Dialetti e lingue – Un patrimonio da salvaguardare

Reliquiario di Santa Rosalia in quel di Peglio (Como)

Da appassionate di lingue abbiamo deciso di buttarci in un’impresa tanto folle quanto ardita.

Quella di andare alla riscoperta dei dialetti e delle loro origini.

Il merito va in parte ad un delizioso articolo di Hello World, che abbiamo condiviso in pagina nei giorni scorsi.

Un articolo che, riprendendo lo schema tipico degli alberi genealogici delle famiglie nobili, lo trasportava sulle lingue, mostrando le derivazioni e le origini delle principali lingue del mondo.

Ora, io Silvia, per mia fortuna, ho avuto a che fare con svariate lingue e svariati dialetti, sia per i viaggi, sia perché ho una famiglia un po’ multi color, in quanto mamma è di origine siciliana e papà di origine romagnolo, in più vivo in Brianza, vado spesso a Milano e abbiamo una casa, dal 1982, sul lago di Como, quindi capisco diversi dialetti, anche se non li so parlare.

Reliquiario di Santa Rosalia in quel di Livo (Como)

Ho scritto romagnolo perché, contrariamente a quello che si pensa, non è la stessa cosa dell’emiliano. Vi sono alcune piccole differenze come le vocali più allungate a seconda dei luoghi di provenienza.

Il dialetto di mamma poi non è il siciliano, ma il sanfratellano, una sorta di lingua gallo-italica, nata alla fine del nono secolo, con l’invasione dei Normanni e ha fuso in se diversi idiomi, tra cui anche il turco, il tedesco, il francese, il latino e molto altro. Vi sono anche dei libri in sanfratellano nella parte più antica e nobile dell’ormai ex cittadina, diventata piccolo villaggio dopo il terremoto a inizio 1900 che distrusse, in parte, il castello e la Chiesa madre.

Il costume di Santa Rosalia, usato nelle processioni sia in Sicilia che sul lago di Como

Quando mamma era bambina gli insegnanti di sua sorella si lamentavano che lei parlasse il dialetto, da adulta lo stesso professore andò a dire a mia zia:

“La vostra è una lingua bellissima, deve insegnarla a suo figlio. Ho visto i libri in sanfratellano.”

A San Fratello, da qualche anno, si svolge anche una gara di poesie in sanfratellano, segno della riscoperta della bellezza di questa bellissima lingua

 

 

Molto suggestiva è anche la cerimonia del Venerdì Santo nella cittadina siciliana, dove vi è una parata di persone, vestite come ai tempi di Gesù, tra cui i Giudei, che letteralmente “festeggiano” la morte del redentore

 

Altrettanto splendida è la parata per San Benedetto, patrono locale

 

Oppure i presepi artigianali locali

 

Una cosa importante: non dite mai ad un brianzolo o ad un milanese che il loro dialetto è uguale. Non è così. Vi sono parole diverse. Molto diverse e paradossalmente vi sono più somiglianze tra romagnolo e milanese per alcune parole.

E altre differenze vi sono tra comasco e milanese.

Donne in costume da Santa Rosalia a Peglio (Como)

Anche il comasco, come il sanfratellano, ha anche parole non autoctone, questo per via delle svariate immigrazioni da nord e da sud, che hanno influenzato, pure nei costumi e nelle sagre, il folcrore locale.

Se si osserva la processione di agosto in onore di Santa Rosalia vi sono elementi tipici del meridione, tra cui i vestiti con grandi ricami, il tutto mescolato alle musiche degli alpini.

 

Mio papà è nato a Cologno Monzese, ma è di origine romagnola.

Suo padre era di Massa Lombarda, sua madre di Castrocaro Terme, entrambe famose per motivi diversi, la prima per una nota marca di succhi di frutti, la seconda per le terme e per il festival delle nuovi voci.

Come per molti dialetti del nord Italia risente delle influenze galliche/celtiche.

A differenze dell’italiano, il romagnolo ha un’enorme moltiplicazione di fonemi vocalici e vi è un forte rilievo delle consonanti, usate moltissimo nel fraseggio. Nelle zone vicino alla Toscana, vi sono influenze del dialetto di questa regione.

A proposito di influenze è bene ricordare il retaggio greco bizantino tra il VI e il VIII secolo, le svariate influenze germaniche (da secoli e secoli il nostro paese subisce invasioni dal popolo tedesco, fin dai tempi dell’impero romano e anche prima), le differenze nel latino a seconda delle zone. Il retaggio greco bizantino è sicuramente il più importante, in quanto è proprio in quei secoli che il dialetto romagnolo andò a formarsi così come lo conosciamo.

Per quanto riguarda gli influssi delle parlate germaniche, lo studioso Guido Laghi ha individuato due parole derivanti dalla lingua degli Ostrogoti che sono entrate nel romagnolo. Le radici di “bere smodatamente” e “russare”, da cui trinchêr e runfêr sono infatti un lascito del popolo di Teodorico (la cui tomba si trova a Ravenna).

« L’ampia distesa non era che una grande palude. Erano acque immote, silenti, solcate solo dal volo degli uccelli. Canne ed erbe nascevano a gruppi, qua e là. Il tramonto ed il sorgere del sole si confondevano in una netta linea all’orizzonte. Era questa la gran Valle Padusa. » (Mario Tabanelli, Questa è la Massa)

Poesia su Massa Lombarda.

Il paese in cui vivo, Burago, è situato in Brianza, si parla il brianzolo, un brianzolo stretto, che può ricordare il milanese, ma non ditelo in giro perché i brianzoli si sentono diversi dai milanesi, dai cittadini e amano il loro splendido isolamento campagnolo.

Credo e penso che molti di voi abbiano sentito parlare di Burago grazie alla fabbrica di automobiline, BBurago, fondata negli anni 70 da Mario Besana (la prima B sta proprio per Besana), fallita purtroppo, nel 2005 e il cui marchio è stato ripreso dalla ditta cinese May Cheong Group.

BBURAGO

Io Simona, sono di origini trapanesi e sono stata trapiantata nel 1982 a Genova. Mia madre invece era arrivata in città con la famiglia all’età di 2 anni. Si può dire che, in un certo senso, fosse più genovese di me. Nel famoso albero genealogico viene citato come dialetto “Ligurian” che è riduttivo. Perché se sentite parlare in dialetto un genovese e un savonese, vi renderete subito conto che, pur essendoci punti in contatto, ci sono anche delle differenze. L’attribuzione all’area gallica è corretta, considerato il fatto che la Liguria ha avuto a che fare con i Celti, soprattutto per quanto riguarda la zona di Ventimiglia e la Lunigiana e ci sono parole in genovese che sono dei calchi diretti dal francese. E’ però parziale. Genova, come ogni porto di mare che si rispetti, risente del costante via vai – oggi meno presente di un tempo – di gente proveniente da ogni parte del mediterraneo. Per cui è facile trovare delle parole che sono di derivazione araba nel dialetto. Di questo splendido idioma, che si sta perdendo tranne nelle zone delle alture, abbiamo dei fulgidi esempi nella discografia di Fabrizio De André. Crêuza de mä  è un album edito nel 1984 interamente cantato in genovese mentre, nel disco dello stesso autore Anime salve, vi è A Cumba,

un pregevole duetto tra Ivano Fossati e De André che regala alle orecchie degli ascoltatori una perfetta dimostrazione del genovese di due provenienze diverse. Quello dei figli della borghesia di Genova, nella voce di De André, e quello, più ruspante, più terra terra e vicino alle persone comuni – e una volta era proprio così – di Ivano Fossati.

Non poteva nemmeno mancare un pezzo su uno dei piatti più tipici della cucina cittadina: la cima, A Çimma, tutto rigorosamente in dialetto.


Il testo:

Ti t’adesciàe ‘nsce l’èndegu du matin
ch’à luxe a l’à ‘n pè ‘n tera e l’àtru in mà

ti t’ammiàe a ou spègiu de ‘n tianin
ou cé ou s’ammià on spègiu dà ruzà
ti mettiàe ou brùgu rèdennu’nte ‘n cantùn
che se d’à cappa a sgùggia ‘n cuxin-a stria

a xeùa de cuntà ‘e pàgge che ghe sùn
‘a cimma a l’è za pinn-a a l’è za cùxia

Cè serèn tèra scùa
carne tènia nu fàte nèigra
nu turnà dùa

Bell’oueggè strapunta de tùttu bun
prima de battezàlu ‘ntou prebuggiun
cun dui aguggiuìn dritu ‘n pùnta de pè
da sùrvia ‘n zù fitu ti ‘a punziggè
àia de lùn-a vègia de ciaèu de nègia
ch’ou cègu ou pèrde ‘a tèsta l’àse ou sentè
oudù de mà misciòu de pèrsa lègia
cos’àtru fa cos’àtru dàghe a ou cè

Cè serèn tèra scùa
carne tènia nu fàte nèigra
nu turnà dùa
e ‘nt’ou nùme de Maria
tùtti diài da sta pùgnatta
anène via
Poi vegnan a pigiàtela i càmè
te lascian tùttu ou fùmmu d’ou toèu mestè
tucca a ou fantin à prima coutelà
mangè mangè nu sèi chi ve mangià

Cè serèn tèra scùa
carne tènia nu fàte nèigra
nu turnà dùa
e ‘nt’ou nùme de Maria
tùtti diài da sta pùgnatta
anène via.
LA CIMA (traduzione)

Ti sveglierai sull’indaco del mattino
quando la luce ha un piede in terra e l’ altro in mare

ti guarderai allo specchio di un tegamino
il cielo si guarderà allo specchio della rugiada
metterai la scopa dritta in un angolo
che se dalla cappa scivola in cucina la strega

a forza di contare le paglie che ci sono
la cima è già piena è già cucita.

Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera
non ritornare dura

Bel guanciale materasso di ogni ben di Dio
prima di battezzarla nelle erbe aromatiche
con due grossi aghi dritti in punta di piedi
da sopra a sotto svelto la pungerai
aria di luna vecchia di chiarore di nebbia

che il chierico perde la testa e l’asino il sentiero
odore di mare mescolato a maggiorana leggera
cos’altro fare cos’altro dare al cielo.

Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera
non ritornare dura
e nel nome di Maria
tutti i diavoli da questa pentola
andate via
Poi vengono a prendertela i camerieri
ti lasciano tutto il fumo del tuo mestiere
tocca allo scapolo la prima coltellata
mangiate mangiate non sapete chi vi mangerà.

Cielo sereno terra scura
carne tenera non diventare nera
non ritornare dura
e nel nome di Maria
tutti i diavoli da questa pentola
andate via.

Il secolo XIX ha una pagina fissa scritta in genovese, in modo da tenere vivo questo dialetto molto particolare. Ci sono anche pagine di facebook che vi si dedicano. Storicamente il genovese doc è un tipo di persona molto riservata, apparentemente burbera, che non le manda a dire quando c’è da definire le persone. Un classico esempio di questo sono le parole Grebano, un tipo originario di Genova che vive altrove e che non concepisce qualcosa che va oltre i confini del proprio orticello. La sua elasticità mentale è quella di un pezzo di granito, oppure ancora “leggera”. Al contrario di quello che un italiano normale potrebbe pensare una leggera è un essere umano – uomo o donna – che non si impegna più di tanto, una persona che da il cattivo esempio agli altri per il suo comportamento.

E ricordatevi che il genovese non è tirchio, è solo parsimonioso.

Articolo redatto da

Silvia Azzaroli e Simona Ingrassia

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