Katniss Everdeen – Hunger Games: perché non è una Mary Sue

È una sfida impegnativa quella che mi accingo a compiere, tornando a scrivere nella rubrica “Perché non è una Mary Sue”. Una sfida che presenta alcuni punti ostici, perché, vi avviso, tirare l’acqua al mio mulino non sarà un’operazione semplice in alcuni aspetti che verranno analizzati, tuttavia ho raccolto ben volentieri il guanto che mi è stato lanciato.
Per chi non conosce il personaggio di Katniss Everdeen, o ne conosce solo una parte, l’AVVISO di SPOILER è pressoché obbligatorio, spoiler che proverranno sia dai libri – la trilogia di Suzanne Collins – sia dai film che dai romanzi hanno avuto spunto.
Come sempre cercherò di analizzare di volta in volta gli aspetti che caratterizzano il tipico stereotipo della Mary Sue e di metterli a confronto con le varie peculiarità del personaggio che invece si discostano da essa. In ultima, per una maggiore linearità possibile – ovvero per cercare di non saltare di palo in frasca – realizzerò gli articoli in modo molto simile ad una lista, la quale spero riesca a cogliere tutti gli aspetti più interessanti e con l’adeguato approfondimento che meritano.
Gli articoli? Sì, saranno in tutto due. Il primo parte da considerazioni generali e si addentra in seguito più specificatamente nella trama del primo libro/film, Hunger Games; il secondo articolo sarà il semplice continuato della trilogia, in cui verranno analizzati La ragazza di fuoco (Catching Fire) e Il canto della rivolta (Mockingjay), anch’essi nella doppia versione di libro e film.
Bando alle ciance, iniziamo!

Jennifer Lawrence e Katniss Everdeen:
Complice l’adattamento cinematografico, dare un volto al personaggio di Katniss è abbastanza facile quando si fa il suo nome. E qui c’è il primo, piccolo, scoglio: personalmente ritengo Jennifer una delle più belle e brave attrici del momento. Quasi fin troppo bella per un personaggio come Katniss, la quale anche nei momenti in cui subisce maggiormente lo scorrere degli eventi sul suo fisico, riesce sempre ad attirare lo sguardo. In questo frangente un po’ della Mary Sue c’è, ma – per fortuna! – nei film non è la bellezza di Katniss a catalizzare le vicende che le scorrono intorno, diversamente dallo stereotipo della Mary Sue, che a volte fa piegare la trama al suo fascino, regalando agli spettatori perle di improbabilità incredibili.
Nei libri questo dettaglio si perde in maggior misura. Katniss, una volta sistemata e passata tra le mani di chi deve occuparsi del suo aspetto, è una ragazza che può piacere o meno ma è un fattore del tutto irrilevante, se non in alcuni momenti. Ma è man mano che le vicende proseguono che Katniss perde tutta la sua “bellezza”: si pensi ad esempio all’assedio della residenza del Presidente Snow e alle bombe che cadono sui cittadini spaventati di Capitol City, nell’ultimo libro; in quel frangente muore la piccola Prim e Katniss porterà sulla sua pelle, letteralmente, le cicatrici del bombardamento. Niente bellezza miracolosa, ma solo la terribile crudeltà delle armi create dall’uomo che lasciano il segno, sotto tutti gli aspetti.

Il metodo di narrazione:
La trilogia della Collins è narrata in prima persona, dal punto di vista di Katniss. E questo, purtroppo, non aiuta, se ci si vuole distaccare dallo stereotipo della Mary Sue. Le fanfiction della peggior specie – ma anche alcuni romanzi con svariati numeri di vendita – pullulano di racconti autocelebrativi narrati dalla protagonista di turno. Badate, tutto ciò è molto diverso da quei romanzi che invece preferiscono come angolo privilegiato il punto del protagonista – si pensi ad Harry Potter, ad esempio, pur essendo scritto in terza persona – perché là c’è una scelta narrativa ben precisa, che è quella di dare al lettore pochi punti focali mentre tutt’attorno si dipanano le vicende, per farci vedere tutto attraverso gli occhi di alcuni specifici personaggi.
Ma nei racconti autocelebrativi delle Mary Sue di turno il punto di vista è praticamente un monocolo puntato solo sulla protagonista e che appiattisce tutto il resto.

Questo scivolone, per fortuna, non è riscontrabile nella trilogia degli Hunger Games e ciò è dovuto in buonissima parte proprio al personaggio di Katniss. La ragazza racconta gli eventi dal suo punto di vista, ci regala narrazioni sul suo stato d’animo, ma non si esime dal mettere in luce i suoi difetti, di mostrarli al lettore e lo fa spesso come presa di coscienza o come riflessione personale. Nessun intento autocelebrativo: Katniss è genuina, a volte fin troppo, e si mostra per quella che è senza fronzoli o abbellimenti di sorta. Inoltre racconta eventi, antefatti, pezzi di trama che va avanti tranquillamente anche senza di lei e serve per dare al lettore un quadro completo di quel che avviene.

Il triangolo no, non l’avevo considerato:
Quando uscirono i film ricordo la vivace diatriba sui social con le fan di un’altra saga, quella di Twilight, poiché in entrambe si riscontrava un fatto simile: la protagonista contesa tra due ragazzi. Come Bella Swan era contesa tra il vampiro ed il mannaro, anche Katniss sarebbe stata indecisa tra Peeta e Gale, due tra i principali personaggi maschili dei romanzi.
Apriti cielo. I toni degli scontri avrebbero potuto competere con la celebre Ka Mate degli All Blacks.
Non mi voglio dilungare su Twilight, che personalmente non apprezzo e che considero, quella sì, una trilogia degna di marysuaggine, ma è questione di gusti che mi appartengono e che non vogliono offendere nessun amante di quella saga. Anzi, nel caso rilancio la sfida ai lettori: qualcuno si imbarcherebbe nell’opera di analisi di quella trilogia così come ci stiamo accingendo qui?
Rimaniamo tuttavia sugli Hunger Games.
Katniss è davvero contesa?
La risposta è duplice: sì e no.Il “triangolo” non ci viene presentato come un dato di fatto, ma invece ha una sua precisa evoluzione: degli antefatti, uno sviluppo piuttosto travagliato, un epilogo. Questo sia nei libri che nei film.
Gale è il ragazzo con cui Katniss condivide le battute di caccia, assolutamente clandestine e proibite nel mondo in cui si trova. Con lui ci sono quindi degli ottimi agganci a livello sia narrativo che emotivo: i due sono in sintonia nelle metodiche di procacciamento del cibo necessario alla loro sopravvivenza. Non c’è nulla di idilliaco nei momenti che vivono nella vegetazione, se non qualche scherno tipico della loro età adolescenziale. Ma nient’altro, perché proprio non sta nei loro pensieri. La lotta per la sopravvivenza ha la precedenza.
Peeta è il ragazzo invaghito di Katniss fin da quando erano bambini. Lo scopriamo man mano, tramite i racconti che fa lui. Un innamoramento tenero e sincero. Ma c’è un “ma” grande quanto una casa: Peeta è il secondo Tributo e per la logica degli Hunger Games solo uno dei 24 estratti può tornare a casa vivo. Di qui la diffidenza di Katniss, che teme che quel sentimento sia tutta una farsa per riuscire ad uscire indenne dall’arena a scapito di lei. Nemmeno qui c’è spazio per alcun tipo di idillio, perché le attenzioni di Peeta si devono continuamente scontrare con l’implacabile meccanismo dell’arena – per ben due volte! – ed in seguito devono riuscire a farsi strada tra gli sprazzi del Depistaggio, una sorta di controllo mentale che gli viene instillato durante la prigionia a Capitol City.
L’atmosfera degli Hunger Games – il mondo di chiaro stampo totalitario, la gara dei Tributi, le truci battaglie contro Capitol City – è tale che quel triangolo è completamente funzionale alla vicenda ed agli eventi e non viceversa, ed anzi ne subisce le conseguenze, talvolta in modo assolutamente drammatico.

Katniss è indecisa se lasciarsi andare a Gale o Peeta ma non perché i due ragazzi sono innamorati della sua beltà e delle sue mirabolanti caratteristiche marysuesche, ma perché il mondo in cui vive non le permette alcun vano barcamenarsi, dato che è in gioco la sopravvivenza sua e di molte altre persone. Sia nei libri che nei film assistiamo così all’evoluzione di questo rapporto a tre ed è qualcosa che avviene passo dopo passo, motivata, bilanciata ed infine scelta con cognizione di causa.
Nessuno spazio per la Mary Sue, qui.

Hunger Games:
«Mi offro volontaria!»
L’urlo di Katniss durante la Mietitura riecheggia nella piazza. È il gesto eroico di una ragazza che fa di tutto per proteggere la vita della sorellina. Un’azione marysuesca? Forse sì, se non fosse che sia nel romanzo che nel film è possibile vedere tutta la paura di Katniss quando si rende veramente conto di quanto è appena successo. Paura e diffidenza insieme: la consapevolezza che deve uscirne indenne a tutti i costi la porta ad allontanare qualsiasi gesto di gentilezza nei suoi confronti, anche quelli più disinteressati, come il dono di un semplice pacco di biscotti da parte dei genitori di Peeta, il secondo tributo estratto. La Mary Sue di turno difficilmente si sarebbe comportata in modo così scontroso come fa invece Katniss per tutto il tempo, sia sul treno dei Tributi che durante la permanenza a Capitol City, tanto che ci sono alcuni frangenti in cui rischia l’antipatia. Tutto lo staff le rimprovera di dover essere più amabile per poter attirare gli occhi degli sponsor, lei spesso non fa che inguaiarsi in atteggiamenti che stanno all’esatto opposto.
Diciamocela tutta: se non fosse stato per il colpo di genio di Peeta, che “inventa” – ma non troppo – la storia dell’innamoramento, Katniss si sarebbe limitata a fare la figura della bella bambolina con un vestito fiammeggiante strepitoso, e qui ringraziamo il film che ci ha fatto ammirare con molta rassomiglianza il lavoro dello stilista Cinna.
Ma è nell’arena che Katniss oscilla tra un’apparente marysuaggine ed una più che evidente serie di botte di fattore C, dove la C sta per “fortuna pazzesca”. La ragazza ha dalla sua parte anni ed anni di stenti e di caccia clandestina, per cui sa cavarsela in modo più che egregio, ma ci sono alcuni momenti in cui ne esce viva solo perché estremamente fortunata. Quando viene punta dagli aghi inseguitori è solo grazie a Peeta che non viene beccata dagli altri Favoriti ed è la piccola Rue che la aiuta a curarsi; quando Clove riesce ad immobilizzarla e le punta il coltello alla gola, è solo grazie al fortuito intervento di Tresh che non viene uccisa e lui stesso avrebbe potuto tranquillamente farla fuori, ma la risparmia esclusivamente in nome della piccola Rue.
Il fandom, qui, si è rivelato uno dei più intelligenti che abbia mai visto, quando si è trattato di discutere su come sia iniziata la vera e propria rivoluzione contro la crudeltà di Capitol City. Non è merito di Katniss, non è stata lei l’iniziatrice di tutto, non è l’indomita guerriera senza macchia e senza paura che decide di scagliarsi contro i poteri forti, anche se una volta acquisita la consapevolezza necessaria accetterà di prendersi sulle spalle la questione della ribellione perché è una scelta in cui crede e che ritiene giusta.
La ribellione è iniziata con Rue.
Con quella piccola bambina del Distretto 11, che sceglie di fidarsi di Katniss senza chiederle nulla in cambio, che le cura le punture degli aghi inseguitori e le rivela l’utilità degli occhiali notturni. Lì è nato tutto, da due persone che riescono ad essere umane nonostante le truci regole dell’arena ad uso e spettacolo degli abitanti di Panem.
Katniss ha come merito quello di seguire la strada iniziata dalla piccola Rue e quando ne cosparge il corpicino di fiori, come omaggio per una morte tanto orribile quanto inaccettabile, si compie il punto di non ritorno per la rivoluzione.

(La morte della piccola Rue per me fu un trauma, prima nel libro e poi nel film. Per questo preferisco questa bella immagine dal backstage)

La ragazza di fuoco si trova suo malgrado a sfidare le dinamiche di Capitol City e del suo crudele spettacolo di intrattenimento. Se proprio vogliamo dirla tutta, Peeta si dimostra ben più coerente di lei, perché la protegge fin da subito; nelle ultime battute dell’arena arriverà a gettare il coltello e mettersi così alla mercé dell’amica, mentre ancora riecheggia nell’aria il cambio di regolamento che costringe di nuovo i due Tributi a mettersi l’uno contro l’altra.
Romanzo e film seguono lo stesso binario, con poche differenze, alcune delle quali sono più funzionali al grande schermo che alla pagina di un libro, ma la Katniss che ci viene mostrata è la stessa.

Che dite, vi abbiamo convinto almeno un pochino, o siete ancora dell’idea che Katniss Everdeen sia la classica Mary Sue? Chi fosse interessato – spero tutti – appuntamento entro una decina di giorni, con la seconda ed ultima parte dell’articolo.

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