Doctor Who 10×04 – Knock Knock – Recensione

Quarto episodio della decima stagione e di nuovo dobbiamo dire bravo Moffat.
Stavolta lo sceneggiatore inglese omaggia l’horror in ogni sua forma, da quello tipicamente british, con tanto di lugubre casa degli spettri ad omaggi assai rilevanti ad Edgar Allan Poe e al suo “Il Crollo di Casa Usher”.
E, come se non bastasse, in questo episodio vede come guest star David Suchet: attore rinomato per il suo ruolo quasi trentennale del mitico investigatore Hercule Poirot di Agatha Christie nella serie prodotta dalla BBC!
Avvisiamo che da qui in avanti saranno presenti degli SPOILER!

Come per i precedenti episodi si riprende la tematica in cui il cosiddetto cattivo ha le sue valide ragioni per comportarsi come tale, tanto che è realmente difficile non empatizzare per quello che nei fatti è un assassino o quasi.
Proviamo ad andare con ordine.
Bill sta cercando una casa con cui vivere con dei compagni di college e insiste che il Doctor resti fuori da questa parte della sua vita, anche se poi si renderà conto che non è sano farlo, non perché il Dottore debba essere presente in ogni momento della sua vita, ma perché rischia di combinare pasticci come fece a suo tempo Clara.
Le due vite possono vivere a contatto, senza contaminarsi totalmente, basta presentare, come ha fatto Bill, il Dottore come una presenza familiare, in questo caso il nonno (altro riferimento a Susan…). E gli amici di Bill sembrano accettarlo senza nessun problema, anzi. Perché il Dottore, questa incarnazione, ha il carisma necessario per riuscire ad essere accettato dai giovani senza problemi.
Come si conviene in una storia d’orrore classica, gli eventi vengono presentati in punta di piedi. Una casa maledetta che scricchiola, ragazzi che scompaiono all’improvviso senza mostrarenell’immediato chi è il colpevole o l’evento sovrannaturale coinvolto. Perché è questo che il narratore vuole indurci a pensare. In realtà la soluzione è molto più triste e terribile.
Nelle recensioni precedenti abbiamo detto che il dolore e la capacità di lasciare andare i propri cari quando non sono più vivi erano il leit-motiv degli episodi e, di nuovo, troviamo questo tema anche in Knock Knock.
Un povero figlio che non sopporta l’idea di perdere la propria madre e si affida alle driadi, una razza aliena, con cui stipula un patto di sangue: lei potrà continuare a vivere ma in cambio dovrà offrire loro le vite di alcuni ragazzi.
Il povero figlio non è altri che l’assassino di cui sopra, il custode della casa affittata da Bill e i suoi amici, interpretato da David Suchet, un inquietante David Suchet.
E qui, ci spiace, ci tocca sottolineare una nota dolente, non tipica del Doctor, ma purtroppo assai comune in molte opere, siano esse televisive/letterarie e cinematografiche.
Forse qualcuno si è accorto che il custode, parlando al Dottore, usa una frase che noi Fringies non abbiamo potuto non riconoscere:
“Cosa saresti disposto a fare per salvare/proteggere qualcuno che ami?”

Nella serie di Abrams il concetto era riferito soprattutto a Walter Bishop che fa l’impossibile per salvare il figlio Peter da morte certa.
Abbiamo sofferto con lo scienziato, abbiamo compreso il suo tormento e abbiamo apprezzato la sua redenzione, anche e soprattutto per amore di detto figlio.
Ora qui la situazione è pressoché identica solo che è ribaltata.
Nessuna redenzione per il custode, nessuna chance e lui ha mostrato un’ombra di rimorso, l’ha mostrata. L’abbiamo vista tutti.
Ma no viene lasciato morire, anche se la madre prova, prima di farlo morire con lei, a mostrargli la bellezza della vita.
Avremmo preferito che quest’uomo avesse la sua possibilità, magari proprio seguendo gli insegnamenti della madre.
Non è successo. E non possiamo non notare l’enorme disparità di trattamento tra lui, che comunque ha agito per amore di qualcuno (commettendo dei crimini, nessuno nega questo) e il padre padrone della seconda stagione, a cui è stata data INGIUSTAMENTE una chance, sì, INGIUSTAMENTE, perché quell’uomo un’oncia di rimorso non l’ha mai avuta.
Non succede solo nel Doctor che ad un padre venga data una chance e al figlio no, è successo anche in Fringe, dove Walter ebbe la faccia tosta di pontificare sulle scelte del figlio (come dice Peter: “Senti da che pulpito…”), che aveva commesso un centesimo, anzi un millesimo degli errori fatti da lui e aveva salvato tutti.
Ma potremmo fare mille altri esempi, vedere Sleepy Hollow, in cui il figlio viene data una chance dalla madre, Katrina, madre poi uccisa dal padre perché, sigh, era passata al lato oscuro per salvare detto figlio. Katrina, che aveva passato anche 200 anni in purgatorio per salvare il suddetto ingrato marito.
Ripetiamo gli esempi sono tanti, troppi.
E se non li accettiamo in generale, nel Doctor, dove si danno esempi di chance e redenzione a tutti, ancora meno.
Non si pretende la perfezione dal nostro eroe, oltretutto lui si comporta in maniera equa: non fu lui a dare la seconda chance al padre padrone e qui un’ombra di pietà la prova per il custode.
Sono le due companion che hanno atteggiamenti opposti.
Rose dà una chance ad un uomo che non merita niente, perché lei ricorda suo padre e pensa che tutti i padri possano avere una chance.
Possiamo dire di essere combattute. Da una parte comprendiamo il suo dolore, sappiamo che la perdita di una persona ci rende fragili, quindi sicuramente Rose rivide se stessa nel giovane figlio e sperava che lui, a differenza sua, potesse avere un rapporto con il padre. Encomiabile.
D’altro canto è giusto dare delle possibilità a chi ha trattato in quel modo la sua famiglia? A chi non ha mai mostrato niente di niente per loro? Noi non ci sentiamo di mettere un verme simile sullo stesso piano di Anakin Skywalker, Walter Bishop e tanti personaggi che hanno saputo cambiare in meglio per amore dei propri cari.No, ci spiace. Il perdono va meritato. Quell’uomo non ha mostrato che dentro di lui c’era ancora del bene.
Per noi, come fece padre Paul in Broadchurch con Joe Miller,
l’offerta andava ritirata. Così si rischia di dare un messaggio distorto.
Il perdono non è dovuto.
Bill, invece, con il custode, non fa neanche un tentativo. Come abbiamo capito Rose, proviamo a capire lei. Sì, la sua reazione ci sta. Ha visto che quest’uomo uccideva i suoi amici, ha parlato di debiti. Ha pensato a se, come ha fatto Rose del resto.
E’ una furbata niente da dire. Così non puoi dare torto a lei. Al suo posto avremmo reagito uguale. E per noi rende doppiamente colpevoli gli autori. Così si giustifica la non chance ad un uomo che invece la meritava.
Sarebbe bastato molto poco.
A questo punto, spiace dirlo, esigiamo che un padre (una madre no visto che le donne sono più o meno trattate come i figli) faccia la stessa fine del custode e abbia anche lui un’ombra di pentimento non percepito.
Perché la disparità di trattamento è troppa.
Se no si rischia di passare il messaggio che solo i padri padroni meritino le chance e i figli meritino la morte, anche se commettono dei crimini per amore e scusate ci sembra un messaggio un attimo retrogrado e non degno di una serie come il Doctor, da sempre all’avanguardia con certe tematiche. A proposito di questo, bellissimo il coming out di Bill: la ragazza rifiuta le avance di un amico, rivelando con molta semplicità il suo essere lesbica, lui resta male, ma abbozza e la cosa finisce lì.
E veramente lugubre la scena in cui si omaggia il crollo di casa Usher nel crollo della villetta dove vivevano Bill e i suoi: la morte del custode e di sua madre ha “ucciso” la casa come avvenne per gli Usher di Poe.

Non solo Moffat è capace di citare in maniera sopraffina i classici dell’orrore ma ci sta anche tenendo in sospeso sulla questione della cassaforte. Cominciamo ad apprendere che c’è una persona dentro, una persona che sa suonare il piano (citando Beethoven e la sua Per Elisa) e che il Dottore non considera poi così tanto pericoloso se è disposto a trascorrere insieme una cena. Ipotesi? Si, ce ne sono tante la più accreditata è quella del Maestro nelle sembianze di Simms (un ritorno che è stato pure annunciato ufficialmente) ma noi ovviamente attendiamo di vedere sullo schermo come ha intenzione di mostrarcelo.
Una bellissima puntata, macchiata, per noi, da un dettaglio che avrebbe potuto essere reso meglio.

Recensione redatta da Silvia Azzaroli e Simona Ingrassia

 

Knock Knock – Anche qui l’apparenza inganna

Ogni stagione di Doctor Who ha almeno un episodio che sfocia nell’horror. Da The Empty Child a Don’t Blink, anche il quarto episodio di questa stagione si colloca a pieno diritto tra questi e lo fa attingendo a piene mani da svariati film e serie tv. A reggere il gioco abbiamo inoltre due Attori con la A maiuscola, del calibro di Capaldi e dell’indimenticabile Suchet, un Poirot che ho sinceramente amato.

Il riassunto della trama è già stato magistralmente fatto da Silvia e Simona, diamo perciò spazio ad alcune riflessioni.

Ancora una volta, e ormai siamo a quattro su quattro, abbiamo i cosiddetti “cattivi” della situazione che – quando tutti i nodi vengono al pettine – cattivi non lo sono più, ma anzi appaiono allo spettatore solo dei disperati. Era il caso della pozzanghera aliena del primo episodio, ma anche il caso del mostro imprigionato sotto le acque del Tamigi. Entità che necessitavano di essere liberate per non poter più fare del male, costrette dalla loro natura ma non da un sentimento di cattiveria intrinseco. Anche i mini-robottini che comunicavano tramite emoji rientrano a pieno titolo in questa categoria: forse disperati no, confusi certamente sì, dal momento che si erano trovati a fronteggiare qualcosa per cui non erano stati programmati, come la morte e l’infelicità umana e questo è sicuramente un dato che deve far riflettere.

Knock Knock non fa eccezione, anche se la questione è unpo’ più complessa. Le Driadi salvano una vita ed in cambio ne chiedono altre da sacrificare. Non la possiamo chiamare cattiveria, quanto probabilmente è la loro natura. Queste creature, tra l’altro, devono il loro nome ad un gruppo di ninfe della mitologia greca: creature dei boschi, la loro esistenza era in simbiosi con la natura ed in particolar modo con gli alberi. Ed infatti la povera Eliza è proprio in albero che viene lentamente trasformata, grazie ad esse.

Ma se le Driadi non sono disperate, lo è un figlio dinanzi ad una madre malata. La domanda retorica che pone al Doctor, il quale può solo rispondere con un silenzio di conferma, è profonda e fa riflettere: cosa saremmo disposti a fare per proteggere chi amiamo? Il Dottore tace e non per mancanza di idee, ma proprio perché lui ha fatto fin troppe cose. E’ un momento di grande commozione, in cui il sipario si solleva e scopriamo così che quella casa infestata era per proteggere una vita, per salvaguardare l’amore di un figlio verso una madre. Impossibile non entrare in empatia con il pover’uomo.

Eppure, come già scritto da Silvia e Simona, per lui il Dottore decidedi non intraprendere la strada della redenzione.

Giusto o sbagliato?

Qui entra in gioco l’emotività personale e mi auguro che questo dubbio sia stato lasciato volutamente allo spettatore, anche se non ci metterei la mano sul fuoco.

Perché non si prova a salvare la vita dell’uomo, a far sì che lui lasci andare la madre e inizi a vivere serenamente, libero da pesi? Da una parte credo che sia Bill che il Doctor fossero abbastanza segnati dalla morte dei ragazzi, che morti non saranno, ma questo ancora
non possono saperlo. Dall’altra, secondo me, la vita dell’uomo era talmente legata a doppio filo a quella di Eliza che lasciar andare entrambi è stata una doppia liberazione, un riunirli finalmente insieme senza sotterfugi di sorta. Non riesco a leggere la scena come un castigo, ma come una possibilità data ad entrambi, anche se provo dispiacere per un uomo che di fatto non ha mai vissuto né vuole imparare a farlo.

A differenza di Silvia e Simona non riesco a vederci tutta questa negatività, né tantomeno la scena della dipartita di Eliza e del figlio mi appare come una mancanza di carità da parte del Dottore, ma piuttosto come un lasciar andare al proprio destino. Ciò non toglie che mi sarebbe molto piaciuta anche la valida alternativa di un uomo che si libera dal peso delle morti e decide di vivere e magari aiutare veramente gli altri: sarebbe stata una mano tesa molto più efficace, ma con il medesimo impatto emotivo? Anche qui, le risposte sono lasciate al sentire personale di ognuno di noi.

In ultima, il caveau. Quel benedetto caveau, in cui c’è addirittura un pianoforte ed è previsto menù messicano. Una confortevole prigione, e sono sempre più del parere che sia per proteggere piuttosto che per rinchiudere semplicemente.

Il tono del Dottore è dolce, quasi conciliante, a tratti sembra voglia convincere un bambino recalcitrante, e sì che è lui che ha il coltello dalla parte del manico, è lui che può aprire e chiudere la porta. Lì dietro c’è sicuramente qualcuno di prezioso, qualcuno di cui prendersi cura anche raccontando un’avventura horror. Tutte le strade sembra portino al Master, ma per chi urla allo spoiler bruciato forse non è chiara una cosa: non è mai bruciato uno spoiler quando viene sbandierato ai quattro venti ed al tempo stesso è centellinato con meticolosità quasi crudele. E’ come mostrare un pacchetto di caramelle ad un bambino e tenerle fuori dalla sua portata ma bene in vista. Crudele, ma assai geniale.

Chiara Liberti

 

 

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