Tomb Raider di Roar Uthaug con Alicia Vikander

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Distribuito nelle sale italiane a partire dal 15 marzo 2018, Tomb Raider è il terzo lungometraggio della saga cinematografica dedicata all’eroina Lara Croft, precedentemente interpretata da Angelina Jolie.
Il reboot vede come protagonista Alicia Vikander ed è stato preceduto da Lara Croft: Tomb Raider (2001) e Tomb Raider: La culla della vita (2003), diretti rispettivamente da Simon West e Jan De Bont.


Alla ricerca di una tomba leggendaria, la ventunenne eroina intraprende un lungo viaggio che la conduce sulle coste di un’isola misteriosa del Giappone; non proprio una moderna Laputa di Miyazaki, ma di certo ultima meta del padre partito in missione sette anni prima senza far ritorno.
Non manca quel pizzico di retorica riferibile per lo più ai ricordi d’infanzia e di gioventù della protagonista, a dinamiche affettive connesse al padre Lord Richard Croft (Dominic West), estroso archeologo il quale in un videomessaggio le chiede di bruciare carte contenenti le sue ricerche, assumendo un atteggiamento melodrammatico che implica la vana emulazione di un Virgilio che chiede agli amici letterati, Vario e Tucca, di annientare l’Eneide e induce la figlia a divenire una sorta di Augusto oppositore!


Roar Uthaug, regista della pellicola, non punta tutto su una sceneggiatura munita di dialoghi forbiti, ma sul potere evocativo di una scenografia valorizzata dagli effetti speciali e che poco si presta a riflessioni archeologiche, ma molto concede alle scene d’azione.
Vane, a mio avviso, le polemiche suscitate dai detrattori sessisti di Alicia Vikander in correlazione al suo aspetto fisico, in quanto poco formosa rispetto all’eroina dei videogame: l’attrice è riuscita a decifrare i codici del suo personaggio, a cucirlo addosso sdoganando futili stereotipi, a personalizzarlo con fare sarcastico, a conferirgli un elevato grado di umanità e ancora a caratterizzarlo con il piglio risoluto tipico di una guerriera che esplicita degnamente la propria cifra stilistica.

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