La Rosa purpurea del Cairo di Woody Allen – Recensione

“… un faraone fece dipingere una rosa purpurea per la sua regina e la leggenda dice che è tutto un fiorire di rose sulla sua tomba.” (T. B.)

Nel periodo della Grande Depressione, Cecilia (Mia Farrow) si rifugia in un universo cinefilo dalle raffinate atmosfere. Un cosmo che le permette di esplorare realtà differenti, di respirare molteplici garbati contesti e di fantasticare tramite un mezzo potente: l’immaginazione. Un antidoto evasivo che contrasta la sua infelice vita lavorativa e coniugale.

Cecilia rimane folgorata dal film “La rosa purpurea del Cairo” a tal punto da rivederlo più volte, finché un giorno accade qualcosa di inaspettato: il protagonista della pellicola sopra citata, Tom Baxter di Chicago, esploratore e poeta avventuroso di ritorno dal Cairo (dove ha cercato, invano, la leggendaria rosa purpurea) rompe gli schemi. E come per magia buca lo schermo e irrompe sulla scena reale. Jeff Daniels si fa in due per Woody Allen, sdoppiandosi sia nel ruolo di Tom Baxter, sia in quello del suo interprete, ovvero Gil Stepherd. Cinema nel cinema. Metacinema di un certo livello. E in quel momento lo spettatore non può non invidiare Cecilia, spettatrice che incontra il suo beniamino; si accorciano, anzi si azzerano le distanze col mondo dell’impossibile. In bilico tra sogno e realtà. Già, ma cosa è reale? Di certo il talento del genio Alleniano, in grado di far convergere brillantemente dimensioni, non proprio, parallele.

Una sceneggiatura nella sceneggiatura da rivedere strada facendo, quindi. In preda all’anarchia. Spegnere il proiettore vuol dire “buio”: vuol dire “sparire”. E si sa lo spettacolo deve continuare. Le realtà effimere hanno i piedi d’argilla. E le piacevoli illusioni svaniscono. Resta la “settima arte”.

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