Kilgrave: perché non è un Gary Stu

Prendete egocentrismo a palate, aggiungete una bella dose di fascino, cattiveria quanto basta. Mescolate il tutto, aggiungendo poco alla volta il potere di far fare agli altri tutto ciò che si desidera. Servire con molta cautela e soprattutto a persone con un certo tipo di QI, altrimenti saranno disastri.
Il risultato?
Kilgrave, alias l’Uomo Porpora, il villain che nella serie Marvel AKA Jessica Jones è magistralmente interpretato da David Tennant.
La rubrica “perché non è un Gary Stu” è nata con l’intento principale di porre un doveroso distinguo tra lo stereotipo del personaggio belloccio ma privo di spessore, capace di accentrare una trama inesistente unicamente per elogiare le sue pseudo-doti, e quei personaggi invece ben costruiti e strutturati a tutto tondo, che del Gary Stu forse possono aver la bellezza ma nient’altro in comune, e per fortuna aggiungo io.
Kilgrave tecnicamente non avrebbe nessuna ragione per essere equiparato al Gary Stu, né qui né in un qualsiasi altro universo parallelo, tuttavia l’atteggiamento adorante e quasi prostrato dimostrato da alcune fanciulle sui social network è qualcosa che fa riflettere e non solo in termini di comparazione a livello di fiction, ma anche in maniera più seria, poiché le tematiche affrontate variano dallo stupro allo stalkeraggio, fino all’istigazione al suicidio.
È decisamente il caso di provare a fare un po’ di chiarezza.

Kilgrave innanzitutto piace perché è David Tennant. Punto. Io stessa ho gli occhi a cuoiricino quando vedo quest’uomo e penso che ad indugiare tranquillamente sui canoni estetici dell’attore in questione non ci sia nulla di male. Non solo. Nel mio caso è il motore che mi ha spinto ad avvicinarmi ad una serie targata Marvel, cosa che non avevo mai fatto prima d’ora, quindi ben venga se l’interesse per un attore avvicina alla fiction di buona qualità. La presa di posizione su Kilgrave/Gary Stu parte dal sincero apprezzamento per la bellezza – vorrei dire figaggine, si può? – del suo interprete, ma con una necessaria precisazione: se l’attore non fosse stato parimenti affascinante, ma anzi fosse stato una persona non proprio apprezzabile dal punto di vista estetico, ci sarebbero state così tante donne adoranti?
Io dico di no, ed anzi, è assai molto probabile che il personaggio di Kilgrave si sarebbe preso tutti gli insulti possibili ed immaginabili per il suo comportamento.
Quindi l’aspetto fisico può indurre a cambiare la percezione del personaggio? Sì, senza dubbio. Il che lo considero un fatto abbastanza grave. Vediamo il perché, analizzandolo in poche righe.

Kilgrave, ovvero Kevin, è un bimbo gravemente malato, su cui i genitori fanno ogni sorta di esperimenti, la maggior parte dei quali ad alto tasso di dolore ed invasività. Il loro scopo è trovare la cura adatta a salvarlo, ma questo al piccolo viene omesso, cosicché egli si ritrova l’infanzia segnata da pesanti traumi psicologici che avrebbero fatto perdere la pazienza anche ad un santo. La sua mente di bambino si convince che i suoi genitori siano persone cattive e, esperimento dopo esperimento, sviluppa i poteri che gli conosciamo, ovvero far fare alle persone tutto quel che egli desidera. I genitori, terrorizzati dal figlio, riescono a fuggire e Kevin si ritrova completamente solo ed in balia di un potere che non è in grado di gestire non solo perché bambino, ma soprattutto perché traumatizzato.
Ciò che più mi ha impressionato del personaggio è che Tennant riesce magistralmente a fare emergere quel bambino quando è necessario, poiché di fatto Kilgrave altro non è che un bimbo nel corpo di un adulto: non è mai cresciuto mentalmente e questo lo dimostra con l’egocentrismo accentratore tipico dei piccoli, egocentrismo però all’ennesima potenza, traumatizzato e dotato di un potere incredibile.
A dimostrazione di questo è il fatto che Kilgrave utilizza i propri poteri soprattutto per cose apparentemente futili, come una cena al ristorante, un vestito nuovo, convincere una ragazza ad uscire con lui. Con superpoteri del genere un villain avrebbe tutte le carte in regola per aspirare al dominio del mondo, lui invece riduce ogni cosa alla propria sfera privata, all’appagamento dei propri desideri e basta, alla conquista di Jessica, proprio a misura di bambino, seppur con corpo e pulsioni da uomo adulto. Quando Jessica lo induce a compiere una buona azione e gli dimostra che il suo potere potrebbe essere volto per fare del bene lui prova l’euforia fanciullesca di chi ha fatto qualcosa di buono forse per la prima volta.
La peculiarità dei poteri di Kilgrave è che tuttavia lascia alle persone un nocciolo di coscienza di sé, coscienza impossibilitata a ribellarsi, ma consapevole di essere sottoposta ad una costrizione forzata di cui conserverà ogni ricordo, come dimostra il gruppo “vittime di Kilgrave”, in cui vari personaggi proveranno a raccogliere i cocci delle loro vite devastate dall’incontro con l’uomo. E qui ci addentriamo nella serietà dell’argomento. Un unico esempio su tutti, la povera Hope. L’accorato appello che la ragazza fa a Jessica, quando le rivela di aspettare un bimbo da Kilgrave, reca con sé tutta la drammaticità dello stupro, senza troppi giri di parole. Essere costretta ad andare a letto con un uomo, affascinante quanto vuoi, ma pur sempre sotto coercizione, è stupro a tutti gli effetti.

Torniamo quindi alla tematica del Gary Stu, il personaggio a cui si giustifica ogni cosa che fa, perché lui è bello, perché lui può e perché lui vale, come nello spot degli shampoo.
Empatizzare con Kilgrave in certe situazioni è abbastanza semplice, specie quando viene rivelato il suo passato e quando si ritrova davanti gli anziani genitori. Tennant fa un lavoro magistrale nel modulare la voce come stesse piagnucolando, similmente ad un bambino, salvo poi virare decisamente e con cattiveria quando sancisce la condanna a morte della madre.
Empatizzare si può, giustificare no, fare il tifo, poi, ancora meno. Perché è questo che è emerso da molte considerazioni, siano esse post sparsi o articoli su siti dedicati alle serie televisive. Kilgrave quale personaggio da amare, quale personaggio che ci si augura di incontrare nella propria vita e pazienza se si porta come bagaglio un bel po’ di vittime: è bello e gli si farebbe fare qualsiasi cosa.
Kilgrave come Mr Grey-ottimo direi delle svariate sfumature di nulla. O proprio come Gary Stu: bello e impossibile, cui tutto è consentito, anche le azioni più turpi.
Ma anche no, dico io.
Di uno come Kilgrave è legittimo avere paura, a prescindere dal canone estetico e se c’è qualcuno che avanza obiezioni affermando che tanto questa è solo finzione, come mai allora stiamo assistendo ad un fiorire di opere letterarie – qualcuna già trasposta sul grande schermo – che hanno per protagonisti svariati Gary Stu che perennemente oscillano tra lo stalkeraggio e la violenza psicologica, osannati da donne e ragazzine sognanti?
Il velo che separa finzione e realtà talvolta è talmente sottile ed impalpabile che sembra scomparire. Ma è sufficiente una discreta dose di senso critico, oltre che di sale in zucca, per riuscire a distinguere tra apprezzamento per una buona serie televisiva ed aspirazione a diventare vittime, soprattutto perché la seconda opzione, se si concretizza nella vita reale, non ha quasi mai un lieto fine.

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