Arrival e l’importanza delle parole: la recensione

Abbiamo tutta una serie di idee riguardo ad Arrival di Denis Villeneuve e cercheremo di buttarle giù man mano come ci vengono.
Se si volesse riassumere e sminuire il film si potrebbe dire che è il classico film in cui arrivano gli alieni e gli esseri umani, queste piccole creature che temono sempre lo scenario peggiore, cercano di trovare un modo per comunicare e porre le questioni che li attanagliano. Vengono in pace? Vengono per assoggettare e sterminare la razza umana? In realtà il film è molto altro, molto più profondo perché mette mano nel cuore stesso dell’umanità.

Prima di continuare avvisiamo che vi saranno pesanti SPOILER da qui in avanti…
Prima di tutto rispondiamo a una polemica di questi giorni.
Arrival è un film di fantascienza o no?
E’ un film di fantascienza. Viene urlato in ogni sequenza, in ogni fotogramma.
Le prime domande che Ian Donnelly, un fisico teorico interpretato da un misuratissimo Jeremy Renner, pone sono di tipo scientifico. Quando viene affermato che hanno tentato tutti i possibili linguaggi per contattare gli alieni chiede: avete tentato anche Fibonacci? La matematica prima di tutto come ponte. Questa è scienza. E per definizione se per spiegare un determinato evento si usano gli strumenti scientifici, ci troviamo nell’ambito della fantascienza.

Siamo coscienti anche del perché ci sono dubbi. Dubbi immotivati.
Tra gli scienziati contattati per creare un ponte uomo-alieno c’è anche Louise Banks, linguista e traduttrice di prim’ordine (una sontuosa Amy Adams che avrebbe meritato almeno la nomination agli Oscar). E qui secondo noi c’è l’unicità di questo film.
Il linguaggio come ponte tra due esseri completamente diversi.
Il potere che ha la parola non solo di fare intendere il pensiero ma anche di formare la realtà percepita.
Saremo fissate e non lo mettiamo in dubbio, ma ci sono diverse cose che ci hanno fatto pensare a Fringe.
La prima appunto è l’idea del ponte umano tra due mondi diversi.

©Simona Ingrassia

La seconda la demolizione del conflitto manicheo in quanto alla fine nessuno si rivela cattivo, neanche coloro che stanno per scatenare una guerra. Tutto nasce da una cattiva interpretazione di un linguaggio, di una parola e questo è molto, molto realistico. Quanti conflitti nascono proprio perché si interpretano male le parole dell’altro? Quando infine basterebbe un attimo per provare a spiegarsi.

“Le parole sono importanti” diceva Moretti e mai come in questo film diviene evidente. Le parole che contribuiscono a definire non solo il pensiero degli esseri viventi ma persino come essi percepiscono la realtà stessa. Le parole sono anche un codice di decifrazione, come avviene per la famosa Stele di Rosetta con i geroglifici. Usare la chiave di lettura sbagliata – e nel film sono i cinesi a usare i semi del Mahjong come terreno comune di comunicazione con gli alieni, un gioco di guerra a detta di Louise – può sviare la comprensione delle intenzioni. Particolarmente interessante lo sgomento della linguista quando scopre che gli eptapodi non fanno distinzione tra “arma” e “utensile”. Perché, in fin dei conti, non esiste davvero questa distinzione a livello materiale ma solo nelle intenzioni di chi utilizza uno strumento.
In realtà questo concetto non è propriamente nuovo, considerato il fatto che ne aveva parlato lo stesso Heinlein nel suo bellissimo “Straniero in terra straniera.”

 

“Parole e idee possono cambiare il mondo.” diceva il professor Keating ne L’attimo fuggente.

La terza cosa che ci ha fatto pensare a Fringe è il dono che riceve Louise, dono arrivato attraverso la totale acquisizione della scrittura (e questo ci fa pensare ad un’altra cosa ma ne parliamo dopo), e che le permette di vedere il futuro. O meglio diversi futuri.
Louise, solo con il tempo, si rende conto che ciò che vede sono futuri possibili, ma proprio come September in Fringe, non sa quale di questi futuri si avvererà e ha il coraggio di vivere la sua vita, compresi i dolori, accanto all’uomo che ama, vivendo tutto come un dono, senza egoismo, anche quella figlia che forse morirà.

L’altra cosa che ci è venuta in mente riguarda un intrigante film di Francis Ford Coppola, Un’altra Giovinezza. Anche lì il potere della scrittura permette di viaggiare nel tempo, ma a ritroso e può donare un potere incredibile al protagonista, solo che in Arrival la soglia si supera.

Dicevamo prima dei dubbi. E’ proprio in questa percezione del tempo non lineare, che fa storcere il naso ai puristi della fantascienza e che pone dubbi su questo film. In realtà la non linearità del tempo mostrato qui fa parte di una più ampia teoria della fisica che vede il tempo esistere esattamente come lo spazio. Tutto insieme. Siamo noi esseri umani a percepirlo come freccia. E nel film viene espressamente detto: “Cosa faresti se tu potessi vedere tutta la tua esistenza contemporaneamente?” Onestamente parlando, da esseri umani finiti non siamo sicure che avremo fatto la stessa scelta. Forse no. Forse sì.
Anche la non linearità del tempo, il non essere una freccia, fa molto Fringe e richiama il discorso di Brandon sugli osservatori e su come “osservino” il tempo.


Abbiamo amato molto questo film, è un gioiellino che mostra come non ci sia bisogno di grandi mezzi per fare qualcosa di bello nella fantascienza e la riporta nella sua dimensione originale, quella dei grandi temi sociali, umani e attuali.

Vi lasciamo con la traduzione del dialogo tra Louise e  il generale Shang che si sente alla fine e che si rivela risolutiva per la crisi mondiale che stava per scatenarsi:

“Le guerre non fanno vincitori, solo vedove”

Recensione redatta da

Silvia Azzaroli e Simona Ingrassia

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