#Doctor Who: It takes you away – Recensione

Disclaimer: immagini di proprietà della BBC One.

It Takes You Away: la sempre difficile elaborazione del lutto

Regola numero uno di questa stagione di Doctor Who: niente è mai come appare. Dopo nove episodi – e dopo l’era Moffat – ormai dovremmo averci fatto il callo, ma è anche vero che con questo nuovo showrunner il rimescolamento delle carte in tavola ci appare leggermente più approssimativo, come se ci fosse ancora qualcosina che necessita di essere aggiustato.
It Takes You Away è così un episodio che parte in un modo e finisce per prendere una direzione completamente inaspettata: eravamo pronti ad imbatterci in mostri assassini, ci siamo trovati ad affrontare un universo cosciente ed il tema – serissimo – dell’elaborazione del lutto.
Lo specchio come portale per altri mondi o universi: signori, questa è mitologia di base, che ha almeno parecchi millenni alle spalle e che si trova in svariate culture, anche in quella del Mediterraneo Antico. Ed Hime vi ha attinto a piene mani, aggiungendoci un pizzico di fantascienza, come l’Antizona, di cui parleremo più avanti.


Il discorso vale anche per la rana. Ebbene sì, l’elemento che di sicuro ci ha destabilizzato di più e che in apparenza ha interrotto parte della poesia, fa anch’esso parte di numerosi miti – questa volta precolombiani – che vedono il famoso anfibio essere nientemeno che all’origine della creazione dell’universo. A metà tra terra ed acqua, capace di una metamorfosi epocale dallo stadio iniziale a quello adulto, è un animale che è entrato a pieno diritto in alcune culture come simbolo di morte e rinascita. Ci facciamo troppi filmini mentali per ipotizzare temi così seriosi? Forse no, dato che basta un minimo di cultura classica – e di google – per poter scavare un po’ più a fondo: se ci riusciamo noi spettatori, perché non lo dovrebbero saper fare gli autori che scrivono gli episodi?
Ma andiamo con ordine per provare ad analizzare il tutto.


Punto primo: Doctor, ma quanto mangi! E appena rigenerata vuoi un panino con la frittata, poi il Tardis ti dà la scorta personale di biscottini, in India chiedi ancora biscotti, nella scorsa puntata ti lanci sulle mele. E adesso ti rimpinzi di… suolo norvegese? Viva l’abbattimento dello stereotipo che molto spesso vede le donne rifiutare il cibo, ma, lasciatelo dire, io con la capretta che pascola a pochi metri non mi fiderei a mangiare quel che trovo a terra. Se la cava un po’ meglio Graham, che a quanto pare ha scoperto la cucina del Tardis e ne approfitta per farsi un panino poco prima di uscire in una nuova avventura: ha l’approvazione di tutto lo staff di Over There.
“Be kind”, aveva detto Twelve al Doctor che stava per arrivare. Eccolo qui, il “kind” di cui è capace questa rigenerazione, che cerca in tutti i modi di non far capire ad Hanne che forse la faccenda è più tragica di quella che appare. Twelve non ne sarebbe stato capace… vi ricordate i bigliettini di compianto che sfoggia durante l’episodio Under The Lake?
E veniamo, purtroppo, al tasto dolente della puntata.

L’Antizona, ma soprattutto un inutile Ribbons, di cui avremmo volentieri fatto a meno per lasciare spazio ad altre questioni più importanti. Ribbons serve unicamente ad uno scopo: far comprendere ai nostri il luogo in cui si trovano e mostrarci la pericolosità dell’Antizona. Minuti preziosi che forse andavano risolti in altro modo, perché il vero pericolo è invece l’universo specchio che si trova al di là del portale.
Il Solitract è la solitudine fatta universo cosciente e auto-referenziale, le cui leggi impediscono il funzionamento del nostro universo. Ecco allora l’esilio e la disperata ricerca di amici, di esseri umani che in quel piano vedono un mondo migliore di quello reale.
I conoscitori di Harry Potter avranno fatto un salto sulla sedia, perché lo specchio che ci mostra quel che più vorremmo altro non è che lo Specchio delle Brame presente nel primo libro della celebre saga.  “Non serve a niente rifugiarsi nei sogni, Harry, e dimenticarsi di vivere.”, dice Albus Dumbledore nel primo film. Il Doctor, con altre parole, afferma lo stesso concetto: non serve a nulla rifugiarsi in un mondo che non è quello reale per sfuggire al dolore che ci ha procurato il mondo cui apparteniamo. Il vero coraggio non è scappare, ma vivere ogni istante, anche quelli che più ci straziano.
Ma ecco che allora, se ci pensiamo bene, il Solitract diventa infinitamente più serio di come non appaia: non permette di elaborare il lutto, perché ti incatena in un eterno presente in cui sei tu a decidere di quale mondo vuoi circondarti. In apparenza ci sembra una cosa bella, ma invece è un mondo ingiusto in cui tutto va come ci fa più comodo. Il piano del reale ha invece le sue leggi, inflessibili, immutabili, cui tutti devono sottostare e quella più difficile da accettare è proprio la morte. Per questo i due universi sono incompatibili, per questo è necessario trovare il coraggio – come fa la piccola Hanne – di andare avanti nonostante il dolore per la perdita di chi si ama, rifiutando con fermezza quella che non è la sua mamma.
Graham non ce la fa. E non ce la sentiamo di giudicarlo – mentre invece premieremmo Erik come peggior padre dell’anno – perché se ci trovassimo nella stessa situazione ci comporteremmo come lui. Ma trova la forza in Ryan. In un nipote che ancora non sembra accettarlo, ma a cui vuole bene. La chiave è proprio questa: possiamo superare il lutto per la perdita di qualcuno aggrappandoci agli altri. Se il Solitract era auto-referenziale, non lo siamo noi esseri umani, che abbiamo bisogno dell’amore di chi ci circonda per muovere i nostri passi nel mondo di tutti i giorni.


Ultima riflessione: Solitract e Doctor, due universi incompatibili? Pare proprio di sì. Il breve monologo “Ho visto molto, ho amato molto, ho perso molto” ricalca in pieno quello di Eleven in Rings of Akhaten, con una fondamentale differenza. Là la stella cannibale non si accontentava delle memorie del nostro Time Lord e veniva sconfitta dalla foglia di Clara, qui l’universo alternativo collassa perché non può contenere il Doctor e tutto il suo vissuto. Ma soprattutto collassa perché il nostro Time Lord, in formato lady, sin dai suoi esordi ha imparato a prendere su di sé il dolore per la perdita di chi amato e a trasformarlo in forza per andare avanti.
Redatto da Chiara Liberti.

 

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