Un inverno in ospedale – La mia lunga degenza

Ci ho messo parecchio tempo a trovare il coraggio di riaprire gli appunti presi in ospedale durante la mia lunga degenza.

E’ stato, e per certi versi lo è ancora, un periodo molto difficile.

Non so dirvi come ne sono uscita.

Alcuni dicono più forte, più consapevole, non saprei.

Ho visto diverse cose in ospedale, alcune positive, altre negative e comprendo, più come mai, come non sia sempre facile affidarsi al personale medico.

Essendo stata più o meno indipendente durante il mio ricovero, alcune volte si è sottovalutato la mia malattia (mi scuserete se non dirò mai il nome, è una cosa che vorrei restasse privata, per quanto possibile), da parte di alcuni ausiliari e alcuni infermieri. Altri, invece, si sono mostrati affettuosi e gentili.

Non ho mai capito una cosa. Perché si passi da un’esagerazione all’altra, ovvero: se sei anziano non ti considero che tanto non servi (sì succede ahimè) oppure se sei giovane, anche se hai una malattia grave stai sicuramente meglio dell’anziano che ha un’unghia incarnita…

Per come la vedo io rispetto e gentilezza dovrebbero essere riservati a tutti, in egual misura e poi, certo, se qualcuno sta peggio, dovrebbe avere qualche attenzione in più, ma partendo dalla base di cui sopra. E no, l’età non dovrebbe contare.

A dicembre ricordo di aver avuto una bella chiacchierata con tre giovani dottoresse molto aperte e disponibili.

Fu molto bello poter parlare di scienza con chi ne capisce.

Posso dire che se ci approcciasse sempre in questa maniera molte persone si sentirebbero meno sotto pressione e più disposte ad ascoltare i consigli dei medici.

So che l’attuale guerra tra vaccinisti e no vaccinisti dipende anche da questo.

Serve un dialogo costruttivo, non barriere.

Abbiamo sbagliato tutti.

Alcuni pazienti che pretendevano di essere sempre al centro dell’attenzione e il personale medico a non accorgersi dei bisogno dei pazienti.

Io, per mia fortuna, ho accanto due specialisti molto preparati (uno dei due è del Tulipano Bianco. Fringe mi perseguita XD) e molto bravi anche dal punto di vista umano.  Li posso considerare dei quasi amici e mi stanno aiutando molto in questo difficile problema che mi porterò dietro a lungo, forse a vita, salvo scoperte della ricerca.

Non ce l’ho mai avuta con le mie vicine, tranne forse la tipa un po’ ehm eccentrica incontrata alla rosa gialla, ma non voglio parlare di lei.

Ai tempi aveva iniziato a seguirmi anche una dottoressa, che, pure lei è sempre molto gentile ed affettuosa quando mi vede. Sapete quanto aiuta un sorriso? Tanto. So che è banale ma credetemi serve.

So che anche i medici hanno i loro problemi, me ne rendo conto, non pretendo che siano sempre di buon umore, non è quello il punto, si chiede solo un po’ di empatia. In fondo tutti i medici studiano psicologia, no?

Rammento che ai tempi mi chiedevo cosa avrebbe fatto la mia (pardon socia, la nostra) Dalia, la protagonista de “La Memoria del futuro” in questi posti. Forse si sarebbe trovata a suo agio con la suddetta dottoressa, con i due specialisti, con le giovani dottoresse di cui sopra, con diverse ausiliare (tra cui una compagna di scuola di mio fratello più grande, un vero angelo)e infermieri, ma non avrebbe sopportato la mancanza di tatto di altri, conoscendola avrebbe piantato un casino in direzione. Sì riesco proprio a vederla.

In fondo fece qualcosa di simile con il grande Adrian Chapman.

Lei è una ricercatrice, è stata un topo di laboratorio ma poi si è ritrovata a curare le persone, anche all’incontro con Curtis.

Curtis, che pur non essendo un dottore, ha saputo operare suo padre Adrian, grazie alle sue conoscenze.

Mi sono mancati molto Curtis, Dalia, Jason.

Mi è mancata soprattutto la mia famiglia, malgrado tutto so che ci vogliamo bene ed è stata dura per tutti.

Da questa esperienza davvero dura ho imparato quanto siamo fragili.

Dell’adolescente conservo ancora tante cose, compresa la sensazione di sentirsi immortali, come diceva un mio prof di matematica al liceo.

Adesso, dopo tutto quello che è successo, ho iniziato ad avere paura della morte.

Tuttavia credo sia una paura sana che mi permette di vedere le cose più lucidamente.

Non voglio più discussione avvelenate, anche se purtroppo qualcuna l’ho sentita da allora.

Se solo certe persone capissero.

Non voglio che le persone che mi vogliono bene non sappiano quanto tengo a loro.

Debbo davvero diventare giornalista e scrittrice.

Questa è la mia strada.

Ora più che mai lo so.

Anche se una parte di me non riesce a scordare la laurea mancata in medicina.

Forse, chissà, un giorno riprenderò, dopotutto lo scrivere e curare non sono in contraddizione…

Silvia Azzaroli

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10 commenti su “Un inverno in ospedale – La mia lunga degenza”

  1. grande Silvy.
    condivido tutto.
    ed è vero che durante certe crisi si capisce cosa si vuole veramente, e ci si mette pure un pochino di fretta… <3

  2. In fondo tutti i medici studiano psicologia, no?

    Credo che l’obbligo sia molto recente e che quindi solo i medici giovani la abbiano studiata (la cosa non esclude che l’esperienza renda un po’ psicologi… ma studiarla è comunque altra cosa).

    Ad ogni modo… forza Silvietta!

  3. Per quanto la vita ti metterà ancora alla prova, sono certo che ce la farai perché, dopo ogni prova, diventerai ancora più forte. Sono fiero di essere tuo amico e spero di rimanere sempre degno della tua amicizia.

  4. Esperienze come questa, che hai voluto condividere, ci fanno capire quanto sia importante il valore della salute. Cosa che troppo spesso troppe persone danno per scontata. Personalmente ritengo che i due maggiori parametri di misurazione del reale livello di civiltà di un paese siano l’accesso all’istruzione e, appunto, alla sanità. Tutti devono avere la possibilità di essere curati in modo adeguato.
    Mi piace del tuo scritto il sottolineare il lato “umano”, che in queste circostanze è fondamentale. La capacità di saper ascoltare in questi frangenti rappresenta un valore aggiunto, una dote essenziale per chi svolge la professione medica.
    In bocca al lupo Silvia, di cuore.

  5. Cara, fortissima Silvia,
    anche se come infermiera vedo il dolore tutti i giorni, e tanto ne ho attraversato anch’io sulla mia pelle, le tue parole mi hanno commossa.
    E’ vero quando dici che un sorriso, una parola, un po’ di empatia curano più di mille medicine, è giusto, umano e sacrosanto tutto quello che hai scritto.
    Ti abbraccio con affetto.

    1. Carissima Annina, sei tu che mi fai commuovere. Sapere che una professionista come te si trovi d’accordo e si sia emozionata per quanto ho scritto è splendido. Spero di essere forte quanto dici. Ti abbraccio, Silvia

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