenza sembra la meno importante. Colui che “in 900 anni di tempo e spazio non ha mai incontrato nessuno che non fosse importante” ribadisce, con una serietà assoluta, la sacralità di ogni vita, specie di quella di coloro che non nascono privilegiati. Siamo nel 1814, ma questo discorso potrebbe valere per ogni periodo della storia umana e lega ancora più strettamente la fantascienza e la realtà che viviamo ogni giorno.

Se Bill avesse avuto bisogno di una conferma, ora ce l’ha. Ed è questo che la convince a dare l’ordine al Dottore. I richiami a The Beast Below e Kill the Moon sono troppi per essere solo coincidenze: alla companion è lasciata la decisione finale. E se nel primo caso il Doctor non sembrava inizialmente convinto – anche lui aveva una lezione da apprendere – nel secondo aveva lasciato a Clara l’ultima parola. Bill necessita di un perché per poter decidere, ha una reazione del tutto comprensibile, ma non si tira indietro, non cade in una crisi di nervi che aveva quasi mandato Clara fuori di testa. No. Decide. Consapevolmente, con il sacrosanto timore di compiere un errore, ma con la consapevolezza – ora ha imparato – che anche la vita dell’animale imprigionato sul fondale ghiacciato ha diritto alla libertà. La sacralità della vita umana abbraccia anche il resto del mondo animale ed è così che si compie la salvezza di tutti, poiché il valore di ogni essere vivente non può ergersi se calpesta quello di un altro.

Il viaggio per Bill è finito, ma per lo spettatore c’è ancora una sorpresa in serbo e ce la regala Nardole – ancora troppo poco sfruttato, a mio parere – che controlla il caveau. Chi c’è dietro quella porta, di chiara fattura gallifreyana? I fan si sono scervellati, contando i colpi nel caso coincidessero con i quattro che avevano preannunciato il Maestro. Io non ho ancora la più pallida idea, ma una cosa è certa: chiunque sia pare decisamente poco contento di non poter uscire da lì.

Chiara Liberti

Un nuovo episodio del Doctor, con una tematica che pare ricorrente in questa stagione, ovvero l’umanità di fronte a scelte difficili per la salvaguardia di se stessa e delle creature che la circondano.

Come già spiegato da Chiara nella sua bella recensione, questa stagione riprende molto le prime di Davies, con viaggio nel futuro (nello scorso episodio) e viaggio nel passato (questo)con tanto di omaggio all’amata di turno (all’epoca era Rose, ora l’indimenticata moglie River), dato che in detto viaggio va alla fiera del ghiaccio del 1814.

A proposito di quest’ultima non possiamo non sprecare qualche parola, essendo state affascinate da questo evento realmente accaduto per secoli.

Ebbene sì per secoli e secoli il Tamigi si ghiacciava e si poteva andare a pattinare, proprio come River, vi erano bancarelle e giocolieri, mangiafuoco e mangiatori di spade, il tutto in un magico clima di festa. Dopo lo scoppio della rivoluzione industriale il Tamigi non si ghiacciò più ma continuiamo pure a credere che l’inquinamento non causi cambiamenti climatici…

Chissà se Moffat ha fatto apposta a parlare di questo evento proprio nel nostro periodo storico, dove si parla molto dei cambiamenti climatici.

Conoscendolo è probabile di sì.

Anche perché l’episodio è pregno di altre tematiche molto importanti.

Si diceva della salvaguardia delle creature che circondano l’umanità.

Bill si trova di fronte alla responsabilità di dover salvare un animale, involontario assassino di esseri umani, mandati a morire dal lord di turno, Lord Suthcliff che si crede superiore in quanto bianco e nobile.

Molte le situazioni che paiono rimandi al passato ma con molte differenze. Bill dimostra da subito di essere una companion dalla mente aperta grazie alla passione per la fantascienza. Si pone quesiti legittimi sul futuro e sul famoso “effetto farfalla” (e ciò rimanda a Martha e alla sua mente analitica, come fa notare giustamente Chiara), ossia sulla possibilità che anche una minima interazione, fatta in modo diverso o inconsapevole, possa portare ad un futuro differente. Il Dottore suggerisce di rilassarsi e godersi il viaggio senza farsi troppi problemi. Forse da buon esperto del tempo sa che le perplessità di Bill sul futuro sono lecite ma che la questione non è così delicata come lei teme.


Sempre nel loro viaggio i nostri eroi avranno a che fare con la mentalità classista e razzista del simpatico essere di cui sopra, peraltro solo esempio della mentalità dell’epoca.

Il Doctor pareva deciso a dialogare con lui per scoprire il mistero sotto il fiume, ma non appena l’uomo si mette a fare sproloqui razzisti contro Bill, il nostro alieno preferito manda all’aria i suoi buoni propositi e gli rifila un meritato cazzotto in faccia. Era dai tempi di Ten che non lo vedevamo reagire in maniera così forte ed è stato davvero un piacere per noi.

Vorremmo soffermarci un po’ sulla decisione di Bill che ha portato a salvare la misteriosa creatura imprigionata sotto il Tamigi.

Per la seconda volta in questa stagione riprende le tematiche de La Bestia di Sotto e Kill The Moon, dove, per salvando un essere antico e misterioso, si riesce anche a salvare l’umanità. Perché Moffat riprende questo tema due volte di fila?

Ha intenzione di crearci attorno la trama orizzontale di questa stagione?

Il dubbio, lecito, viene alimentato sia dalle varie tematiche sociali, politiche e ambientali dell’episodio, che rimandano molto alle opere di Dickens, anche per via della variegata umanità costretta a vivere nella miseria e ignorata dai “grandi”, sia per il misterioso essere prigioniero nel caveau del Doctor. Chi c’è lì dentro? Il Master? O qualcun altro? Forse River?

Abbiamo amato moltissimo questa puntata perché fa un discorso assai importante per la nostra epoca: il grado di evoluzione di una civiltà si misura dal modo in cui valuta una vita, anche quella che viene considerata meno di zero.

Ecco a che punto siamo arrivati dell’evoluzione? No perché a volte ci sembra di essere tornati indietro considerando che il valore di una vita si considera in base alla sua utilità, alla sua provenienza, ecc. E’ molto raro che una persona venga considerata e definita tale, anche da morta e dopo una morte brutale per giunta, anzi spesso si finisce per sputare addosso pure ai morti.

La lezione del Dottore è dunque doppiamente importante per la società di oggi.

Dobbiamo imparare a valutare la vita e le persone per ciò che sono, non per la loro utilità, non per la ricchezza, non per la loro razza, il loro sesso.

Impariamo ad amare gli esseri umani come li ama il Dottore:
“In 900 anni di vita non ho mai conosciuto nessuno che non fosse importante!”

Recensione redatta da Simona Ingrassia e Silvia Azzaroli

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