IL PAP’OCCHIO – Renzo Arbore – Recensione

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Né eretico, né blasfemo: incosciente. Una trama scanzonata e mai scurrile, che segue un po’ il filo illogico del non sense e favorisce la geniale improvvisazione di chi sovente va a braccetto e non segue alcun copione. E forse anche per questo è divenuto un cult. Già, il Pap’occhio Arboriano, in fondo, è un esempio di leggerezza che non si tramuta in superficialità.

Il lungometraggio, campione d’incassi nel 1980 (cinque miliardi di allora) e in seguito collocatosi al quinto posto nella classifica annuale, viene sequestrato dal procuratore de l’Aquila Donato Massimo Bartolomei dopo sole tre settimane di programmazione per “vilipendio alla Religione Cattolica e alla persona di S.S. il Papa”, poi amnistiato e tornato in sala dopo quaranta giorni.
Nel film Don Gabriele (Diego Abatantuono) annuncia a Renzo Arbore che Papa Giovanni Paolo II, dopo averlo notato nella campagna pubblicitaria di una birra di cui allora lo showman è testimonial, lo vuole come conduttore della Televisione di Stato Vaticana. Nonostante i tentativi di sabotaggio del prelato bigotto incarnante la figura del cardinale Richelieu (Graziano Giusti) lo show va avanti, ma l’inno del partito socialista quale sigla iniziale dello spettacolo Gaudium Magnum suscita scalpore. Sarà il Padreterno (Luciano De Crescenzo) a porre fine alla messa in scena ed infine tutti insieme appassionatamente canteranno When the saints go machin’in!

La versione del 1980 del film diretto e recitato da Renzo Arbore, dichiarato “cattolico, apostolico e foggiano” è rimontata editata nel 1995 e acclude un’ulteriore scena, quella del monologo Benignano inerente la creazione e privata delle scene in cui appare Manfred Freyberger, eccetto la prima. Il resto del Pap’occhio raccoglie gag e battute eliminate a causa della lunghezza dall’edizione integrale.
Oltre alle citazioni bibliche, politiche, musicali, letterarie e sportive la pellicola pullula di riferimenti cinematografici: appare, ad esempio, la provinanda Mariangela Melato scartata in quanto troppo sciatta o ancora Martin Scorsese allora marito di Isabella Rossellini, anch’ella presente nel Pap’Occhio, in cui cita l’Hitchcockiano Io ti salverò (1945), avente tra i protagonisti la madre Ingrid Bergman.

Ricco di apparizioni e di citazioni appare anche FF.SS. – Cioè: …che mi hai portato a fare a Posillipo se non mi vuoi più bene?(1983), il secondo e ultimo film di cui Arbore firma la regia e in cui sfrutta la sceneggiatura di un lungometraggio inedito, dal titolo Federico Fellini Sud Story, del regista de La dolce vita, interpretato da Teodorico Ricci, dirigendo un film nel film e recitando egli stesso nei panni del manager campano Onliù Caporetto, intento a far affermare la cantante Lucia Canaria (Pietra Montecorvino) affetta da napoletanite. Roberto Benigni, precedentemente Giuda, stavolta, invece, diviene la rivelazione musicale del momento, lo sceicco Beige e tra le apparizioni spicca anche Isabella Biagini, venuta a mancare recentemente, nel ruolo della Madonna Sofia.
Lodevole la capacità del precursore e scopritore di talenti Arbore di dar vita ad una commistione di personaggi, tra cui Gigi Proietti, Andy Luotto e Silvia Annicchiarico, che non attuano partecipazioni straordinarie, ma come si evince dai titoli di coda sono proprio “compromessi”! È lecito essere nostalgici di tempi mai vissuti? Mai esplorati? Di quel tipo di atmosfera goliardica? A riguardo, forse, sì.

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