Il castello errante di Howl – Hayao Miyazaki – Recensione

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Il castello errante di Howl è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Diana Wynne Jones, diretto da Hayao Miyazaki nel 2004 e uscito nelle sale italiane l’anno seguente.
Questo lungometraggio d’animazione giapponese consente allo spettatore di percepire il retrogusto piacevole di precedenti lavori ascrivibili alla corposa filmografia del regista: sovviene d’un tratto l’incanto della città in cui si ritrova Chihiro (La città incantata 2001), la magia della giovane strega Kiki (Kiki- Consegne a domicilio 1989) e in particolar modo la città-castello celata dalle nuvole; quasi una sorta di fluttuante dimensione parallela (Laputa-Castello nel cielo 1986).

Durante un’uscita la giovane protagonista Sophie conosce Howl, un’affascinante mago e una strega gelosa, fraintendendo i rapporti intercorrenti fra i due, lancia un malefico sortilegio sulla ragazza trasformandola in una novantenne. Sophie fugge per poi ritrovarsi casualmente nel castello errante di Howl, quale futuro attende i due giovani? Di certo si è catapultati in un’avventura costellata di incontri e di incantevoli personaggi: tra questi Testa di Rapa! In realtà si tratta Jusper, principe del regno vicino mutato tramite sortilegio in uno spaventapasseri. Solo il bacio dell’amata può rompere l’incantesimo, un po’ sulla scia della principessa e il ranocchio disneyani. Tra gli altri ritroviamo Calcifer un demone del fuoco, che alimenta il castello e ancora il giovane apprendista Markl.


Nominato agli Oscar come miglior film d’animazione, Il castello errante di Howl si appresta alla visione di un pubblico variegato: sembra impossibile non rilevare l’elargizione di contenuti d’un certo spessore, mai prevedibili o retorici: contenuti per adulti ed infanti, mai infantili. La sceneggiatura si avvale dell’ausilio della varietà policroma in tutta la sua magnificenza, irrobustita dalle caratterizzazioni incisive dei personaggi.
La propensione al pacifismo e la conseguente critica al conflitto armato è una tematica cara al cineasta giapponese, espressa palesemente dalla visione negativa che il protagonista ha nei confronti della guerra, ma basti pensare a pellicole quali Principess Mononoke o a Nausica della Valle del vento. Nel 2003 La città incantata si è aggiudicato l’Oscar come miglior film d’animazione, ma il regista non ha preso parte alla cerimonia in quanto non contrario a “visitare un paese che stava bombardando l’Iraq”.


In genere non esistono vie di mezzo quando si prova a calcolare il proprio indice di gradimento riguardo un lungometraggio diretto da Myazaki o comunque prodotto dallo Studio Ghibli, che sovente rischia di essere tacciato erroneamente quale sottocategoria o surrogato dell’universo disneyano.

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