Maria Maddalena di Garth Davis – Recensione

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Non so esattamente cosa mi aspettavo da questa pellicola, temevo le allusioni sessuali forzate tra Gesù Cristo e la Maddalena, volevo il riscatto della peccatrice redenta, ma non c’era nulla di tutto questo nella pellicola di Davis. Rooney Mara ha interpretato una donna dai principi granitici, una creatura celestiale e immacolata, eterea e totalmente spirituale.

Non c’è traccia della visione classica della prostituta pentita. L’immagine stereotipata che abbiamo di questo personaggio è legata a bugie costruite nel passato e persino la Santa Sede ha dovuto riabilitarne la figura. Un po’ sinceramente mi dispiace, ero affezionata alla donna di facili costumi, era l’esempio femminile della speranza, della possibilità di cambiare completamente la propria vita, di rinascere. Mi mancherà. La Maddalena di Garth Davis è un raggio di pura luce, persino negli abiti si discosta da tutte le donne che la circondano, il velo bianco di tessuto grezzo che le copre il capo è in netto contrasto con i colori scuri delle altre femmine del tempo, quasi a sottolineare l’estraneità al resto del mondo, la purezza del corpo e dello spirito. Ed è questa singolarità che la porta a incontrare Gesù e a seguirlo, il bisogno concreto e ineluttabile di amare il prossimo senza condizioni, la necessità di dare un significato più profondo alla propria esistenza. Rooney Mara è perfetta, circondata da un’ aura mistica, così spirituale da apparire più intensa di Gesù, troppo intensa tanto da sembrare troppo distante per tutti noi. Joaquin Phoenix è un Cristo tormentato, pieno di dubbi e paure, un uomo, che uomo non è, e non riesce a trasmettere ai suoi compagni la sua eredità più profonda, la sua essenza. Troverà in Maria la sua ancora, il suo vero apostolo, la conduttrice ideale del suo messaggio d’amore e di speranza. Il rapporto tra i due è speciale ed estremo, una comunione ideale che ricorda San Francesco e Santa Chiara. Gesù da dignità a questa donna che vive in un mondo che le nega ogni diritto, la ascolta, le affida il suo cuore e i suoi messaggi, e da lei che decide di presentarsi dopo la resurrezione. Un Cristo dal sapore un po’ femminista, sull’onda attuale del politically correct, ma funziona e regala una lettura alternativa del Nuovo Testamento.

L’interpretazione di Phoenix è superba e forse meritava un film tutto suo, ma nel complesso tutta la ricetta non convince: tempi molto lenti e ampollosi, un’ossessiva ricerca di misticismo, il rito del battesimo come rinascita dal peccato, distribuito a profusione come le caramelle ai bambini. Chiwetel Ejiofor è un San Pietro estremamente difettivo, manca di struttura, di carattere, di spina dorsale, poteva interpretarlo chiunque e non si sarebbe colta la differenza. Tahar Rahim disegna il più umano e dolce dei Giuda, un uomo disperato, che si affida senza riserve ad un ideale che non capisce, un uomo smarrito che non si ritroverà mai più, forse la figura più autentica e umana del film, il più grande degli empi ma colui che suscita più pietà e comprensione. La carne al fuoco è molta, forse troppa, e viene cotta in modo un po’ caotico e confuso. In sostanza un film potenzialmente molto buono che spreca parecchio pathos sulla strada dei suoi 120 minuti, un’occasione persa, ma che assolve il compito di rivalutare e riabilitare una figura femminile leggendaria, anche se la fa somigliare molto a Madre Teresa di Calcutta ed elevarne la santità le fa perdere carisma. In sostanza bene ma non benissimo, bello ma non bellissimo.

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