The Experiment: che cosa stiamo facendo?

È innegabile: per quanto riguarda i diritti civili, viviamo uno dei periodi più bassi e pericolosi degli ultimi decenni. La società sembra essersi aperta alla comunità LGBT, alle persone di colore, alle donne, agli stranieri, ai credenti di altre religioni, ma forse si tratta di un’apparenza realistica al punto di credersi dentro Matrix.
I casi di violenza accertati sono un numero in crescita costante, ormai in doppia cifra e il fenomeno non accenna a scemare. Anzi, viene incrementato ogni giorno da nuovi atti di brutalità, sempre più efferati e agghiaccianti.
Per dire: Il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subito una qualche forma di violenza, fisica, sessuale o psicologica, nel corso della sua vita*. Ogni tre giorni viene registrato un caso di omofobia**, spesso riferito alle coppie maschili.
Ogni tipo di discriminazione ha un nome specifico: misoginia, omofobia, classismo, xenofobia, teofobia e tanto altro. Eppure, l’ostilità nei confronti del diverso può essere riassunta nel senso più moderno della parola “razzismo”: non più volontaria distinzione in razze e supremazia di una sulle altre, ma l’egemonia di un gruppo su di un altro.

Sono ormai pochi coloro che si soffermano sui pregi e sui difetti dell’essere umano specifico per avere un’opinione della suddetta persona, senza tirare in ballo l’intero gruppo da essa rappresentato.
Uno straniero commette uno stupro? Gli immigrati sono tutti stupratori.
Un uomo gay pedofilo? I gay sono tutti pedofili.
Una donna provoca un incidente? Le donne non sanno guidare.
E si potrebbe continuare per ore.
I tedeschi indossano i calzini bianchi con i sandali? I tedeschi son tutti crucchi.
I francesi non hanno il bidè? I francesi puzzano.
Gli americani hanno inventato il cheeseburger? Gli americani sono tutti grassi.
Associazioni non prive di senso, ma pregne di discriminazione spicciola che denota poca capacità di ragionamento, riflessione e diciamola tutta, intelligenza. Accomunare tutte le donne in quel gruppo di donne che non sanno guidare è discriminatorio; accomunare tutti gli uomini omosessuali alla pedofilia è discriminatorio; accomunare tutti gli stranieri alla figura dello stupratore efferato è discriminatorio. Perché? Perché le parole “tutto”, “tutti”, “tutte” indicano proprio il totale, l’intero gruppo che si prende a esame. Ergo, quanto è stupida una donna dall’auto da sempre immacolata che inneggia contro tutti gli immigrati? Quanto è stupido un ragazzo gay libero e orgogliosamente dichiarato che accusa tutti gli uomini di essere violenti con le loro compagne? Quanto è stupido un uomo che non ha mai picchiato la sua compagna, ma che si scaglia contro tutti gli omosessuali del pianeta? Ognuno è pronto a dichiarare di essere un’eccezione nel gruppo di cui fa parte, ma nessuno è disposto ad accettare l’esistenza di altre eccezioni negli altri gruppi contro cui è solito scagliarsi.
Categorie, ecco il punto: egemonia di una categoria su di un’altra. L’appartenenza a uno o all’altro gruppo determina in anticipo ciò che siamo, ciò che ci piace, ciò che odiamo, i valori in cui crediamo, senza lasciare spazio a un’intelligenza personale e/o a un’anima tutta propria. Bollati, con un divieto di partecipare a una qualche attività o con una piccola toppa a forma di stella: il tutto ancora prima di avere aperto bocca, ancora prima di aver espresso la propria opinione, ancora prima di essere stati noi.
Questo è il sapore acre e amaro che lascia ‘The Experiment – Cercasi cavie umane’. È un film per cui mi espongo in prima persona e che io, Sara, consiglio a qualsiasi essere umano con l’anima ancora recuperabile.
The Experiment è un film tedesco del 2001, diretto da Oliver Hirschbiegel e tratto dal romanzo di Mario Giordano, ‘Black Box’. La storia, ripresa negli Stati Uniti dal solito remake omonimo del quale non se ne sentiva il bisogno, è basata sugli eventi riguardanti l’esperimento psicologico carcerario di Stanford del 1971, ad opera dello psicologo americano Philip Zimbardo. Il progetto aveva lo scopo di indagare sul comportamento umano in riferimento alla divisione per categorie.
Cosa accadrebbe se a dei volontari venissero dati dei ruoli specifici da interpretare? La loro posizione influenzerebbe la loro condotta?
L’esperimento si svolse tra le mura di un finto carcere, con alcuni volontari nel ruolo delle guardie e altri volontari nei panni dei prigionieri. Nonostante i primi momenti di quiete, giovialità e anche una certa alleanza goliardica contro gli studiosi al di là dei vetri, la situazione prese presto una direzione sconcertante e drammatica. Dopo due giorni si verificarono i primi comportamenti violenti, con detenuti e guardie ormai calati nel ruolo assegnatogli. I carcerati legarono tra loro, protestarono contro le guardie e dopo essersi strappati di dosso le divise, arrivarono a barricarsi nelle celle inveendo contro gli agenti. Quest’ultimi, dopo aver instaurato un rapporto di complicità, iniziarono a far valere il finto grado in loro possesso e da quel momento in poi, l’esperimento andò fuori controllo. Le guardie costrinsero i prigionieri a cantare canzoni oscene, espletare i bisogni in secchi impossibili da svuotare prima del raggiungimento del bordo, pulire i bagni senza guanti e poi, con la lingua. Dopo il quinto giorno, nel momento in cui i carcerati si mostrarono provati fisicamente e psicologicamente dal trattamento subito (esibendo i sintomi di disgregazione individuale/collettiva e seri disturbi emotivi e psichici), Zimbardo decise di interrompere l’esperimento tra la soddisfazione e il sollievo dei prigionieri e il disappunto scontento delle guardie.

The Experiment è mostrato dal punto di vista di Tarek Fahd, anche detto Numero 77, un tassista e ex reporter che crede di poter tornare alla vecchia occupazione grazie a un possibile scoop. L’occasione giusta gli viene offerta dall’esperimento pubblicizzato su un giornale, dove un equipe di psicologi cerca volontari disposti a interpretare i ruoli di guardie e ladri per due settimane, con duemila euro di compenso.
Tarek, interessato ai possibili risvolti torbidi della faccenda, si presenta ai colloqui con degli occhiali che inviano le immagini a un videoregistratore portatile con l’aspetto di un walkman. La questione si fa subito intrigante e incerta nel momento in cui uno degli psicologi presenta il documento attraverso il quale le cavie rinunceranno alla loro privacy e ai loro diritti civili per l’intera durata dell’esperimento: la violenza è vietata da parte di chiunque e la pena è l’espulsione immediata dal progetto, senza paga.
Seguendo i fatti di Stanford e il racconto di Giordano, anche in The Experiment si arriva agli eccessi di violenza sopracitati, ma vederli con i propri occhi è… davvero straziante.
Il bilancio finale sembra un agghiacciante bollettino di guerra, con vittime presenti in ogni fazione e reati che non si credevano possibili in un ambiente simile.

Se è vero che un’opera (film, serie, libro, quadro, musica, etc…) deve smuovere qualche emozione per essere riuscita, The Experiment ci riesce appieno. Nella sua versione tedesca, il film è duro, crudo, forte. Colpisce lo spettatore con un pugno allo stomaco che sembra quasi vero e di cui ci si sente di portare le conseguenze dopo la visione. Impedisce di respirare, di deglutire, chiude la gola e mette un velo di agitazione sul cuore.
L’alone oscuro che permea dall’opera tedesca aiuta la bruttura degli eventi a emergere nella sua forma più sgradevole e violenta, mentre la buona fotografia fa il resto. I dialoghi scarni aiutano le immagini a dire tutto il necessario, gli interpreti sono davvero credibili e portano lo spettatore a toccare punte di inaspettato odio nei loro riguardi. La regia è buona, anche se gli eventi e le emozioni che ne suscitano non permettono al destinatario di soffermarsi molto sui dettagli tecnici del film.
Ci vorrebbe una seconda visione, ma dubito che ne avrò mai il coraggio. Il film è spaventoso e in quanto tale, è quasi un obbligo morale vederlo. Lo consiglio fortemente a chiunque e anche se so che nessuno lo rivedrà una seconda volta, la prima concedetemela sulla fiducia a titolo personale.
The Experiment mostra ciò che sentono sulla pelle tutte le vittime di razzismo: abuso, violenza, paura, dolore, rabbia e senso di ingiustizia. Dal punto di vista intellettuale, parlare di misoginia, xenofobia, omofobia, etc, è sciocco e superato: la parola “razzismo”, nel suo significato più moderno, racchiude una viscida e stupida forma d’odio. Odio per qualsiasi cosa fa l’altro, per qualsiasi cosa non fa l’altro, per qualsiasi cosa è l’altro, ma spesso ci dimentichiamo di essere anche noi un ‘altro’ per qualcuno.
Il mondo non è noi-centrico. Cosa stiamo facendo?

*Fonte: ilsole24ore.it
**Fonte: 2ANEWS.it

 

 

 

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