Andy Warhol. L’opera moltiplicata: Warhol e dopo Warhol

La prima cosa che colpisce una volta entrati nelle sale destinate alla mostra sono le pareti interamente ricoperte di carta argentata, dettaglio (non da poco) che richiama la celebre Factory newyorkese dell’artista. Un’atmosfera quasi magica che riesce a coinvolgere immediatamente i visitatori.
La mostra, a cura di Giacinto Di Pietrantonio, allestita alla GAMeC, la Galleria d’arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, racchiude in poco spazio numerose opere appartenenti ai diversi campi espressivi sperimentati da Warhol nel corso della sua carriera. Il titolo dell’esposizione nasce dall’affermazione dell’artista secondo cui «ogni cosa ripete se stessa». Oltre ai popolari ritratti in serie di personaggi politici come Mao Tse-Tung e del mondo del cinema come Marylin Monroe, possiamo ritrovare le opere di diffusione di massa realizzate a partire dagli anni Sessanta come la ormai celebre lattina di zuppa Campbell.Ma ad accogliere i numerosi ospiti, sono presenti anche alcune imperdibili chicche come gli stivali usati (e parecchio) dall’artista.

Ricca è anche la testimonianza del legame di Warhol con la musica rappresentato dalla vasta collezione di copertine di album musicali da lui disegnate.

L’interesse per la cinematografia si esprime attraverso il lungometraggio muto e in bianco e nero Empire nel quale l’autore riprende la sagoma dell’Empire State Building per più di sei ore, sebbene la pellicola ne duri ben otto grazie alla tecnica del long take che consiste in un’inquadratura di lunga durata.

Come un filo di Arianna la presenza di alcune celebri citazioni dell’artista riprodotte sulle pareti delle sale che accompagnano il visitatore lungo l’intero tracciato della mostra. Infine, sempre nello spirito della “riproduzione”, troviamo le creazioni di un altro grande autore contemporaneo, Damien Hirst: una coppia di sedie sdraio sulle quali ci si può comodamente adagiare per ammirare le opere dell’autore simbolo della Pop Art.

L’arte vista con occhi nuovi

Lassine, Mandjou, Eromonsele, Mamadou. Questi sono solo alcuni dei nomi dei ragazzi richiedenti asilo che hanno visitato la mostra “Andy Warhol. L’opera moltiplicata: Warhol e dopo Warhol” allestita alla GAMeC, la Galleria d’arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, inaugurata lo scorso 6 maggio. “Questa per me è la prima volta in un museo” confessa Mandjou “non ci sono mai stato nemmeno in Costa d’Avorio” suo Paese d’origine.

La visita alla mostra, dedicata all’artista simbolo della Pop Art, è solo una delle tante iniziative organizzate dalla Scuola di Italiano della Cooperativa Ruah che dal 2011 accoglie richiedenti asilo, ragazzi tra i 18 e i 30 anni che lasciano i loro Paesi per i motivi più diversi: povertà, guerre, terrorismo, persecuzioni politiche, religiose o di genere e che dopo un lungo viaggio attraverso il continente africano approdano sulle coste italiane, immagini a cui la cronaca in questi anni ci ha ormai abituato. Ma nemmeno dopo l’estenuante traversata possono ritenere il loro percorso concluso.

Nel nostro Paese l’iter burocratico per presentare domanda di asilo politico è lento e faticoso e costringe chi ne fa richiesta a un periodo di stallo in attesa della risposta della commissione territoriale che per la maggior parte di loro sarà negativa. In questo scenario di incertezze, l’apprendimento della lingua italiana, rappresenta una tappa obbligatoria poco dopo l’arrivo nelle strutture d’accoglienza del territorio. Lo scopo della scuola di italiano è cercare di favorire il più possibile l’integrazione dei profughi attraverso un approccio altamente pratico per promuovere concretamente l’insegnamento della lingua affinché la scuola sia utile alla vita quotidiana dei richiedenti asilo. Ed è in questa prospettiva di apprendimento attivo che si collocano le uscite sul territorio, non solo alle mostre d’arte, ma anche ai servizi offerti dalla città (l’ospedale, l’ufficio postale, i centri per l’impiego sono solo alcuni esempi) con l’obiettivo di creare un ponte con la comunità ospitante.

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