Broadchurch – Recensione finale

Broadchurch si è chiusa lo scorso lunedì, il 17 aprile 2017.
Chris Chibnall ha fatto calare il sipario sulle vicende dei due arguti detective Alec Hardy e Ellie Miller.
Ha chiuso bene?
Ve lo diciamo sotto lo SPOILER!
Sì, ha chiuso bene, con un finale che lascia aperti molti spiragli di riconciliazione, in particolare tra Mark e Beth, dopo che lui si sarà ricostruito come uomo e ci lascia un pesante macigno addosso, quello di una denuncia molto forte contro lo stupro e la cultura dello stesso.

Un messaggio davvero importante in un periodo in cui si trovano mille colpe alle vittime Chibnall ha pensato bene di mettere in chiaro chi sono i carnefici, Leo e il giovane Micheal Lucas e chi le vittime, Trish e le altre, senza nessun margine di dubbio.
La glacialità di Leo ci spaventa perché è reale, drammaticamente reale. Esistono uomini così convinti che le persone siano oggetti e si possa fare di loro ciò che si vuole.
Ed esistono anche persone come il giovane Lucas, che se da una parte piange, dall’altra è incapace di sottrarsi all’invito assurdo dell’amico a fare del male prima alla ragazza di lui e poi alla povera Trish, il tutto per dimostrare di essere finalmente uomo.

Ve lo diciamo a chiare lettere: essere uomini non è questo.

Essere uomini è sapersi prendere le proprie responsabilità, fare le cose giuste, amare e rispettare la propria famiglia, rispettare le altre persone, anche gli estranei, non considerarle mai oggetti. Questo è essere uomini. Che se lo ficchino in testa certi trogloditi.

La stagione è costruita esattamente come ci avevano abituato da sempre: parte la denuncia di violenza sessuale da parte della povera Patricia, Trish, Winterman, interpretata da Julie Claire Hesmondhalgh,  avvenuta al party di compleanno della sua amica Cath Atwood (Sarah Parish). Pian piano vengono fuori gli altarini di una cittadina in cui nessuno veramente può dirsi innocente.
Alec Hardy stesso dirà: “Ecco quello che odio di questo caso: mi fa vergognare di essere uomo.” E noi spettatori non possiamo far altro che pensare che ci sarebbe maggiormente bisogno di uomini più simili a lui, pronti a provare schifo e vergogna di fronte a qualcosa che coinvolge tutto il sesso maschile.
Parallelamente alla vicenda di Trish abbiamo anche quella della famiglia Latimer e di come stanno affrontando il lutto per la morte del povero Daniel. Scopriamo che, tre anni dopo la risoluzione del caso, Mark ha affidato le sue parole alla giornalista Maggie Radcliffe (interpretata da Carolyn Pickles) per la creazione di un libro. L’incapacità dell’uomo di andare avanti, di non riuscire a trovare pace e giustizia per un evento così tragico ha la sua ripercussione sulla famiglia. Mark e Beth si sono separati, divisi da una visione inconciliabile degli eventi. Beth prova a trovare forza nella cura dei propri figli e ha iniziato a lavorare per il centro di supporto locale per le vittime di stupro. E’ la prima che vediamo della famiglia Latimer proprio perché viene assegnata come supporto alla povera Trish. Inizialmente è titubante, teme di non essere all’altezza ma, con il passare del tempo, verrà fuori che, proprio la consapevolezza che anche Beth è passata attraverso un evento doloroso le cui ragioni sono inesplicabili, la rende la persona giusta per quell’incarico.
Dicevamo di Mark Latimer: è un uomo visivamente distrutto. Non riesce a concepire il fatto che il figlio è morto e il suo assassino, Joe Miller, l’ha fatta franca. Inizialmente cerca di trovare un modo legale, con una causa civile che però non trova l’approvazione di Beth la quale rifiuta a priori ogni mossa del marito. Arriverà persino a ingaggiare un detective privato per scoprire dove Joe si trova. Temiamo il peggio ossia che Mark da solo faccia quello che, insieme a Beth, era stato sventato ossia che uccida l’assassino del figlio. Invece, pur da uomo distrutto, dimostra di avere un sangue freddo e un aplomb invidiabile stando accanto a Joe mentre questi gli racconta come è avvenuto il fatto. Crediamo che non molte persone sarebbero state capaci di una cosa del genere, questo gliene dobbiamo dare atto.
Abbiamo anche trovato raffinato mostrare i sogni di Mark per una vita che non è stata vissuta: si vedono immagini di sogni in cui Danny è cresciuto, è diventato un tipico adolescente che rimane sveglio la notte per giocare alla playstation accanto al padre che vuole coprirlo di fronte alla madre. Sono scene strazianti, scene che non potranno esserci.
Alla fine, schiacciato dal dolore e dai sensi di colpa, Mark Latimer affitta una barca e si lascia andare alle acque del mare. Verrà trovato da dei pescatori in stato di ipotermia. Voleva suicidarsi e il tentativo è andato a buca? Non possiamo saperlo, forse sì, forse no.
Viene ospitato a casa della moglie Beth che alla fine gli rivela di essere ancora innamorata di lui ma che non può vivere con un uomo in quelle condizioni, considerato il fatto che ha due figlie da crescere. E lo stesso Mark lo comprende, decidendo che è il caso di allontanarsi per un po’ da Broadchurch e provare a ricostruirsi lontano da tutto, lontano dai ricordi.
Tra i personaggi che escono vincitori dalla serie è bene sottolinearne alcuni.
Primo la giornalista Maggie, che decide di non piegarsi al pettegolezzo pur di tenersi il posto di lavoro e si licenzia quando il suo editore vuole imporre di pubblicare la notizia del tentato suicidio di Mark. Maggie, in un grande scatto di dignità e orgoglio, per i veri giornalisti, rifiuta di dare la notizia, spiegando che quello non è giornalismo, ma aberrazione, tentativo squallido di fare soldi sulla pelle della gente.
Una lezione importante in tempi come questi dove una certa parte della stampa non si ferma davanti a niente pur di racimolare click, ascolti e vendite.
Brava Maggie, ti adoriamo per questo.
E favoloso come sempre padre Paul, a cui presta il volto il sempre più bravo Arthur Darvill.
Il sacerdote, pur vedendosi meno rispetto alle altre stagioni, è una colonna portante della serie, uno dei personaggi costruiti meglio, il prete che tutti vorremmo accanto, capace di ascoltare e mai di giudicare.
Emblematico, in tal senso, il modo in cui ascolta l’umanissimo e sacrosanto sfogo di Beth sul marito. Paul ascolta, non critica, dice a Beth che la comprende, che ha pregato e continua a pregare che possano andare avanti, insieme, nessun attacco ed l’ex signora Latimer si stupisce anche: “Ma come dovresti spingermi a fermarlo, a perdonare, ecc” No Paul non si impone, sa che il perdono non può arrivare per forza, che non si deve stare insieme per forza, che i rapporti umani hanno anche bisogno di pause per voltare pagina.
E forse è anche per questo che lascia Broadchurch, per andare avanti lui stesso.
Amerà sempre quelle persone, lo dimostra anche nella sua “predica” finale, però ha bisogno anche lui di andar avanti, è un essere umano, non un robot. E lo amiamo per questo.
Grande vincitrice è Trish, che ne esce alla grande dalla violenza subita, anche grazie agli amici, persino la ritrovata Cath, capace di scusarsi, dopo le vergognose parole dette in un momento di rabbia (ma assolutamente non capibili, su questo siamo intransigenti: Chibnall potevi evitarle soprattutto rischia di far passare il messaggio agghiacciante che tutte le donne reagirebbero così.) e di sua figlia, che le riunisce attorno l’intero paese per darle coraggio.
Trish ha una forza immensa, che è quella di una donna vera, piange, si dispera, urla e si rialza.
Niente robot a Broadchurch lo ribadiamo.
E per fortuna ne esce bene anche Ed, uno dei pochi uomini decenti di questa terza stagione.
Duro, sboccato, politicamente scorretto, ma uomo con una sua dignità e una sua coscienza.
Quello che pareva un pedinamento si rivela essere un forte senso di colpa: l’uomo ha scoperto dopo di aver sentito quanto subito dall’amata Trish e non se lo perdona, vuole espiare, proteggendola e nel contempo non facendosi vedere da lei, perché si ritiene indegno.
Questo è amore, nessun dubbio.

Un piccolo pensiero va anche Lindsay Lucas, la mamma di uno dei due stupratori, Micheal. Imprigionata in un matrimonio senza amore, accanto ad un uomo squallido e indifendibile, che non ha mai dimostrato reale interesse per lei e il figlio, Lindsay tira fuori verso la fine la sua forza, denunciando il possibile coinvolgimento dell’uomo, che, nei fatti ci è dentro fino al collo, dato che protegge il ragazzino e, scusateci, non riusciamo a provare pena per lui. E’ inutile che cerchi di prendersi le colpe di Micheal, volendo finire in galera al suo posto. Non è così che si fa il genitore.
Patetico, squallido e vomitevole.
Lindsay, invece, ha tutt’altro atteggiamento. Lei sa che essere genitori è anche insegnare ai figli a prendersi le proprie responsabilità e la denuncia verso il marito va in quella direzione.
Ultimi, ma non certo per importanza, è giusto dare peso ai due protagonisti.
Ellie e Alec ci hanno accompagnato per tre anni e sono interpretati da due attori sontuosi come Olivia Colman e David Tennant.
Una donna e un uomo di grande tempra morale, a volte duri, a volte dolcissimi, umani nei loro siparietti, tipo quando lei ruba il cibo a lui (e finalmente una donna che mangia santo cielo!), legati da un affetto sincero e profondo e da una grande stima, capaci di confrontarsi senza falsi pudori su territori comuni. Abbiamo apprezzato molto quando entrambi si ritrovano ad ammettere la sensazione di essere inadeguati come genitori, una sensazione per altro sbagliata come gli eventi successivi dimostreranno appieno tanto per Ellie – lo sfogo e la distruzione del computer del figlio è stata meravigliosa e sacrosanta – tanto per Alec che affronta a muso durissimo i ragazzi che si prendevano gioco della figlia.
Sappiamo che qualcuno li avrebbe voluto insieme. Non possiamo negare che come evoluzione non sarebbe stata male, ma, c’è un ma gigantesco, andare per forza in quella direzione sarebbe stato sminuire la loro grande amicizia, considerarla meno di un amore e per questo sposiamo totalmente la scelta di Chibnall che ha voluto mostrarci come l’amore tra uomo e donna non sia solo quello di coppia.

Un’amicizia unica e incredibile ed è stato giusto chiudere con loro, sulla spiaggia, che si salutano in attesa di domani, di una nuova giornata insieme a combattere per la giustizia.
Ci mancheranno tantissimo.

Recensione redatta da Silvia Azzaroli e Simona Ingrassia.

Broadchurch 3 – Umanità a tutto tondo

Il timore c’era, lo ammetto. Quello che allungassero il brodo per cavalcare l’onda del successo. A mitigarlo, tuttavia, c’era la bravura di Chibnall – già dimostrata nelle precedenti due stagioni, nonché in Doctor Who – e il talento di due attori con la maiuscola: David Tennant e Olivia Colman.

La regola di questa serie televisiva è rimasta la stessa: la lentezza. No, non fraintendiamoci. Non la lentezza che s’accompagna alla noia, ma quella calma che fa scoprire le tessere del puzzle passo dopo passo, uno stillicidio continuo che è un accompagnare lo spettatore ed al tempo stesso un racchiuderlo dentro un abbraccio di emotività. Nulla è lasciato al caso, nessuna scoperta eclatante, ma una indagine meticolosa che procede con le umane tempistiche e si scontra con esse e con le vite dei personaggi che hanno tutti qualcosa da nascondere.


La prima puntata lascia con l’ansia addosso. C’è chi l’ha definita un inizio in punta di piedi, noi invece l’abbiamo trovata incredibilmente realistica e per questo ancora più emotivamente coinvolgente. Trish, in seguito alla denuncia, deve subire gli accertamenti del caso – sì, subire, il termine è quello esatto – fatti di domande e perizie mediche. Il ritmo è lento, volutamente lento: non un paio di inquadrature e via, ma minuti buoni spesi a farci entrare in sintonia con la vittima, affinché il suo incubo possa arrivare meglio a chi guarda. Trish si domanda quando finirà e ce lo domandiamo anche noi, inorridite dalla violenza che le ha lasciato cicatrici fuori ma soprattutto dentro di sé.

Nel frattempo le vite di alcuni personaggi incontrati in precedenza sono andate avanti, e non per tutti in modo progressivo. Beth e Mark si ritrovano a dover gestire i cocci di un’esistenza spezzata dall’omicidio del figlio e dall’impunità del suo assassino. Umani, molto umani. Tutti.

Beth trova la forza di andare avanti, Mark si crogiola nella disperazione e nel rimpianto, Joe confessa di non essersi tolto la vita solo perché codardo. Umanità a tutto tondo, con imperfezioni, punti di forza e punti deboli. Vite che potrebbero essere quelle che incrociamo tutti giorni, senza stereotipi, nel bene e nel male. E quando Mark, sopraffatto da un dolore che non riesce a gestire e per cui non vuole aiuto, si lascia andare alle acque del mare, è impossibile non sentire il cuore piccolo piccolo. “Non tutti vogliono essere salvati”, dice Beth al reverendo Paul. Si riferisce sia al marito che a Joe, due vite agli antipodi e distrutte entrambe dalla morte del piccolo Latimer.

Broadchurch si caratterizza anche per questo: niente comportamenti da supereroi. Il perdono non lo si può dare se il ricevente si chiude a riccio e rifiuta qualsiasi aiuto. Non rimane altro che l’attesa, quel lento scorrere del tempo che può lenire le ferite, se glielo lasciamo fare e troviamo il coraggio di cercare una via d’uscita dalla spirale di dolore che ci avvolge.

I personaggi co-protagonisti, come nelle due precedenti stagioni, si sono rivelati un bellissimo e coinvolgente contorno, una pittura d’insieme di pregiata fattura. Da Trish, così fragile nel suo dramma, che riesce a farsi forza grazie all’amore della figlia ed al sostegno degli amici. Una donna non di manifesta avvenenza e non giovanissima, con le sue umane fragilità: perché io?, chiede in un momento di sconforto. La scrittura di Chibnall è chiara e per tutto il tempo va in un’unica direzione: la vittima – tanto Trish, quanto le altre donne – non possiede alcuna colpa. Non se l’è andata a cercare, come troppo spesso si sente dire. Non è stata scelta perché era carina, o vestita in un certo modo, o aveva un dato comportamento. Era lì, erano lì, al posto sbagliato e nel momento sbagliato, quando qualcuno ha pensato che fosse solo un oggetto a cui fare violenza, senza rimorso alcuno. Una denuncia in piena regola, quella di Chibnall, un mettersi dalla parte delle vittime senza alcuna pietà per il carnefice, tanto più che il giovane Leo non presenta nessuna attenuante.

Assistiamo ad una dicotomia un po’ strana, in questa stagione, quella in cui le donne sono le colonne portanti, mentre gli uomini possiedono fin troppi altarini da nascondere, troppe fragilità che li fanno cadere lungo la strada. Nemmeno il povero reverendo Paul ne è esente, come è stato egregiamente spiegato poco sopra. Pare salvarsi solo Alec, che cerca faticosamente di recuperare i rapporti con una figlia in piena adolescenza, ma che alla fine riesce a darle un bellissimo insegnamento: scappare dai propri problemi non serve a nulla, se non ad aggirare l’ostacolo. La vita, con le sue asprezze, va affrontata, anche quando fa male, perché è il solo modo per non essere schiacciati da essa. Una bella lezione di genitorialità, affiancata a quella di Ellie, madre combattiva di un altro adolescente in piena tempesta ormonale; già emotivamente coinvolta con Trish, non si perde d’animo e distrugge senza pietà gli apparecchi tecnologici del figlio. Niente mamma-amica, ma genitore che guida e prova ad educare nel timore che il figlio prenda una strada sbagliata, anche ricorrendo a metodi drastici.

Ellie ed Alec. Investigatori, ma anche amici. Capaci di darsi supporto a vicenda e al tempo stesso di imbastire siparietti comici fatti di botte e risposte che lasciano intravedere una grande sintonia e rispetto l’uno per l’altra. Investigatori alla pari, tanto lui quanto lei hanno idee ed intuizioni che li guidano sulla giusta strada alla ricerca del colpevole, senza che nessuno dei due prevalga sull’alto. Una bellissima lezione di parità e complicità reciproca.

Il loro saluto, con la scogliera sullo sfondo, è una strizzata d’occhi allo spettatore. Un arrivederci che profuma già di nostalgia ma non lascia straziati, quasi un voler trasmettere un senso di pace e tranquillità a chi, in questi anni, ha imparato ad affezionarsi a loro.

Chiara Liberti

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