I sette vizi capitali: Gola

Vengono definiti “vizi capitali” quei comportamenti che, incidendo sulla morale dell’uomo, provocherebbero la distruzione della sua anima. I semi maligni del peccato vengono piantati in cuori all’apparenza incorruttibili, scudati da virtù, protetti da un’aura di intelligenza, fierezza e bontà. Essi corrompono l’ingenuità, traviano l’innocenza e sporcano la purezza, illibata fino a poco prima.
Superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia sembrano aver corrotto il mondo con un canto da sirena, risucchiando anche il più integerrimo di noi, schiavo e dipendente dal loro fascino.
Perché siamo stati corrotti? Come siamo arrivati a tutto questo?

La Gola è l’unico dei sette vizi capitali a non ammettere spiegazioni multiple, o almeno così sembra: ingordigia, insaziabilità, bisogno impellente di rimpinzarsi fino a scoppiare. Non è difficile riportare i dati ufficiali di un malessere che può colpire chiunque, dai bambini agli adulti, passando per gli adolescenti: secondo l’Imperial College di Londra (in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità – Oms)*, l’obesità ha quadruplicato la propria presenza nella popolazione che va tra i 5 e i 19 anni e se si andrà avanti così, il numero di coloro che sono affetti da questo male supererà quello di chi soffre all’opposto.
Comunque, parlare di obesità o sovrappeso sarebbe troppo facile: molti sono i tipi di volontà di avere tutto per sé, tralasciando il facile accostamento con l’egoismo. Inoltre, dedicarsi solo ai problemi con il cibo stonerebbe con il percorso fatto fino a questo momento, in cui si è cercato di dare significati multipli ai sette vizi capitali, con il fine di individuare ulteriori sfaccettature dei mali che affliggono la nostra società.
Secondo Google, compagno fidato in questo viaggio alla scoperta del vizio, il peccato di Gola viene inteso come “Desiderio e/o smania incontentabile”. Detto così, potrebbe essere esteso a qualsiasi essere vivente che pecchi di avarizia culinaria, ma l’ingordigia è qualcosa che va più in là del desiderio di dare fondo alle scorte della dispensa. La Gola è un peccato inerente il cibo, ma a monte c’è la volontà –che sfiora il bisogno– di trattenere per sé qualcosa che pare concedere sollievo, che sembra riempire uno o più vuoti, sopperire a qualche tipo di mancanza patita.
Siete sicuri si tratti solo di questo? Siete certi si stia parlando della necessità di ingurgitare ogni tipo di pietanza per sterile golosità? Credete di essere estranei al vizio capitale rappresentato dall’insaziabilità? I primi pensieri vanno a droga, alcol e cibo, ma non sono i soli a generare dipendenza. Non sono gli unici di cui vorremmo godere fino a scoppiare.
L’amore.
Vi siete mai imbattuti in persone che chiedono, pretendono o supplicano attenzioni? Le assorbono come vitamine, se ne fortificano come con le proteine, ne diventano succubi come accade con i troppi carboidrati. Questi soggetti non sanno fare a meno della persona che amano, o che credono di amare, e la trattengono contro la sua volontà, con tutte le loro forze. Spesso, usano la violenza fisica o psicologica per non ammettere di essere fragili, perché dipendenti di quell’amore del quale non riescono più a fare a meno. Del quale non vogliono fare a meno, perché malati d’ingordigia.
Con la pretesa morbosa di attenzione, queste persone fagocitano affetto fino a scoppiare, senza mai farlo davvero, senza capire che ciò di cui si stanno nutrendo non è amore… ma la paura o la pietà dell’altro.
Siate indipendenti, non insaziabili.
Il sesso.
La fedeltà è una virtù, ma non è necessaria al funzionamento di un rapporto. Non siamo bigotti (a contrario di ciò che può sembrare ogni tanto), quindi, quale sarebbe il problema se due persone scegliessero consapevolmente di fare a meno della fedeltà, con buona pace di entrambi? Nessuno: l’importante è che tutti e due siano sulla stesa linea d’onda.
A volte, però, non è proprio così.
In alcune storie, d’amore e/o innamoramento, capita di imbattersi nel soggetto (uomo o donna) che giustifica la propria insofferenza alla lealtà affettiva con un semplice “Sono uno spirito libero: se mi tieni legato all’albero, aspetterò la prima occasione per scappare via”. Il mio primo commento a caldo, da essere umano orgoglioso, sarebbe “Ma chi ti tiene? Anzi, buon viaggio e scrivi quando arrivi”, ma facciamo i seri per una volta. Alcuni di noi percepiscono il concetto di fedeltà come un attentato alla libertà personale, lo sentono stringersi come un collare che toglie il fiato. Fanno vanto di una libertà che nessuna relazione intelligente vorrebbe vietare, ma ciò che loro intendono, sotto sotto, dietro i grandi paroloni come ‘indipendenza’, ‘emancipazione’, ‘autonomia’, è la volontà di fare proprio qualsiasi essere dotato di polmoni per la respirazione. Ingordigia sessuale, ma pur sempre ingordigia.
Cambiare è sempre possibile per i golosoni del ballo dell’amore, come è possibile trovare qualcuno che abbia le loro stesse idee: è questa la libertà che ci auspichiamo. Per tutti gli altri, fatevi passare la sindrome di Wendy e andate avanti.
Siate onesti, non insaziabili.
La felicità.
Pretendere qualcosa per sé, cibarsene fino a sazietà. O magari, stordire, avvelenare, coprire ciò che non vogliamo mostrare, spesso, anche a noi stessi.
Inutile tergiversare, le dipendenze sono frutto di uno stato di infelicità e alimentandole, in maniera del tutto inconsapevole, permettiamo loro di crescere, fortificarsi, ombrare quel che è rimasto di noi. Come abbiamo visto, tanto altro può accompagnare il trio principe dell’ingordigia, ma a differenza degli altri, il cui mantenimento può essere giustificato anche dalla mera insaziabilità, alcol, droga e cibo rappresentano spesso un campanello d’allarme che suona. Incessante, forte, disperato.
Richiamando l’apice di questo articolo e plasmandolo sul trio malefico, mi soffermerò sul cibo.
Sono milioni i motivi che spingono un essere umano intelligente, sano e apparentemente normale, a fagocitare qualsiasi cosa commestibile gli passi sotto il naso: carenza d’affetto, d’amore, insicurezza, depressione e molto altro ancora. Per chi non ha mai sofferto di disturbi alimentari è facile dare un calcio nel sedere del pigrone, indirizzarlo verso la prima palestra vicina e giocare alla scena finale di “Kiss me”, con la cessa che diventa figa con un po’ di trucco e parrucco. Chi guarda il cibo con la consapevolezza di trovarsi di fronte al proprio nemico/amico, non può essere ‘aggiustato’ come un tubo che perde. L’indolenza di chi ha il male dentro non deve essere affrontata a viso aperto, come una crocetta su un questionario o uno shottino di vodka: al netto di problemi fisici, è inutile spedire l’interessato/a su un tavolo operatorio, farlo sezionare forzatamente e aspettare che il grasso fluisca. Il vero male non andrà via e così facendo, non andrà via mai.
Perché?
Perché chi addenta la quinta ciambella in un giorno non avrà imparato ad affrontare oggi ciò che avrebbe voluto rimandare a domani: gli mancherà sempre la forza, sarà sempre stanco, non avrà mai motivo di essere forte, continuerà a credere che il proprio sovrappeso sia l’unica ragione della sua esistenza. Non sarà guarito, perché il male principale non è il grasso, ma l’anima e quella non si aggiusta piazzando un hula-hoop allo stomaco. Almeno, non a mio avviso. Almeno, non solo così.

E poi c’è la magrezza, tollerata solo perché rispetta i canoni di bellezza moderni. Anche quella è una dipendenza, forse tra le più ignobili, ma viene sopportata solo perché una taglia 38 è socialmente accettata più di una taglia 60. Tra anoressia e moda c’è differenza, tra curvy e sovrappeso c’è differenza: sono entrambe sbagliate, mettetevelo in testa!
Curate il fisico, curate la salute, ma non dimenticatevi dell’anima… lei sarà uguale a se stessa in qualsiasi momento della vostra vita. È lei la ragione della vostra esistenza.
Siate sani, non ingordi.
Ovviamente, non si tratta di perbenismo spicciolo e bigotto, né tanto meno impellente necessità di fare di tutta l’erba un fascio. Anzi, citando l’uomo barbuto crocifisso, “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”.
Fonte: Ondaosservatorio.it
Illustrazioni: Marta Dahlig

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