Intervista allo scienziato Paolo Bartalini

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Torniamo in qualche modo al Cern, intervistando lo scienziato Paolo Bartalini, di cui vi avevamo parlato qualche settimana fa.

Iniziamo con le Domande di Tatiana:

La questione sul cosa sia il CERN e cosa ci si faccia mi ha sempre incuriosito, sono profana e la mia conoscenza è abbastanza superficiale,  si parla di di vari progetti e scoperte, alle masse arriva solo la punta dell’iceberg ,secondo te ci dovrebbe essere piû una divulgazione di informazioni a riguardo?

Innanzi tutto vorrei precisare che quello che le risposte a questa intervista riflettono il mio punto di vista personale e che quest’ultimo non è necessariamente rappresentativo di quello delle istituzioni a cui sono affiliato o delle collaborazioni scientifiche a cui partecipo.  Riguardo al rapporto tra scienza e società (e quindi anche alle tematiche di divulgazione), la mia opinione non è dissimile da quella che un po’ di tempo fa Umberto Eco ebbe ad esprimere in una sua bustina di Minerva: gli scienziati non solo hanno il diritto ma hanno addirittura il dovere di rivendicare il proprio ruolo di intellettuali, giocando un ruolo attivo nel contesto della società, liberandosi dai molti stereotipi che tutt’ora li riguardano. Solo in questo modo si può realizzare un confronto, una comunicazione di pensiero e cultura scientifica scevra da inutili misteri e sensazionalismi.

Paradossalmente proprio la frammentazione specialistica della ricerca rischia di far smarrire una visione globale in cui senz’altro dovrebbe rientrare la percezione del proprio ruolo nei confronti della società. Lo scienziato del 21-esimo secolo è spesso impegnato al 100% nel proprio progetto scientifico, sacrificando molti aspetti della propria vita personale.  E nonostante ciò, non sempre riesce a cogliere tutte le sfaccettature di quello che fa; questo rischia di generare frustrazione e isolamento. Nonostante le grandi istituzioni si dotino di un ottimo apparato di outreach, la mia sensazione è che nella nostra epoca permanga una sostanziale barriera di incomunicabilità tra lo scienziato e il resto della società, uno schermo attraverso il quale anche la divulgazione rischia di ridursi ad un esercizio destinato ai pochi studenti che hanno fatto bene il proprio compitino. Eppure molte idee che addirittura guidano il pensiero scientifico moderno provengono da ambiti culturali umanistici, così come imprescindibile è la presenza del pensiero scientifico nelle arti e nella letteratura. Un’eccessiva deriva specialistica – per definizione – rischia di far perdere la magia sinergica di questa commistione, che in due parole si può riassumere dicendo che esiste una sola cultura, senza bisogno di specificare il settore d’appartenenza. Concludo con una riflessione sugli scopi della divulgazione, che sono senz’altro molteplici. Tra questi sono da annoverare quelli motivazionali, soprattutto quando il messaggio divulgativo è rivolto ai giovani. E mi viene in mente un paragone musicale: posso scegliere se far ascoltare a un giovane una scala cromatica, spiegandogli la divisione nei 12 semitoni, oppure fargli ascoltare un preludio dal Clavicembalo ben temperato di Bach eseguito da Glenn Gould. Ecco, personalmente non avrei esitazione a procedere direttamente con questa seconda opzione che da un punto di vista tecnico spiega ben poco dei 12 semitoni ma lascia senz’altro una fascinazione, un’impronta che – in prospettiva – potrebbe perfino motivare il giovane a diventare un musicista: nel caso, nessun dubbio che la scala cromatica se la imparerà da solo… Quello che voglio dire è che – nel contesto di un messaggio divulgativo – mi interessa ben poco della comprensione immediata, il mio successo di divulgatore lo misuro non tanto da quanto il mio interlocutore impara nell’immediato ma, eventualmente, dalla voglia di imparare che avrà maturato dopo che avrà interagito con me. E qui mi rifaccio al discorso che facevo in precedenza. Il vero messaggio divulgativo dovrebbe passare per una presenza costante e appassionata dello scienziato nella società civile e non tanto dalla fruizione di messaggi audio-visivi preconfezionati che senz’altro ottengono ottimi risultati nei successivi test a risposta multipla. Ripensare lo scopo stesso della divulgazione obbliga a ripensare il ruolo dello scienziato nella nostra società, è questo il passaggio di cui – a mio avviso – c’è veramente bisogno.

Ho letto il tuo trafiletto sul bosone di Higgs. È stato illuminante poter avere informazioni dirette da qualcuno che era sul campo, quello che mi stupisce è come il messaggio venga sempre semplificato e banalizzato dalla stampa o dalle fonti secondarie, hai citato Voyager, ma potrebbe essere anche un giornale stile Focus che ha uno step superiore, secondo te come gli scienziati e gli addetti al settore dovrebbero interagire con il grande pubblico per ampliare le varie conoscenze, che argomenti tratteresti se ne avessi la possibilità?

Ecco, credo che la lunghissima risposta alla domanda precedente risponda bene anche a questa domanda. Mi permetto di aggiungere giusto due parole. Quel trafiletto a cui ci si riferisce in questa domanda offre una riflessione su un tormentone (“La particella di Dio”) scaturito sostanzialmente da un’operazione di editing letterario sul titolo di un libro pubblicato nel 1993 dal premio Nobel Leon M. Lederman, nonché da un’arbitraria traduzione dall’inglese all’Italiano che rivela molto più del traduttore che del testo tradotto. Lederman, nella versione originale del titolo cambiato unilateralmente dall’editore, s’era espresso nei termini di “Dannata particella”, sfogando la frustrazione di una ricerca fino ad allora assai sterile. Indugiare sugli (ovviamente) inesistenti attributi mistici di questa particella è deprecabile perché nel migliore dei casi rivela ignoranza, nel peggiore malafede. Bisognerebbe sempre evitare la tentazione di toni altisonanti anche nei casi in cui fan vendere qualche copia in più di un giornale o finiscono per portare qualche soldo in più in un budget di ricerca… Ma queste considerazioni hanno ben poco a che vedere con la scienza o con la comunicazione scientifica, sono assai più attinenti alle comprensibili debolezze umane.

La cattedra all’università in Cina ti ha permesso di ampliare conoscenze anche per quanto riguarda una cultura molto distante dalla nostra,   cosa ti ha più colpito o ti colpisce del loro modo di vivere? Ma soprattutto cosa ti piace o cosa non riesci ancora a concepire?

Innanzitutto vorrei dire che nell’ambito di collaborazioni internazionali è perfettamente normale avere carriere accademiche altrettanto internazionali. Lungi da me – quindi – cavalcare la retorica dei cervelli in fuga. L’Italia ha un ottimo sistema scolastico ed eccellenze accademiche di primo piano. La Cina sta investendo sempre di più nella ricerca, ivi inclusa la ricerca di base nella fisica delle particelle e nucleare. In questo momento storico, quindi, la Cina rappresenta una grande opportunità, anche in considerazione del riflusso che si verifica in paesi occidentali che in passato hanno sempre investito in ricerca di base e che ultimamente lo stanno facendo un po’ di meno.

Quando sono a Wuhan mi muovo principalmente nell’area del campo universitario della Central China Normal University (CCNU), che è molto ben organizzata e verdissima, assai distante dall’idea di Cina che possiamo farci dai media italiani che si concentrano principalmente su alcuni problemi tipici delle grandi città Cinesi (inquinamento, etc.). Wuhan è un’immensa città di dodici milioni di anime che vivono sulle rive del fiume azzurro, tra le altre cose vi si trova il parco di ciliegi più grande del mondo. Provate a immaginare lo spettacolo di diecimila alberi in fiore.

L’appartamento che di solito prendo in affitto si trova proprio nelle vicinanze di questo immenso frutteto, nella zona di East-Lake.

La residenza principale della mia famiglia è in Francia, vicino al CERN. Io stesso, in ragione dei miei incarichi di ricerca, passo la maggior parte del mio tempo in Europa. Sono in Cina principalmente nei periodi in cui tengo i miei corsi di Cosmologia e Fisica delle particelle, circa un totale di 4 mesi  all’anno, principalmente in autunno. Ora che mio figlio va a scuola, è molto più difficile organizzare permanenze in Cina con tutto il resto della famiglia, un vero peccato perché mia moglie e mio figlio parlano Cinese assai meglio di me, nella fattispecie mia moglie ha fatto studi di lingue orientali con specializzazione in Cinese, appunto. Purtroppo, soprattutto nel periodo recente, a Wuhan mi sono ritrovato a condurre una vita da single, sebbene, grazie principalmente ai sistemi di video-conferenza moderni, la presenza della mia famiglia sia davvero costante.

I Cinesi, almeno quelli che conosco io, sono molto introversi, è piuttosto difficile stabilire frequentazioni. Nondimeno, quando queste si stabiliscono, tendono ad essere molto profonde. Ho un caro amico di cui non riuscirei a scrivere il nome ma che – per fortuna – si fa chiamare semplicemente “Tesla”. Nello scorso ottobre mi sono concesso il primo viaggio di piacere (quindi non di lavoro) a Lushang (la montagna “Lu”) proprio in compagnia di Tesla.  

In Cina ben di rado un professore verrà contraddetto da uno studente e questo, paradossalmente, rappresenta il principale problema della comunicazione tra docenti e discenti, soprattutto nella prospettiva di un occidentale abituato ad impostare il dialogo su basi dialettiche guidate dallo spirito critico. In una società molto stratificata, con precise gerarchie dettate dai ruoli ufficiali, rappresentare l’autorità impone sensibilità e attitudine all’ascolto.  Gradualmente si afferma un tipo di “dialettica orientale”, meno aggressiva ma non meno efficace di quella a cui siamo abituati noi occidentali. D’altra parte un’autorità che finisse sistematicamente per ignorare i problemi delle persone che si trova ad amministrare che autorità sarebbe? Avrebbe vita assai breve… è quindi meglio che si organizzi per cogliere il minimo segnale di disagio nei propri interlocutori “silenziosi”, anche ove quest’ultimo dovesse risultare appena percettibile. Dopo più di dieci anni passati in istituzioni accademiche asiatiche (prima di diventare professore ordinario alla CCNU ero professore associato alla National Taiwan University) è senz’altro questa la differenza culturale che più mi colpisce; rappresenta un arricchimento nella misura in cui ormai anch’io sono riuscito ad acquisire un po’ di questa dialettica orientale ma rappresenta anche un limite perché da una parte so bene che non riuscirò mai ad appropriarmene fino in fondo, da un’altra parte sento anche che questo processo mi ha cambiato nel profondo, il mio modo di rapportarmi al prossimo senz’altro non è più quello che era dieci anni or sono…

Italia – Cina quale delle due realtà preferisci?

Da lontano le radici si solidificano. Sono Italiano, penso in Italiano, ascolto musica Italiana anche quando sono in Cina: ogni giorno che passo a Wuhan aggiungo una canzone ad una speciale play-list, di solito la dedico a mia moglie o a mio figlio, è un modo per restare vicino nonostante le migliaia di chilometri di distanza, ed è anche un modo per celebrare il passaggio di questi giorni, per dare loro un senso ulteriore nel mio personale calendario.

La mia risposta quindi è “Italia” ma non si tratta di una questione di preferenza bensì di identità. Questo non mi impedisce di vedere i molti problemi di una nazione in difficoltà, in una certa misura anche in declino economico e culturale caratteristico della gran parte del continente Europeo. La Cina ha pure i suoi grandissimi problemi ma, almeno dal mio punto di vista, sembra possedere le risorse per risolverli. In questi anni che ho passato a Wuhan ho visto miglioramenti da molti punti di vista, soprattutto è migliorato in modo enorme lo stile di vita dei cinesi.

Domanda di Chiara:

CERN – Neutrini – Atomi – Nucleare… se si fanno quattro chiacchiere, a voce o nei social, su questa tematica emergono più o meno sempre due questioni di fondo: la paura che questo tipo di ricerca scientifica possa causare danni e l’idea che nella vita di tutti i giorni i risultati di queste ricerche siano del tutto ininfluenti e siano solo per i cervelloni. In che modo sfatare entrambi questi pregiudizi, per avvicinare più persone possibile al mondo della scienza, oggi bistrattato come non mai dall’opinione pubblica?

Beh, se non ci fosse il CERN ben difficilmente ci sarebbero i social network, che –come il resto del World Wide Web – si basano appunto su un protocollo di comunicazione su internet inventato al CERN. Resterebbe però senz’altro almeno la comunicazione a voce e sono sicuro che nella nostra epoca farebbe fatica ad individuare rapidamente qualcos’altro contro cui prendersela. Va detto che l’atteggiamento anti-scientifico è un problema prettamente occidentale e che non si manifesta soltanto in fasce della popolazione svantaggiate da un punto di vista economico e sociale. Ad esempio negli Stati Uniti, che finora hanno dato un contributo di primo piano alla produzione scientifica mondiale, verifichiamo che una parte significativa della popolazione benestante e che ha accesso all’istruzione esprime atteggiamenti avversi alla ricerca scientifica, e magari, paradossalmente, comunica questi concetti ostili utilizzando tecnologie che sono esattamente frutto di tale ricerca. Personalmente individuo in questa deriva anti-scientifica uno dei maggiori problemi culturali della nostra epoca. È un problema che è senz’altro frutto dell’individualismo estremo che siamo portati a perseguire in ragione dei nostri modelli. L’atteggiamento anti-scientifico si può ricondurre ad un rifiuto dell’autorità, come se riconoscere autorità a qualcun altro andasse in qualche modo a detrimento della nostra stessa autorità; è un comportamento non dissimile da quello dei genitori che, per mere questioni di orgoglio, se la prendono sistematicamente con gli insegnanti dei propri figli anziché accettare la naturale, benefica dialettica introdotta da una figura di autorità estranea all’ambito familiare.

Domanda di Roberto:

Oggi nell’immaginario collettivo CERN è sinonimo di ricerca di base sulle particelle. Ma nel mio, essendo un entusiasta fautore dell’energia nucleare, quando penso a ricerca nucleare penso anche a quella. A che punto siamo con il sogno del reattore a fusione?

Da un punto di vista scientifico le conoscenze essenziali per la realizzazione della fusione nucleare sono già disponibili. Nella tavola periodica, tutti gli elementi che vengono prima del ferro e del nichel possono realizzare reazioni nucleari producendo elementi più pesanti con un bilancio positivo di energia. Gli esempi di fusione nucleare ce li abbiamo continuamente sotto gli occhi: il nostro sole e la maggior parte delle stelle “funzionano” con la cosiddetta reazione a catena protone-protone, che – a circa 16 milioni di gradi centigradi – in pratica trasforma 4 protoni in uno ione di Elio più due positroni, due fotoni e due neutrini che si portano via l’energia in eccesso. La fusione nucleare è quindi un fenomeno del tutto naturale, è anzi il processo comune dell’universo. Lo stesso equilibrio idrodinamico delle stelle si basa sul bilancio tra la pressione interna e la gravità degli stati più superficiali. In assenza di fusione nucleare le stelle collasserebbero.

Il problema della realizzazione della fusione nucleare sulla terra è quindi prevalentemente tecnologico, ovvero controllare il materiale di fusione (plasma) alle enormi temperature necessarie per la reazione nucleare. Studi di fattibilità vengono attualmente effettuati a ITER, un laboratorio internazionale sito a Cadarache, nel sud della Francia. ITER si prefigge come scopo quello di realizzare fusione controllata con bilancio energetico positivo (ovvero che consumi meno energia di quanta ne produce) e auto-sostenuta su tempi dell’ordine di qualche minuto. ITER ricorre fortissimi campi elettromagnetici in grado di confinare il plasma e a reazioni che minimizzano le temperature in gioco, come quella tra trizio e deuterio in elio + neutrone. I primi risultati di ITER dovrebbero essere disponibili tra pochi anni. Un progetto successivo, denominato DEMO, dovrebbe costituire appunto il demo del primo piccolo reattore a fusione.  In ogni caso l’Europa traina letteralmente la ricerca tecnologica nell’ambito della fusione nucleare, c’è quindi di che essere ottimisti.

Domanda di Valentina Caruso:

Cosa pensa delle pellicole che toccano tematiche rapportabili al mondo della fisica e della matematica? Annovero, ad esempio, A beautiful mind, L’uomo che vide l’infinito, The imitation game. Con  i loro elementi “romanzati” tendono forse ad allontanarsi dal punto nodale delle loro vicende o pongono comunque luce su alcuni argomenti ? Cito, poi, Il diritto di contare di Theodore Melfi, la cui protagonista Katherine Johnson (Taraji P. Henson) Ë una scienziata e collabora con la NASA a progetti aerospaziali rilevanti; collegandomi in tal modo alle lotte sessiste e alle difficoltà che ancora oggi le donne riscontrano nell’affermarsi in un ambito come il suo.

Ammetto di vedere pochi film e ancor meno televisione. Frequento la fiction soprattutto attraverso letture: romanzi, racconti. Tra queste letture confesso la mia viscerale passione per la saga dell’inquisitore Eymerich di Valerio Evangelisti, genere low-fantasy di cui il meno che si possa dire da un punto di vista scientifico è che è assolutamente implausibile; dal punto di vista della fiction, funziona molto bene la sospensione dell’incredulità, e tanto basta.

Venendo al genere biografico, sarebbe per lo meno sorprendente non trovare contributi dedicati a grandi personaggi della matematica come John Forbes Nash jr. È la passione a coinvolgerci, non tanto l’ecletticità del personaggio. In questo senso la biografia di un matematico ha esattamente le medesime potenzialità di quelle dedicate a musicisti come Miles Davis o Chet Baker. La scienza fa parte del nostro mondo ed è normalissimo ritrovarsela in varie forme in fiction o biografie, al cinema o come opera letteraria; per altro non ritengo assolutamente che in questi contesti debba prefiggersi fini divulgativi o didattici o che sia imprescindibile l’aderenza ad una solida base scientifica, l’importante è che funzioni nell’ambito del proprio genere (fiction, biografico, etc.). Vi sono senz’altro compenetrazioni interessanti e contributi che hanno preso la direzione opposta, ovvero casi in cui l’idea artistica finisce per influenzare un risultato scientifico; mi risulta che questo sia accaduto per “Interstellar” di Nolan.

Venendo alla seconda parte della domanda, segnatamente alla presenza femminile in ambito scientifico, vorrei insistere (portando anche qualche dato) sul fatto che le carriere scientifiche sono profondamente influenzate dai sistemi scolastici nazionali, in tal senso il parametro principale da tenere in considerazione – almeno a mio avviso – è la libertà di scelta.  In Italia ti puoi iscrivere alla facoltà di scienze con qualsiasi provenienza di scuola secondaria superiore, questo non è vero in altri paesi, soprattutto in quelli dell’Europa del nord, dove le carriere sono incanalate fin dall’età infantile o adolescenziale.

Se prendiamo in considerazione il rapporto tra ricercatrici e ricercatori al CERN, al contrario di quello che potremmo aspettarci, questo risulta più elevato per personale di origine dei paesi dell’Europa meridionale quali Italia, Spagna, Grecia e diventa addirittura irrisorio per personale proveniente dai paesi Scandinavi… La spiegazione di questo dato sorprendente è che le maggiori percentuali di ricercatrici si riscontrano nei paesi che consentono una scelta tardiva delle carriere. Le scelte premature tendono a riflettere pregiudizi culturali diffusi ovunque: ben difficilmente una bambina penserà a se stessa (o meglio i genitori penseranno a lei) come ricercatrice; per fortuna in Italia nessuno le chiederà di farlo, la scelta definitiva sarà effettuata nell’età della maturità. Così l’Italia annovera moltissime ricercatrici che rivestono ruoli chiave nella mia disciplina, si pensi a Fabiola Gianotti, attuale direttore del CERN!

Domande di Silvia:

Vorrei che ci potessi raccontare, in dettaglio, qualcosa di più su quanto stanno facendo in Cina per combattere i cambiamenti climatici.

Mi risulta che la Cina stia investendo molto nelle energie alternative, in primo luogo nel solare. Per fare un esempio, il campus della mia istituzione universitaria è riservato ai soli scooter elettrici, un dato su cui riflettere che certamente non corrisponde allo stereotipo cinese diffuso in Italia. Una delle conferenze più importanti che si sono tenute a Shanghai lo scorso anno aveva come tema immaginare il futuro delle città cinesi (e non) tra 10, 50 e 100 anni; la conferenza era rivolta a tutti gli ambiti della cultura e della scienza, a livello nazionale e internazionale: in questo forum si potevano trovare idee di ogni tipo, da quelle più strampalate, apparentemente irrealizzabili, a quelle che effettivamente costituiranno le linee di sviluppo urbanistico ed energetico del futuro.



Hai detto più volte che non senti di essere stato cacciato dal tuo paese ma al contrario ritieni sia stata una grossa opportunità poter lavorare all’estero, come fa notare anche Tatiana nelle sue domande. Credi che in Italia si possa raggiungere le avanguardie della Cina?

Penso che al momento, almeno nella mia disciplina, il livello della ricerca scientifica in Italia sia più avanzato di quello cinese. Nondimeno – in prospettiva – la Cina beneficerà di molte più risorse rispetto a quelle che saranno reperibili in Italia. Anche a livello di società, alla ricerca scientifica viene riconosciuta un’importanza e quindi una priorità che ben difficilmente troverebbe analogo riscontro in Italia. Secondo me sarà assai difficile invertire queste tendenze che hanno profonde motivazioni economiche e culturali.

Perché il CERN? Ci sei voluto andare tu o ti hanno chiamato?

La fisica delle alte energie richiede grandi infrastrutture, gli sforzi degli scienziati sono quindi concentrati in pochi laboratori internazionali che dispongono di queste risorse in ragione di accordi scientifici che coinvolgono le singole istituzioni di ricerca ed eventualmente anche dei rappresentanti governativi. Tipicamente i budget coinvolti per ogni ricercatore attivo non sono diversi rispetto a quelli che si riscontrano in progetti più piccoli. Una volta intrapresa la carriera di ricerca in quest’ambito è piuttosto normale ritrovarsi al CERN, diciamo che nel mio caso è stato il frutto di un processo più o meno automatico. Per la precisione io non sono dipendente dal CERN (la mia istituzione di ricerca è Cinese, appunto), sono semplicemente uno dei molti ricercatori “associati” al CERN.


So che alcuni di voi scienziati e ricercatori guardano un po’ con timore la science-fiction, che pure, molto spesso, si è rivelata profetica. Vedere Asimov. Inoltre di recente persino Paolo Nespoli ha auspicato che si possa scoprire il tele trasporto e il modo di superare la luce. Cosa vi fa paure di questo tema (la science-fiction)? Che la gente si immagini cose che non esistono? O che non potranno esistere? Mi viene in mente il tuo, magari ho interpretato male, timore sulla mia battuta riguardo agli universi paralleli…

Non sono un esperto ma ho stima e rispetto per l’ambiente della fantascienza in senso lato (da chi la fa a chi la fruisce). Alcune delle idee chiave che hanno permesso lo sviluppo della fisica moderna derivano dall’ambito umanistico… e direi anche viceversa. Senza compenetrazioni tra mondi diversi il progresso è circoscritto, autoreferenziale. Servono idee nuove e anche errori per progredire. Ti allego un video che non c’entra niente con la fantascienza ma che la dice lunga su come la penso io, e  dice pane al pane e vino al vino relativamente ad un nostro connazionale vincitore di premio Nobel per la fisica ma mai laureatosi in fisica… sembrerebbe una contraddizione. Non lo è ?? Detto questo, io non sono un grande consumatore di Fantascienza. La mia cultura in materia non va molto oltre il consumo occasionale di Urania. La mia formazione scientifica non mi ha impedito di scrivere un paio di racconti che hanno almeno qualche elemento di science fiction. Uno ha perfino risvolti comici, almeno nelle intenzioni. E di universi paralleli parlo comunemente nei miei corsi di cosmologia alla CCNU… Ti potrà forse stupire ma esistono modelli in cui questi universi paralleli interagiscono tra di loro e le interazioni sono misurabili dalle asimmetrie del Cosmic MIcrowave Background… Ecco appunto idee di science fiction che sono ormai perfettamente acquisite in ambito scientifico. Per altro non penso che il mio caso rappresenti un’eccezione: in effetti non sono al corrente di rifiuti aprioristici della science fiction in ambito scientifico.
https://www.facebook.com/cristianparaskevas/posts/10156080397086489

Prima parlavi di come la divulgazione possa aiutare a colmare la distanza tra scienziati e gente comune…

Ci sono infiniti scritti divulgativi sulle meraviglie del CERN e trovo che troppo spesso si scada in stereotipi che non aiutano certo a vincere la sfida principale: colmare il gap tra comunità scientifica e resto della società. Trovo che questo gap crescente sia uno dei più gravi problemi del nostro millennio, che si declina in svariati modi, dai più innocenti, ad esempio la visione dello scienziato “pazzo”, eccentrico, isolato nel proprio laboratorio, a quelli più pericolosi, come la dilagante sfiducia nel lavoro scientifico, il rifiuto aprioristico dei suoi risultati, con comportamenti (es. anti-vax) che mettono a rischio la salute dell’individuo e della società.

Il Web non ci sarebbe se il CERN non l’avesse sviluppato per scopi meramente scientifici. Eppure proprio sul Web (evviva la libertà e lo dico con grande convinzione), soprattutto sui social network, troverai un sacco di gente che sarebbe disposta ad arrestare la ricerca scientifica (specialmente quella sub-atomica e nucleare) con effetto immediato. Paradossalmente proprio questo prodotto del CERN, di così grande successo, è diventato veicolo di tutto e quindi anche di visioni anti-scientifiche, che, è interessante notarlo, sono sempre più popolari nella società occidentale (sottolineo “occidentale”).
Come professore ordinario alla Central China Normal University (la mia istituzione di affiliazione), ho le cattedre di Fisica delle Particelle e di Cosmologia, tanto per confermare ulteriormente che l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande sono intimamente collegati, i concetti che intervengono nelle due discipline sono gli stessi e – anzi – le due visioni complementari aiutano a formare un quadro il più possibile coerente. Vi sono ancora moltissime sfide aperte, ad esempio la comprensione della natura di ciò che viene comunemente definito “Dark Matter”, una materia che determina effetti gravitazionali visibili ad esempio nella velocità della rotazione delle stelle attorno al centro delle rispettive galassie ma che al momento non è stata ancora osservata come particella elementare. Vi sono appunto molti esperimenti (non solo quelli del CERN) in corso per venire a capo di questo puzzle, che è soltanto una delle molte sfide della nostra disciplina. Tra queste mi viene in mente – ad esempio – la comprensione della natura dei neutrini e la determinazione delle relative masse. Tanto per dire quanto siano attuali gli argomenti di cui sopra e quanto ci riguardino direttamente, non posso non menzionare la recente chiusura dell’esperimento SOX del Gran Sasso, che tra i suoi obiettivi di ricerca aveva appunto lo studio delle così dette oscillazioni dei neutrini (cambiamenti di specie determinati dal fatto che non gli stessi – sicuramente – non hanno massa nulla). La chiusura di SOX segue una specifica risoluzione approvata all’unanimità (!) dal consiglio regionale d’Abruzzo benché del tutto priva di fondamenti scientifici. A sua volta  tale risoluzione era stata sollecitata da un servizio assai discutibile delle Iene. Ecco cosa si rischia quando si fa divulgazione in modo sbagliato!

Racconta qualche aneddoto in più sulla tua vita in Cina

Sulla mia vita in Cina ci potrei forse scrivere un libro. O forse due. Mi ricordo una sera che – insieme con mia moglie – abbiamo cotto la pasta in una scatola di biscotti Danesi. Il recipiente del bollitore in dotazione all’appartamento era arrugginito… probabilmente quella è la circostanza in cui la mia formazione di fisico mi è stata più utile in assoluto ? Le difficoltà logistiche sono state innumerevoli ma ho sempre trovato molto supporto, tantissimo aiuto da parte dei colleghi locali e degli studenti.

La mia istituzione punta molto all’internazionalizzazione, nel senso che persegue una politica di reclutamento di staff internazionale e di iscrizioni di studenti stranieri (non Cinesi). In una lettera ad un’amico qualche tempo fa scrivevo: “qui il sabato si canta in Francese”. La zona “ovest” del campus di circa 50 mila persone) è particolarmente popolata di studenti Africani che comunicano tra di loro usando il Francese. Nella maggior parte dei casi si trovano alla Central China Normal University (CCNU) per studiare la lingua Cinese e perseguire carriere diplomatiche orientate alla Cina nel proprio paese d’origine. Sono molto forti anche gli studi umanistici e artistici. Abbiamo un rinomatissimo conservatorio. Il dipartimento di fisica è stato tra gli ultimi ad aprire agli stranieri, ma con un’operazione di grandissimo successo, al di sopra di ogni più rosea aspettativa. Nel 2013 ero l’unico staff non Cinese, adesso siamo almeno in quattro. Gli studenti stranieri sono una novità assoluta, di questo anno accademico. Ho dovuto personalmente affrontare tutte le problematiche relative alla lingua dei corsi (sarebbe auspicabile adottare l’inglese ovunque ma ci sono docenti recalcitranti). E, come ti dicevo nel mio messaggio precedente, questi studenti sono una questione delicatissima. Provengono dall’India, dal Pakistan, dall’Iran, dall’Iraq-Kurdo, dal Sudan, Marocco, Albania… Il loro percorso di studi, oltre alla passione, rappresenta un investimento sul futuro, sacrifici fatte da famiglie intere per preparare la generazione successiva ad affrancarsi dalla miseria. E lo stesso, in buona sostanza, vale anche per gli studenti Cinesi. Molti di questi studenti, soprattutto i Cinesi, sono estremamente introversi, non sono ancora educati all’esercizio dello spirito critico, particolarmente indispensabile nell’ambito del nostro lavoro. Perseguire lo sviluppo di questa attitudine è senz’altro il mio principale obiettivo come docente e ricercatore.

Secondo te come è percepita la Cina?

Sono convinto che alla maggior parte degli occidentali, che vedono la Cina soltanto attraverso gli obiettivi stereotipanti delle loro testate sfugga la percezione della dimensione e dell’importanza di questo fenomeno.

Se guardo un telegiornale Italiano della Cina mi arriva solo la notizia dello smog di Pechino. Eppure io vivo parte della mia vita a Wuhan, in una città normalissima, che non ha più problemi di smog di quanti non ne abbia Milano o Torino. Passeggio in un campus riservato ai pedoni, alle biciclette e ai veicoli elettrici, e soprattutto sono cosciente che questo fa parte di un piano più generale in cui la Cina gioca il ruolo principale a livello internazionale nella direzione dello sfruttamento delle energie pulite. Per la Cina tutto questo non è virtù ma questione di mera necessità, “prova a immaginare la Shanghai del 2050, del 2100, etc.” Ecco, questo era il tema di una conferenza tenutasi recentemente, un forum le cui conclusioni sono tenute in serissima considerazione dalle autorità politiche. E tutto questo avviene mentre Trump sta tornando al carbone… Difficile togliersi dalla testa l’idea che l’Italia si sia legata al treno sbagliato, personalmente auspico che nei prossimi anni vi sia un avvicinamento alla Cina, almeno per quanto riguarda le tematiche di politica energetica e ambientale.

L’altro fortissimo stereotipo sulla Cina che ormai risulta assai datato è quello della copia. I Cinesi sarebbero bravi a copiare e senz’altro lo sono, soprattutto se il fine è di lucro. Ma dire che non vi sia niente al di là di questo esercizio di plagio (declinato in vari ambiti) è pericoloso perché – nell’occidentale – può generare un mal riposto sentimento di supremazia culturale che purtroppo finisce per rasentare il razzismo. La mia presenza in Cina – di per se – conferma il fatto che c’è una grande tensione ad arrivare per primi anche sulle cose nuove… Università in espansione, budget cospicui, questa specie di Eldorado accademico non è fine a stesso, non si consuma in un mero esercizio sistematico di offrire formazione di alto livello al paese intero (e anche oltre i suoi confini). Il sistema di valutazione della ricerca è uno dei più seri che io abbia mai incontrato! Si premiano i risultati, le scoperte, le cose nuove, non certo le copie…

A qualcuno potrebbe sembrare strano che io abbia trovato la mia libertà di ricerca proprio in Cina, un paese che all’inizio del secolo scorso era il più povero del mondo e che ora si appresta a diventare il più ricco. Mi rendo perfettamente conto di essere un privilegiato, da diversi punti di vista. Senz’altro – dal punto di vista materiale – dalla mia prospettiva si vede soprattutto il meglio della Cina. Ma, nella vita quotidiana, emergono anche aspetti sociali meno immediati, più sottili ma che – col tempo – diventano addirittura palpabili, come il profondo che il Cinese medio nutre nei confronti dello scienziato. Soprattutto quando sono fuori città, la gente spesso mi ferma per strada per farsi fare una fotografia con me, questo accadrebbe a qualsiasi occidentale… ti mentirei se ti dicessi che non mi ha fatto piacere quando l’impiegata amministrativa di un ospedale (ero lì per una visita di routine), ha chiamato a raccolta 3-4 dei suoi colleghi e tutti insieme, in un inglese molto incerto, hanno tenuto  ringraziarmi per quello che faccio per il loro paese e per il loro futuro (!) È solo uno dei tanti casi in cui mi sono sentito esprimere gratitudine per il mio lavoro di formazione e ricerca, così come moltissime volte, per le strade di Wuhan, o anche semplicemente in ufficio, mi sono sentito disperatamente solo, attorniato da quell’atmosfera estraniante di fredda timidezza e profonda introversione che senz’altro pure caratterizza questo popolo sterminato.

So bene che le espressioni di gratitudine e il profondo rispetto degli studenti (e delle loro famiglie) nei confronti di cui sopra sono a loro volta frutto di un indottrinamento e – in primo luogo – uno potrebbe essere tentato di dire che lasciano il tempo che trovano. Ma non sarebbe altrettanto rischioso? Chi di noi può dire di non essere indottrinato? Chi di noi può rivendicare che un pensiero o un sistema politico e/o economico è senz’altro migliore dell’altro? Penso di essermi spiegato. Di certo in questo periodo storico non troverai molti anti-vax in China, e di certo non rischi che una trasmissione tipo “Le Iene” ti faccia chiudere l’esperimento… in futuro vedremo. Di certo mai prima d’ora mi sono sentito così partecipe di un progetto che incide in modo decisivo sulle sorti del mondo.

Ringraziamo di cuore Paolo Bartalini per la sua disponibilità e gentilezza.

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Silvia Azzaroli

Sono una scrittrice perché quando scrivo mi sento viva e posso visitare nuovi mondi e nuove terre.
Amo la fantascienza, che per me è il genere per eccellenza ma apprezzo anche i noir, i romanzi storici e il fantasy;
Amo il cinema la cosidetta settima arte: Star Wars, Prima dell'Alba, Blade Runner, Lost in Translation, Her, Marie Antoinette, Pane e Tulipani, Gattaca, Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, Lady Hawke, Eternal Sunshine of Spotless Mind, Love Actually, Leon, Il signore degli anelli, La storia fantastica, Grand Budapest Hotel, ecc;
Le serie tv: in particolare Fringe, Twin Peaks, X-Files, Person of Interest, Doctor Who, The Expanse, 12 Monkeys, Broadchurch, Peaky Blinders, E.R., Friends, Quantum Leap;
la letteratura: Daniel Pennac, Jane Austen, Banana Yoshimoto, Ray Bradbury, Isaac Asimov, Robert Heinlein, Arthur Clarke, Agatha Christie, Paolo Rumiz, Baudelaire, Ungaretti, Manzoni, Petrarca, Marcela Serrano, Tolkien, Murakami e molti altri;
i mici, la musica, il tennis (King Roger Federer), la pallavolo(indimenticabile la nazionale di Velasco, Bernardi, Zorzi, ecc), il pattinaggio e molto altro.

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