Wind River – Taylor Sheridan – Recensione

Il film I segreti di Wind River è il terzo e ultimo atto della “trilogia della nuova frontiera”, preceduto da Sicario e Hell or high water, diretti rispettivamente da Denis Villeneuve e David Mackenzie.

Taylor Sheridan, stavolta, oltre alla sceneggiatura firma anche la regia di questo capitolo conclusivo e quel che se ne ricava è uno scenario antropologico zeppo di elementi culturali risultanti da una piacevole commistione etnica che, nel caso specifico, interessa indiani e bianchi.
Il panorama interculturale si interseca con un registro simbolico che rispecchia la pericolosa relazione tra cacciatore e preda, tra carnefice e vittima o ancora tra uomo e natura.
Vendetta e violenza costituiscono altre due componenti, oltre a quella etnico antropologica, che legano Wind River ai lungometraggi antecedenti sopra citati: l’una il punto d’arrivo o meglio un piatto servito freddo, l’altra connessa ad atti efferati quali lo stupro e l’omicidio.
La vicenda si svolge nel Wyoming, nella selva indiana di Wind River, luogo in cui viene inviata la giovane agente dell’FBI Jane Banner (Elisabeth Olsen) al fine di indagare sull’omicidio di un’adolescente indiana. Ad aiutarla in un’impresa in cui si rischia di rimanere “impantanati nel fango della realtà” vi è Cory Lambert (Jeremy Renner), agente federale del dipartimento dell’ambiente e amico del padre della vittima, Martin Hanson (Jil Birmingham). Un’amicizia, la loro, che richiama prepotentemente la coppia Marcus Hamilton (Jeff Bridges) e Alberto Parker, interpretato sempre dallo stesso Birmingham in Hell or High Water.

Non mancano scene d’azione con annesse sparatorie, ma a dirla tutta non predomina un ritmo incalzante. Il regista, tuttavia, dosa in maniera equa i contenuti drammatici. Niente fumo all’orizzonte, bensì un arrosto farcito soprattutto di dialoghi d’un certo spessore, che non si traducono in sermoni moralistici e si dispiegano all’interno di paradigmi familiari e dolori condivisi.
La colonna sonora di Nick Cave e Warren Ellis, inoltre, ben combacia con la concatenazione di sequenze snocciolate nella gelida atmosfera montana. In tale contesto occorre focalizzare l’attenzione più sui segnali che sugli indizi. Più sulle tracce.

 

Liked it? Take a second to support Valentina Caruso on Patreon!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *