#petaloso

#Petaloso

di Chiara Liberti

margherite

È viva. Nasce, si accresce, muta con lo scorrere del tempo, specie se s’incontra con altre sue simili. Corre il rischio di morire, se chi a lei si affida scompare per sempre. Ma più spesso le capita di tramutarsi in qualcosa di sterile, se chi la usa è sordo ad ogni ascolto.
È la lingua di un popolo, di qualsiasi popolo, diretta discendente di quei primi linguaggi che svariati millenni fa sorsero sulla Terra.
Il linguaggio, che mirabile invenzione dell’uomo!
Fu condivisione di informazioni necessarie alla sopravvivenza del gruppo, ma divenne un battito d’ali quando si fece esternazione di sensazioni ed emozioni: l’interiorità che si fa suono articolato e viene proclamata ad alta voce, chiacchierata oppure dolcemente sussurrata.
Proprio perché è qualcosa di vivo, il linguaggio ha talvolta necessità di essere rinfocolato, ravvivato ed il bello è che questo accade quasi esclusivamente a furor di popolo: una nuova parola che passa di bocca in bocca, quasi assaporata e gustata, per poi essere ripetuta ed usata nei contesti che ognuno trova opportuni. Troviamo termini inglesi italianizzati alla bell’e meglio (downloadare), parole che provengono dal contesto dei social network (taggare), o altre unioni semantiche dai gusti un po’ discutibili (apericena). Certo, magari non tutte o quasi nessuna di esse rientrerà nel dizionario della lingua italiana, ma già circolano ed è un dato di fatto. Forse passeranno, come le mode, ma qui ed ora non possiamo far finta che non esistano, anche se per alcune vorremmo veramente la cancellazione totale.
Da alcune ore la lingua italiana ha una parola neonata che è già diventata viralmente oggetto di discorsi e confronti: diamo il benvenuto a #petaloso!
Ebbene sì, perché per iniziativa di un bambino di terza elementare un fiore non è solo bello, colorato, profumato, ma è anche petaloso, ovvero dotato di molti petali. La logica è imbattibile, se poi è quella dei bambini possiamo stare pur certi che è anche ineccepibile.

#petaloso e l’Accademia della Crusca

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Al di là del termine coniato, che può piacere o meno – ma sulla cui effettiva correttezza l’Accademia della Crusca non ha avuto nulla da obbiettare – ciò che più mi piace di tutta questa vicenda è il grande risvolto educativo che essa porta con sé, quasi un regalo prezioso che ci è stato fatto e non posso non dispiacermi per chi, invece, in queste ore sta scagliando anatemi contro la vicenda ed i suoi protagonisti.
Fin da quando sono piccoli insegniamo ai nostri bambini che si deve pensare autonomamente, ascoltiamo – tra l’orgoglioso ed il terrorizzato – i loro mille “perché?” cercando di dare loro risposte soddisfacenti, insegniamo loro a non accontentarsi di risposte e domande preconfezionate, fatte tutte con lo stampino e che non conducono da nessuna parte.

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L’essere umano, fin dalla sua comparsa nel mondo, è una splendida finestra spalancata sulle possibilità. Si guarda attorno con curiosità, si fa domande, va in cerca delle risposte e quando non le trova, o le trova non soddisfacenti, si mette in cammino e fruga in ogni angolo dell’esistenza. In questo modo è cresciuto, ha appreso, ha saputo fare tesoro delle scoperte incontrate lungo il percorso. Ma non si è fermato, mai. E spero che non si fermerà mai, perché l’essenza stessa dell’essere umano è un moto perpetuo – non sempre progressivo, ahimè – è un impulso ad andare avanti, oltre i propri limiti. In fin dei conti è in perfetta sintonia con la natura e con l’universo che lo circonda. Entrambi non sono mai immobili, dal macrocosmo al microcosmo. Lo zero assoluto indica morte, vale anche per l’uomo, quando arriva a zero domande, zero interessi, zero progetti. Una morte non fisica, ma spirituale, e forse è anche peggio.
Che c’azzecca questo ragionamento con #petaloso?
Tutto.

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La simpatica arguzia inventiva di un bambino e la tenacia di una maestra sono lo splendido esempio di quanto sia bello non fermarsi, non lasciare perdere “perché tanto non è importante.” Questo bambino, ed anche noi, in queste ore ha appreso una bellissima lezione: farsi domande non è mai stupido, lottare, seppur nel piccolo, per avere delle risposte non è mai una perdita di tempo. Cerchiamo sempre di formare dei bambini così, ed avremo in futuro una generazione di adulti che non saranno imbrigliati nei lacci di conoscenze apprese a mò di tabula rasa, ma che si attiveranno per renderle esperibili, utili e belle.
Chi si aggrappa all’idea che questa trovata infantile stia avendo più risonanza di quel che le spetterebbe di diritto ha già imboccato la strada per quel fatidico zero assoluto. Chi si sta domandando “a cosa serve?” molto probabilmente si sarà anche chiesto a cosa servono i viaggi nello spazio, a cosa serve scoprire com’è fatto veramente Plutone, a cosa serve stare minuti con il naso all’insù per vedere che forma hanno le nuvole.
A cosa serve?

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A tenere spalancata quella finestra di possibilità in cui siamo gettati (caro Martin Heidegger, questa citazione è tutta per te). Se invece la teniamo ostinatamente chiusa ci precluderemo proprio il nocciolo del nostro essere umani; gli toglieremo l’aria, fino a farlo morire per asfissia. O, meglio, per apatia che odora d’immobilità.
E allora, che #petaloso sia.
Non solo per il piccolo Matteo, per i suoi compagni di classe e per l’insegnante.
Ma proprio per tutti noi.

P.S: per tutti coloro che in queste ore amano alla follia il mestiere di bastian contrario (de gustibus) e che si arrampicano sugli specchi, affermando che non è possibile che ogni nuovo neologismo creato a tavolino entri a far parte di una lingua (ci siamo trasformati tutti in esperti linguisti, eh?), a tutti costoro consiglio vivamente di aprire un libro di storia, anche un semplice manuale da liceo può andar bene. Fatto, aperto? Bene, ora leggetelo. Vi sembra tutto normale, tutto a posto? E invece no, perché un manuale di storia è uno dei testi con più neologismi creati a tavolino, che poi sono entrati a far parte del vocabolario comune: Medioevo (si fa risalire all’umanista Flavio Bionda, nella seconda metà del XV secolo), Illuminismo, Precolombiano…  Come dite? Dite che sono termini creati da studiosi e non da bambini? E chi o cosa impedisce ad un bambino di creare qualcosa che gli adulti non hanno pensato? Chi dà l’esclusività a noi grandi? Scendiamo dal piedistallo, per cortesia, poiché l’unica realtà che sta emergendo da queste critiche feroci è la pochezza di mente di coloro che le partoriscono.

A scanso di equivoci, per gli eventuali rompibolle: siamo a conoscenza che la margherita non è un fiore, quindi non può essere definita #petalosa, tuttavia è un’infiorescenza che piace ad entrambe le articoliste e quindi ciccia, che foto di margherite siano.

#Petaloso

di Silvia Azzaroli

Ci ho riflettuto su prima di provare a scrivere qualcosa su questa vicenda, avrei voluto essere più lucida, ma temo di non esserlo abbastanza.

Un bambino di 7-8 anni crea una parola, #Petaloso, la sua maestra sottolinea tale parola con il rosso scrivendo: “Errore bello” poi si rivolgono all’Accademia della Crusca per sapere se il termine può essere considerato corretto e possa dunque entrare nel linguaggio corrente.

L’Accademia della Crusca dichiara il termine corretto, facendo esempi simili che finiscono sempre in “oso”, ma aggiunge anche che la parola per entrare nel dizionario, debba diventare di uso comune.

Fin qui i fatti.

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C’è chi leggendo la notizia la trova carina e decide di aiutare, tramite un hastag, a far sì che questo termine entri nel dizionario, chi invece non lo apprezza (e ci mancherebbe lecito che ci sia il dissenso) e tra alcune di queste persone che non lo apprezzano, sottolineo alcune, deve essere scattato qualcosa dentro, un meccanismo perverso che le fa diventare a-social.

Perché dico questo?

Perché da ieri mattina ho letto delle critiche talmente feroci contro il bambino e la sua maestra da far impallidire uno scaricatore di porto.

Ho riletto varie volte certi commenti ed ero, anzi sono allibita.

Ma è davvero necessaria tanta cattiveria?

Ma non vi vergognate almeno un po’?

No, poi grandiosi tirare fuori Umberto Eco, quello che passava le sue giornate al bar, tra gli amici e considerava Dylan Dog un capolavoro letterario al pari dell’Iliade, sì proprio lui, usarlo per denigrare un bambino di otto anni e la sua maestra.

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Credete veramente che Eco si schiererebbe con voi?

Con chi critica con tanta ferocia e cattiveria un bambino?

Gli tarperebbe le ali?

Eco è quello che ha lasciato che stravolgessero il suo romanzo, Il nome della rosa, uno dei suoi capolavori, per far sì che diventasse un film altrettanto bello. E credete sul serio che scatenerebbe una guerra contro #Petaloso?

Stiamo parlando dello stesso uomo che ha creato una casa editrice, La Nave di Teseo, perché contro la creatura, parole sue, “Mondazzoli”?

Lo stesso uomo che, in barba anche al conformismo di certi atei ultra razionalisti, era amico di Carlo Maria Martini, che raggiunse nel suo buen ritiro e con cui scrisse “Conversazioni notturne a Gerusalemme”? Attenti ad usare Eco, con la frase degli imbecilli, sapete.

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Lui era quello delle strade non battute, delle strade diverse, era contro il pensiero unico.

Non dico che si sarebbe schierato a favore di #Petaloso, non ne sono sicura, era un uomo troppo imprevedibile, ma di certo non avrebbe approvato la cattiveria verso un bambino.

Lui era un semiologo, ovvero uno studioso del linguaggio verbale, a cui dava un’importanza fondamentale.

La nostra lingua, sia scritta che parlata, si evolve, non può rimanere ferma e statica, può darsi che #Petaloso non entri mai nel nostro dizionario, non è quella la cosa importante, l’importante è non aver tarpato le ali all’immaginazione di un bimbo, avergli fatto capire che non deve seguire strade precostituite per sviluppare la sua intelligenza.

Quanti scienziati e letterati hanno creato qualcosa di nuovo facendosi ridere dietro dai propri contemporanei?

C’è chi finì persino al rogo per questo.

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Il linguaggio è vitale per la comunicazione umana, rappresenta parte di noi, del nostro tempo, del nostro vissuto.

C’è un film che ho amato moltissimo, “Un’altra giovinezza” di Francis Ford Coppola, tratto da un libro di un allievo di Jung (grande studioso dell’animo umano), Mircea Eliade, dove il protagonista prova ad andare alle origini della lingua, per scoprire quale è stato il primo linguaggio dell’essere umano, probabilmente per rispondere ad una delle domande: “Chi siamo? Da dove veniamo? Dove stiamo andando?”

E’ un percorso che va a ritroso quello del film e del libro ma che ci permette di guardare al futuro. Siamo partiti da un linguaggio gutturale, fatto di pochi segni e ora esistono una miriade di linguaggi, con tantissime parole.

Sapete che in Giapponese esistono ben sei modi di dire “Ti amo”? Credete sia uno spreco di tempo?

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Il linguaggio del Giappone è molto diverso dal nostro, si basa su una struttura incompatibile per mille ragioni, noi usiamo l’alfabeto, loro gli ideogrammi. E ad ogni ideogramma corrisponde un significato complesso e profondo: lo studio delle lingue è anche lo studio di un popolo, di una cultura.

Pensate se qualcuno fosse andate dalla prima persona che aveva usato gli ideogrammi e lo avesse preso in giro. Magari è anche successo, non possiamo saperlo. Questa persona forse è andata avanti lo stesso, non si è abbattuta, ha percorso una strada diversa, facendosi deridere da tutti perché sentiva il bisogno di esprimere pensieri propri in maniera nuova, senza seguire i maestri e i guru di turno.

E questo mi fa pensare ad un’altra cosa, che mi era già venuta in mente leggendo lo splendido pezzo di Chiara, ovvero ad un libro che sicuramente pochi conoscono: “Se incontri Buddha sulla tua strada uccidilo”, di cui ho sentito parlare nella mia serie preferita, Fringe, da Peter Bishop, il quale dice: “Mi ha insegnato a non dare niente per scontato, a non accettare risposte preconfezionate.”

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Questo non vuol dire buttare all’aria le proprie tradizioni e la propria cultura, ma al contrario a cercare nuove risposte e nuovi orizzonti, seguendo la nostra curiosità, la nostra immaginazione, il nostro istinto, non dando per scontato niente, perché magari così potremmo trovare nuove strade, inventare nuove parole, conoscere nuovi mondi.

Qualcuno conosce la favola di Esopo, quella sulla formica e la cicala? Sicuramente sì.

Non molto tempo fa un grande scrittore italiano, Gianni Rodari, osò scrivere la sua risposta a questa fiaba vecchia di millenni, andando contro la tradizione e le regole. Era un autore per bimbi.

Chiedo scusa alla favola antica
se non mi piace l’avara formica.
Io sto dalla parte della cicala
che il più bel canto non vende, regala.

C’è qualcuno che non si commuove di fronte a questi pochi versi?

E allora viva #Petaloso, viva il bambino che l’ha creata e la maestra che ha definito tale parola: “un errore bello.”

P.S: io da tempo ho inventato “miagoleggiare” dite che posso mandarlo alla Crusca?

Ri.P.S: se questo è il mondo degli adulti, me ne torno da Capitan Harlock, da Peline e da Heidi. Almeno certe parolacce non le dicono.

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