Star Wars Reloaded – L’Impero colpisce ancora e la filosofia

La rubrica Star Wars Reloaded prosegue e questa volta è dedicata all’approfondimento di Episodio V, L’Impero colpisce ancora.

Diversamente dal primo film della Vecchia Trilogia qui lo schema classico della fiaba non è più presente, poiché è una tematica più matura e profonda quella che Lucas ci propone, sia come trama cinematografica, sia come materiale cui ha attinto per la creazione di un film entrato nella storia. Che lo zio George nasconda messaggi, miti e filosofie varie nella saga dedicata alla galassia lontana è un dato appurato e impossibile da controbattere, ma è necessaria un po’ di attenzione per rendersene conto: come disse qualcuno, bisogna “vedere” e non solo “guardare”.

L’Impero colpisce ancora è il film della “ricerca”, sotto tutti gli aspetti.

Vediamo quali sono.

Dopo la disfatta avvenuta nel precedente episodio, ci troviamo dinanzi ad un Impero che cerca i Ribelli in ogni angolo remoto della Galassia. Darth Vader cerca Luke Skywalker ed è disposto a mettere a soqquadro ogni sistema di pianeti pur di stanarlo: vorrei ben vedere, il ragazzino gli ha fatto fuori la super-arma quale era la Morte Nera, chiunque non starebbe più nella pelle per incontrare finalmente quel Ribelle che sa fare uso della Forza. Vader-on-HothDopo il fuggi-fuggi generale da Hoth le strade dei nostri si dividono: Han e Leia cercano un posto in cui stare al riparo dagli inseguitori, l’Impero prima li insegue, poi li cerca e li precede a Cloud City; Luke cerca Yoda e finirà per trovare qualcuno e qualcosa che non avrebbe mai immaginato. E nemmeno la fine si smentisce: Boba Fett fugge con Han nella grafite, che si fa? Si va a cercarlo, che altro?

Sembra tutto semplice, ma George Lucas ci frega alla grande.

C’è una ricerca ben più importante di fondo e con essa devono fare i conti Darth Vader e Luke Skywalker. Il legame che li unisce è il vero e proprio colpo di scena finale che cambia completamente le carte in tavola e porta lo spettatore a ricredersi su quanto avvenuto fino a quel momento, poiché ora ogni cosa è da leggere in maniera differente da quella che si pensava. L’affannosa ricerca del Sith delle battute iniziali acquista adesso tutt’altro sapore. Non desiderio di vendetta, non personale regolamento di conti, ma desiderio di un padre a conoscere il proprio figlio, anche se non è certo un’accoglienza a braccia aperte quella che gli riserva.

Quanti di voi, dopo quell’ “Io sono tuo padre!” hanno iniziato a vedere Vader con occhi diversi? Quanti hanno sussultato a quello scambio di richiami a distanza tra padre e figlio, capaci di comunicare l’un l’altro con il solo pensiero?

Quanta strada, però, per giungere fino a quel punto! È qui che Lucas fa entrare in gioco la filosofia vera e propria: Socrate, Bacone e Cartesio ringraziano sentitamente.

“Devi disimparare ciò che imparato hai”, dice il maestro Yoda ad un reticente Luke, tra le paludi di Dagobah. banner_177Chi possiede un po’ di padronanza con la filosofia si rende facilmente conto di come Yoda sia il più socratico dei maestri esistenti sul grande e piccolo schermo.

Non bello – anzi! – piccolo di statura e sicuramente non un gran pezzo di marcantonio, a vederlo non gli si attribuisce nulla di speciale, ma non appena inizia ad impartire i propri insegnamenti tutti al suo cospetto diventano nani dinanzi ad un gigante; il sapere altrui, spesso fatto di luoghi comuni, si sbriciola come un fragile castello di sabbia e occorre una lunga e paziente opera di ricerca di sé per poter giungere alla giusta conoscenza.

Questo ritratto può appartenere tanto al filosofo greco, quanto al piccolo maestro jedi, chiaro monito di Lucas a non fermarsi all’apparenza.

mark-hamill-impero-colpisce-ancora-205537Proprio esattamente come Socrate, anche Yoda ha bisogno di compiere un lavoro di distruzione prima di poter addestrare Luke: nella filosofia di Bacone e Cartesio queste due operazioni sono chiamate pars destruens e pars construens; nella prima si demoliscono luoghi comuni, preconcetti, conoscenze errate, mentre nella seconda si procede al progressivo lavoro di conoscenza ed apprendimento. Un po’ come per costruire un edificio dove prima ne sorgeva un altro: si abbatte, si bonifica, si innalza un altro fabbricato. Socrate invece denominava questi due momenti ironia e maieutica.

Nel caso di Luke Skywalker in ballo non c’è un concetto da trovare, ma la conoscenza di se stesso (guarda caso il motto che Socrate fece suo fu il celebre “conosci te stesso” scritto sul tempio di Delfi). Yoda, poco a poco, demolisce tutte le sue certezze per introdurre il ragazzo a comprendere il mondo della Forza e cosa egli può fare con essa.il-tempio-di-apollo-a-delfi_29658

(Il tempio di Apollo, a Delfi, sede del celebre motto socratico)

“Non posso crederci!” esclama Luke, esterrefatto dinanzi al potere di Yoda.

“È per questo che hai fallito.” Risponde il piccolo jedi, con evidente rammarico.

Luke non è riuscito nell’impresa di liberare il proprio velivolo dalla palude di Dagobah non perché non ha saputo fare, ma poiché non ha saputo essere.

Essere in connessione con la Forza, essere in grado di credere in se stesso e nelle proprie capacità. Siamo nel campo della filosofia più pura.

Ma c’è ancora molta strada da fare, fino a quando, allenamento dopo allenamento, insegnamento dopo insegnamento, per il ragazzo giunge la prova del nove, nella grotta di Dagobah. Cosa ci sarà in quel luogo così strano?mark-hamill-as-luke-skywalker-in-star-wars

“Solo ciò che con te porterai”, risponde Yoda.

Il tema della grotta era centrale nella filosofia di Platone e credo che Lucas lo sapesse molto bene. Tra i suoi miti più noti uno era infatti il cosiddetto “mito della caverna”, che racconta i vari stadi progressivi della conoscenza: colui che aveva il coraggio di liberarsi dal fondo della caverna (simbolo delle percezioni errate dei sensi) giungeva infine fuori da essa ed apprendere la conoscenza suprema, il Bene, simboleggiato dal sole.

Luke entra nella grotta percependo il Lato Oscuro e convinto di trovare lì dentro un nemico da combattere, fino a che, invece, non trova davanti se stesso. È un insegnamento molto duro e drastico, quello che gli viene impartito (ricordo che da bambina, la prima volta Luke-trialche vidi il film, questa scena mi spaventò moltissimo). Ma è anche un insegnamento necessario ed ancora una volta più filosofico che mai: il vero nemico non è fuori, ma è dentro di noi, sono le nostre conoscenze errate, i nostri pregiudizi, l’errata idea che abbiamo di noi stessi. Ovvero la mancata conoscenza di sé, che rende quindi necessaria la ricerca dell’Io.

Il ragazzo riceve un pugno nello stomaco non da poco e Socrate sicuramente avrebbe applaudito questa lezione da parte di Yoda. Di certo l’evento lo turba moltissimo, ma, ahimè per lui, siamo ancora lontani dal traguardo.

Per Luke Skywalker la ricerca dell’Io potrà dirsi veramente compiuta – ma non conclusa – solo quando verrà a conoscenza di una verità fondamentale. Ed è qui che entra in gioco Darth Vader.

Diversamente dall’episodio precedente, ora Lucas regala agli spettatori piccoli stralci dell’identità di Vader. L’ammiraglio Piett irrompe nella sua camera di meditazione e così scopriamo che sotto quella nera armatura c’è un uomo, seppur deturpato da cicatrici terribili. Impaziente, poco tollerante al punto da far fuori i suoi sottoposti senza battere ciglio, sembra a tutti gli effetti il malvagio che gode della massima autorità. Review_HanSoloTortureRack_stillBQuando Han Solo viene torturato su Bespin, Vader non si limita ad assistere alla scena, ma si pone di fianco al nostro ribelle, quasi ad accertarsi che egli soffra veramente: il capo, protetto dalla maschera nera, è inclinato, una posa attenta ed interessata, molto diversa dalla staticità imperturbabile che ci si aspetterebbe da un villain come lui.

C’è un interesse dietro tutto questo, ed è far percepire a Luke la sofferenza dei suoi amici in modo da attirarlo in una trappola. Impossibile non rabbrividire dinanzi a tanta malvagità.

Lucas però gioca sporco e si diverte a disorientarci un tantino. Sappiamo delle intenzioni di Vader, eppure non è possibile non stupirsi dinanzi al povero C3-PO che viene dato a Chewbacca imprigionato. Quale interesse c’è in questa restituzione? Apparentemente nessuno, dovremo attendere la Nuova Trilogia per capirlo e per scoprire, così, che molto in profondità la fiammella di bene in Darth Vader non si è mai sopita, il bambino che su Tatooine aveva costruito un droide per aiutare la madre non è mai scomparso. Lo stesso si può dire del breve tentativo di ribellione di Chewbacca, cui segue una ramanzina di Han ed un bacio tra lui e Leia. Vader assiste, ma non s’impone. Potrebbe fare fuori il Wookie in un attimo, ma non lo fa. È un momento carico di tensione e ci vorrà l’ansia di morire nell’arena di Geonosis, nei Prequel, a darci il parallelismo necessario per comprendere.

Il cuore di Anakin Skywalker non ha mai smesso di battere sotto quella nera armatura.

Ma questo Vader ancora non lo sa, o non riesce ad accettarlo. Fino a quando non si trova faccia a faccia con Luke e quello che sembrava il punto d’arrivo si tramuta in un nuovo, incredibile, punto di partenza. Anche questa è filosofia, poiché per un filosofo ogni conquista nella sapienza deve diventare un trampolino di lancio per affrontare altro.

“Io, sono tuo padre!”

Massimo Foschi ci regala un’interpretazione a dir poco magistrale, a mio avviso meglio dell’originale James Earl Jones, perché cala l’accento su quell’“io” e dà i brividi.

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Darth Vader, rivelando di essere il padre di Luke, accetta finalmente di essere Anakin Skywalker. Accetta se stesso, di più, rivendica dinanzi al figlio la propria identità. Il cammino verso il Bene comincia da qui. Se Platone si trovasse ad analizzare questa situazione direbbe che per Vader è appena iniziato il processo di liberazione del mito della caverna: l’uomo imprigionato ha trovato la forza di liberarsi, anche se ora è necessario molto coraggio per non rimanere lì, sul fondo, protetti dalla comodità dei propri preconcetti.

La ricerca dell’Io per Anakin parte da qui e la spinta alla risalita gliela dà, involontariamente, proprio il figlio: Luke lo rifiuta e si oppone alla sua proposta di unirsi a lui, gli mostra che c’è un’altra via. Non ci è dato vederlo in volto, ma è chiaro che il padre è messo in crisi dal gesto del figlio. E quando, poche scene dopo, ci sarà il dialogo a distanza tra i due – uno sulla sua nave ammiraglia, l’altro nell’infermeria del Falcon – la proposta di Vader non ha più nulla dell’orgoglio sith, ma invece tutto il tono accorato di un padre che s’aggrappa disperatamente al figlio ritrovato per poter ritrovare se stesso. imagesAnche in questo Massimo Foschi ha fatto un lavoro eccellente, diversificando moltissimo quei due “vieni con me” pronunciati da Vader, il primo sull’orlo di un baratro ed il secondo dinanzi al Falcon in volo.

L’accettazione del proprio “io” ed il rifiuto di Luke aprono ad Anakin un altro baratro, non più quello del Lato Oscuro, ma quello della conoscenza di sé. Il romanzo L’Ombra dell’Impero – canonico a tutti gli effetti – ed Il Ritorno dello Jedi ci narreranno lo snodarsi di questo percorso, fino alla commovente risoluzione che tutti conosciamo.

La ricerca dell’Io per Darth Vader, iniziata con l’accettazione di essere Anakin Skywalker, parte proprio da qui.

E per Luke?

Dopo l’addestramento di Yoda ora Luke si trova dinanzi ad un dilemma, una nuova pars destruens che nessun maestro gli ha insegnato perché gli è piombata dall’alto. Tutte le sue certezze crollano, anche i racconti di Obi-Wan sembrano essere castelli di sabbia demoliti da una mareggiata: tutti gli hanno mentito sulla sua identità. Ma il cammino fin qui percorso ha dato i suoi frutti. Luke discerne e sceglie, con consapevolezza. Sceglie di rifiutare la proposta del padre, in seguito sceglierà di proseguire con il proprio cammino nella Forza. Ha imparato ed imparerà ancora.

“Luke.”

“Padre!”

“Figlio.”

Tre battute, tre parole, un intero mondo dietro ad esse (e qui mi commuovo sempre, come se non ci fosse un domani).

Luke definisce Vader “padre” quasi senza volerlo, segno di una conoscenza che viene addirittura prima dell’accettazione; dentro di sé sa che è vero quel legame, ma gli serve del tempo per accettarlo.

Dentro di sé, esatto. La ricerca dell’Io per Luke è un duplice lavoro, alla faccia di chi ancora oggi continua a sminuirlo, non capendo tutta la sua importanza. Ha dinanzi se stesso e suo padre e solo accettando l’uno può arrivare ad accettare e perdonare l’altro. O viceversa, sono validi entrambi i percorsi.

Non si ribella, non va in escandescenze, non mette la testa sotto la sabbia né tantomeno torna da Yoda a cantargliene quattro. Si immerge nelle vie della Forza, lavorando su se stesso, fino al momento decisivo in cui si troverà nella sala del trono della Morte Nera. Compie un lavoro paziente e certosino, fino a trovare quel Bene tanto caro a Platone e dare una lezione a Palpatine che lo credeva ormai spacciato.

“Avete fallito, altezza. Sono uno jedi, come mio padre prima di me!”

Conoscenza di sé, perdono e fiducia in suo padre: Lato Oscuro colpito ed affondato.

Sarà questo a dare ad Anakin la forza per distruggere l’Imperatore.

Questa, in sostanza, è la filosofia de L’Impero colpisce ancora.

Conosci te stesso e cambierai il mondo.

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