I sette vizi capitali: Invidia

Vengono definiti “vizi capitali” quei comportamenti che, incidendo sulla morale dell’uomo, provocherebbero la distruzione della sua anima. I semi maligni del peccato vengono piantati in cuori all’apparenza incorruttibili, scudati da virtù, protetti da un’aura di intelligenza, fierezza e bontà. Essi corrompono l’ingenuità, traviano l’innocenza e sporcano la purezza, illibata fino a poco prima.
Superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia sembrano aver corrotto il mondo con un canto da sirena, risucchiando anche il più integerrimo di noi, schiavo e dipendente dal loro fascino.
Perché siamo stati corrotti? Come siamo arrivati a tutto questo?


Onestamente, quanto siamo stanchi di sentir parlare d’Invidia? Quanto è sciocco accusare gli altri di essere invidiosi, oggi, nel 2017? Tanto, molto, troppo per i nostri gusti.
La parola ‘Invidia’ viene usata spesso di questi tempi, soprattutto per aizzare polemiche su questioni moralmente discutibili, ma con Google alla mano ci imbattiamo in un chiaro ed esaustivo: “Malanimo provocato dalla constatazione dell’altrui prosperità, benessere, soddisfazione”. In pratica, invidiare qualcuno significa rosicare in modo becero per le gioie altrui, desiderate o meno per noi stessi. Teniamo a mente il significato letterale del termine, almeno fino alla fine dell’articolo.
I peccati sono sinonimo di vitalità, non esiste essere umano immune dal vizio: appunto, sbagliare è umano e nel caso specifico, tutti siamo stati un po’ castori qualche volta. Ciò che è importante, almeno secondo chi scrive, è saper scindere i differenti tipi di questo sentimento così poco social: l’Invidia e il suo dualismo, la sua assenza e l’accusa.
L’Invidia malevola è quella di cui parla Google, il giramento di attributi maschili che inizia a frullare nel momento in cui l’altro, magari non simpatico, entra in possesso di qualcosa che lo fa salire di grado nella scala infinita della vita. Una promozione, un fidanzamento, un matrimonio, un figlio, una bella casa, dei soldi al gratta&vinci, un’eredità inaspettata e tanto altro possono essere i motivi per attirare malelingue castorine, quelle simili al rosicchiare vigliacco di un topo nascosto sotto il mobile della cucina. Per intenderci, quelle chiacchierate aspre tra vecchie sciure di paese, fatte di commenti fulminei, occhiate con il sopracciglio alzato, sbuffi mal soffocati ed espressioni eloquenti.
Signori, qui risiede l’unico vero senso dell’Invidia, il malignare pettegolo di chi non sa ammirare, di colui o colei che non sa essere felice per gli altri e che forse, sa godere solo dei propri successi, che arrivino o no. Non confondete questo peccato con ciò che può somigliargli, ascoltate bene, andate oltre le parole e annusate l’aria che circonda il quadrupede cartoride: avvertirete il miasma dell’Invidia oltre il profumo del silenzio, sentirete il mordicchiare rosichino sotto le parole di falsa stima.
L’invidia si riconosce, non la si può ipotizzare nel momento in cui si entra in possesso di un grasso grosso assegno.
Siate disinteressati, non invidiosi.
L’Invidia benevola è quelle che tutti dovremmo provare, ma se così fosse non esisterebbe peccato e quindi, umanità. Accettato il paradosso che l’uomo sia composto da debolezze, e quindi, anche di ciò che lo rende meno apprezzabile, andiamo avanti.
Desiderare che l’altro non abbia successo, portandoci in vantaggio su di lui, è peccato, ma invidiare qualcuno –senza malizia- è un profondo atto di stima. Se usata come carburante per le buone intenzioni, la voglia di primeggiare è uno dei migliori motivi per dare il meglio di sé: sfocia nella competizione, nella volontà di affermarsi, nel bisogno di migliorarsi sempre e comunque. Vista sotto questa luce, l’Invidia può diventare addirittura una bene per tutti quanti noi. Eppure, la sfaccettatura positiva di questo vizio è poco diffusa: si sa, non sarebbe un peccato se non fosse negativa.
Siamo così impossibilitati ad ammettere di essere invidiosi, ma di essere al contempo felici per i successi degli altri? Perché tutto deve limitarsi all’invidia fumantina, l’accusa di essa e la forzata volontà di non guardare la scalata al successo dei nostri “avversari”?
Forse, di questi periodi, l’asprezza è diventata il filo conduttore delle interazioni e un qualcosa di bello come la sana competizione, la piacevole rivalità, viene sporcata da quel rumore rosichino che proviene da sotto il mobile della cucina. Insomma, nemmeno lo sport è salvo dal peccato d’Invidia: la sportività è andata a farsi benedire già da un po’ e invece di stringere la mano dell’avversario, a fine competizione, gli stessi atleti danno l’esempio di come storcere la bocca per il risultato. Va bene voler essere i primi, ma sbrodolare pannocchie in campo è d’esempio per i giovani? Finiscono col dare testate all’avversario nella squadra di pulcini!*
Siate corretti, non invidiosi.
Arriviamo al punto più succulento dell’intera questione, quello per cui ci siamo sorbiti l’intera paternale sopra: l’accusa d’Invidia. Ho una leggera predilezione per questa parte della faccenda, più che altro per il giramento di attributi maschili che essa genera.
Quante volte ci è capitato di muovere una critica e di essere tacciati di moralismo, bigotteria o peggio ancora, d’Invidia? Tante, specialmente se si è donne.
– “Non mi sta bene che mio figlio incappi in un culo danzante alle otto di sera” / “Eh, che sarai mai… sarai invidiosa?”.
– “Non sono d’accordo” / “Dici così perché vorresti stare al posto mio”.
– “Io pure ho la farfallina, ma non la faccio svolazzare di fronte a dieci milioni di persone” / “La tua farfallina è sbiadita e sepolta sotto uno strato spesso di scudo epidermico umano-animale: parli così solo perché lei se lo può permettere”.

Avete scassato l’anima!
Fare degli esempi sull’aspetto fisico è alquanto riduttivo, perché se ne potrebbero fare molti altri per far comprendere la pesantezza di non poter dire cosa si pensa, senza essere accusati d’Invidia. Forse, messa così è di facile comprensione per tutti quelli che, ancora oggi e nonostante gli esempi, si ostinano a non voler capire.
Sia chiaro, ognuno è conscio dei propri difetti e delle proprie mancanze e infatti, non è a questi che rivolgo la mia prossima domanda. Come fanno i destinatari della fantomatica Invidia a essere così certi, così ciecamente sicuri, che ciò che hanno ottenuto rappresenti il desiderio più grande di chi li critica? Qui si pecca di Superbia e anche in modo potente. Una persona intelligente non si sognerebbe mai di ritenersi così in alto da generare Invidia nell’altro, soprattutto se non è a conoscenza di ciò che l’altro sogna. E poi, anche se il desiderio altrui sia identico a ciò che si è ottenuto, come si fa a essere così vanitosi da mettere in dubbio il sincero complimento altrui? Sarò insicura cronica, ma non ci riuscirei.
Ah… piccola nota di colore, dedicata agli uomini ma anche a molte donne per cui non nutro particolare stima. Accusare una donna d’Invidia, solo perché critica lo scollo a farfallina o a condor di qualcun altro, non è degno di rispetto, non è proprio degno di un confronto intelligente. Uscire di casa con le mutande addosso, per alcuni, è ancora un valore e se proprio la cosa vi genera associazioni così alte, pudore=invidia, vi do un consiglio: iniziate a toglierle voi, le mutande, così vediamo chi è davvero l’invidioso!
Siate intelligenti, non invidiosi.
Ovviamente, non si tratta di perbenismo spicciolo e bigotto, né tanto meno impellente necessità di fare di tutta l’erba un fascio. Anzi, citando l’uomo barbuto crocifisso, “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”.

Illustrazioni: Marta Dahlig

Fonte: Il Messaggero

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