Il Segno del Comando

Di Emidio Tribolati ( http://bradipofilms.blogspot.it/)

Provenienza : Italia
Produzione e distribuzione : RAI Radiotelevisione italiana
Episodi : 5 ( 4 da circa 65 minuti cadauno + episodio finale da 90 minuti)

Edward Lancelot Forster è un professore di letteratura inglese all’Università di Cambridge, di padre inglese e di madre veneziana, che arriva a Roma per partecipare a una conferenza su Lord Byron, il famoso poeta inglese romantico.In realtà è attirato più dall’invito fattogli da un pittore, Tagliaferri, che gli promette particolari sulla permanenza di Byron a Roma e su alcuni suoi scritti misteriosi, inoltre lo sfida a trovare una piazza che il poeta inglese aveva descritto in un suo carteggio.
Arrivato a Roma è accolto da Lucia, modella del pittore e viene da lei indirizzato all’hotel di una sua amica ma scopre che Lucia non è conosciuta da nessuno e soprattutto che il pittore Tagliaferri è morto esattamente 100 anni prima.
E più va avanti e più il mistero si infittisce tra simboli esoterici, trattorie ( dell’Angelo) che compaiono nei vicoli di Trastevere solo di notte, la storia di Brandani, orologiaio matto guardacaso vissuto e morto esattamente 100 anni prima di Tagliaferri, musiche del Diavolo, sedute spiritiche, evocazioni di Cagliostro e chi più ne ha più ne metta.
Una cosa al professore appare certa: lui sta vivendo esattamente 100 anni dopo Tagliaferri ( a cui somiglia in modo impressionante) e 200 anni dopo Brandani, tutti e due morti alla sua età , alla data del 28 marzo.
E il 28 marzo è il giorno della conferenza.
Che cosa accadrà al professor Forster?

Qualche giorno fa dicevamo a proposito di Mario Bava e del suoReazione a catena che una volta non solo sapevamo fare cinema ma eravamo avanti a tutti di almeno un’incollatura.
E dispiace vedere come è ridotto in questi tempi, almeno in termini di reputazione, il nostro cinema.
La stessa cosa la potrei dire per la fiction televisiva oggi arrivata mestamente a essere un recipiente di facili suggestioni per la casalinga di  Voghera , abituata a vedere la televisione mentre sta stirando una montagna di panni, dà un’occhiata al sugo, telefona a un’amica e già sta organizzando la cena, quando ancora non ha pranzato.
E tutto contemporaneamente.
La nostra fiction è intristita, ridotta al grado zero di complicazione, una robetta for dummies, per spettatori minus habentes che devono essere presi per mano e fidelizzati puntata dopo puntata.
Almeno così credono i nostri produttori e distributori.
Una volta anche la fiction italiana ha vissuto una stagione felice, una stagione estremamente felice.

Il cosiddetto sceneggiato di mamma RAI: feuilleton in grado di coinvolgere milioni e milioni di spettatori che la sera si ritrovavano davanti alla televisione , puntuali alla stessa ora, per vedere, rielaborare il tutto e discuterne amabilmente il giorno dopo.
In questo senso uno sceneggiato come Il segno del comandoapparve quasi come un fulmine a ciel sereno in quanto fu il primo che affrontò direttamente tematiche legate all’esoterismo, al gotico, al fantasy e perché no? diciamolo anche all’horror.
Il tutto rivestito da una confezione luccicante e da una patina di cospirazionismo internazionale per dargli un ancoraggio forte con la realtà.
Fu un grosso rischio ma il successo fu straordinario: in cinque domeniche tra il maggio e il giugno del 1971 una media di quindici milioni di spettatori a puntata ( ascolti record anche per quel periodo in cui non c’era la diffusione capillare degli apparecchi televisivi che c’è oggi) si riunivano la sera davanti al loro piccolo schermo casalingo per vedere Il segno del comando, un cult incontrastato che non ha perso nulla del suo fascino a più di 40 anni della sua uscita.
Non che non sia invecchiato, anzi.

A parte l’uso del bianco e nero che già dice molto sulla sua epoca di appartenenza, si  nota subito che è tutto diverso, c’è una concezione narrativa del tutto diversa.
E’ differente la scrittura, i tempi sono dilatati, l’azione latita,  con abbondanza di dialoghi su dialoghi con quell’andamento un po’ aulico, più da lingua letteraria che parlata, è differente la statura attoriale ( qui ci sono tutti attori al di sopra della media, tutti di solida formazione da Pagliai e Girotti, passando per Paola Tedesco, Rossella Falk e Carla Gravina e sicuramente ho dimenticato qualcuno meritevole di citazione), il loro modo di recitare più artefatto, studiato, melodrammatico nella gestualità, l’intreccio che col passare delle puntate invece di dipanare la sua matassa si rende sempre più complesso e difficile.

Si pende letteralmente dalle labbra  degli attori a cogliere ogni parola che dicono per paura che dopo non si riesca a capire più nulla di quello che succede, insomma una visione che chiede, anzi pretende, un certo impegno da parte dello spettatore.
E in quel 1971 sembravano tutti in grado di onorare quell’impegno, al contrario di molti degli spettatori di oggi che cercano solo svago e risate nello spettacolo televisivo e/o cinematografico.
Personalmente non so quale sia la ricetta del successo enorme che ottenne Il segno del comando ma posso azzardare qualche ipotesi: per prima cosa è un esperimento nuovo per la televisione italiana, una sorta di archetipo che poi servirà a sviluppare tutta una serie di sceneggiati che trattano in maniera più o meno esplicita il tema dell’occulto e del paranormale , veniva cinque anni dopo  Belfagor, Il fantasma del Louvre sceneggiato francese che si occupava di tematiche contigue,  che fu enorme successo sugli schermi italiani.
Pur con la tendenza di avvicinarsi alla terra di Albione , ritenuta forse più adatta a uno sceneggiato che maneggi misteri e fantasy allo stesso modo, forse si sentiva l’esigenza di creare qualcosa di italiano nel profondo e quale miglior set naturale da sfruttare se non quello di Roma e del suo immenso dedalo di vicoli?
Sicuramente era qualcosa di più vicino a noi , più di quanto non fosse Parigi o Londra.

Roma è infatti la protagonista vera de Il segno del comando: una città esplorata nei suoi anfratti più nascosti, nei suoi vicoli più bui e suggestivi, una città che sembra nasconderne al suo interno un’altra che vien fuori solo di notte , alla luce fioca dei lampioni, con le ombra che si allungano sui muri inghiottendo letteralmente ogni barlume di luminosità facendole così  assumere un’aria tetra e minacciosa.
Ecco, forse una Roma così non si era ancora vista e forse non si vedrà mai più.
E questa unicità rende Il segno del comando un cult intramontabile, anche a più di 40 anni di distanza.
Eppure non fu facile da realizzare : a partire da uno script tenuto nel cassetto da un po’ di tempo il progetto vedeva all’inizio quattro sceneggiatori, poi rimasero in due Bollini e D’Agata e poi solo quest’ultimo a gestire tutta l’ultima parte del lavoro.

La leggenda narra che Daniele D’Anza ( importante anche il suo lavoro con una messa in scena di precisione asburgica che fa da contrappunto a una narrazione bulimica e totalmente sbilanciata, ondeggiante ad ogni colpo di scena sapientemente assestato) dovette girare ben cinque finali perché non si riusciva a trovare la quadra della chiusura e che si optò per un finale sostanzialmente aperto per farlo essere più in linea col tono magico e fiabesco ( in realtà una fiaba nerissima) di tutto lo sceneggiato.
Fu proprio per chiarire leggermente le cose che nel 1994 a partire dalla sua sceneggiatura Giuseppe D’Agata pubblicò un romanzo omonimo col finale da lui stesso concepito e poi cambiato nella produzione televisiva.
Malamente rifatto nel 1992 in una produzione televisiva diretta da Giulio Questi.
Armatevi di coraggio e fatevi catturare da questo sceneggiato.
Venite a scoprire che cosa è Il segno del comando .
Per quanto mi riguarda mi ha lasciato una pelle d’oca alta così…

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