Il meglio di te – Riflessioni su un’umanità che sembra perduta

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Il meglio di te – di Chiara Liberti

Più di duemila anni fa, il filosofo greco Aristotele definì l’essere umano un “animale sociale”, tendente cioè ad aggregarsi con i suoi simili. I vantaggi del vivere insieme sarebbero stati per gli esseri umani uguali a quelli degli altri animali che vivono in branco: maggiori possibilità di sopravvivenza, di autoconservazione e sviluppo. Fu una riflessione che non si addentrava troppo sulla questione morale, avendo come scopo principale quello di analizzare le varie forme di società umana.
Più o meno negli stessi anni di Aristotele, ma molti chilometri più in là, nel lontano Oriente, una corrente del buddhismo descriveva le relazioni umane tramite la metafora della “rete di gioielli”: ogni persona sarebbe un prezioso che può splendere solo insieme agli altri, l’oscurità e la malvagità di qualcuno si riflettono anche su coloro che stanno intorno, così come la luce del retto agire e del retto pensiero possono splendere e far risplendere chi ci circonda.
Circa un centinaio di anni più tardi il commediografo romano Plauto scrisse, in una delle sue opere, il celebre detto “lupus est homo homini”: l’uomo è un lupo per l’altro uomo.
Nei primi anni dell’era cristiana, un certo galileo chiamato Gesù di Nazareth, citava e faceva proprio un passo dell’Antico Testamento proclamando pubblicamente “Ama il prossimo tuo come te stesso” e “Amatevi come io vi amo.
Passeranno più di mille anni, ma un certo Thomas Hobbes nel XVII secolo riprenderà il detto di Plauto per esprimere il proprio giudizio morale sullo stato di natura. Ovunque l’uomo si aggreghi, la sua indole egoistica e il suo istinto di sopravvivenza fanno sì che egli si relazioni con suoi simili non spinto da sentimenti positivi, ma anzi di sopraffazione, al pari dei branchi di lupi – su cui gravava ogni tipo di pregiudizio negativo – in cui i più deboli sono sacrificati senza remore.
J.J. Rousseau, uno dei padri dell’Illuminismo, pensava esattamente il contrario. In quanto animale sociale l’essere umano sarebbe stato caratterizzato dall’amore di sé – che possiamo tradurre con il moderno istinto di sopravvivenza – e dalla cosiddetta pietas, un moto spontaneo e naturale che impedisce all’uomo di rimanere indifferente quando un suo simile soffre.
Nella prima metà del XX secolo l’umanità vive la tragedia di due guerre, sperimenta in maniera atroce quanto odio e pregiudizi si tramutino in irragionevoli progetti di distruzione di massa.
Nel 1955 Thomas Merton pubblica un saggio intitolato Nessun uomo è un’isola, ispirandosi ad un passo del poeta John Donne. Il senso è abbastanza semplice, ma decisamente incisivo: ogni persona è parte di qualcosa di più grande, chiamata umanità, per cui ognuno è responsabile non solo di sé, ma anche degli altri e viceversa.
A.D. 2018. Le sonde spaziali hanno da tempo oltrepassato i confini del sistema solare, addentrandosi nello spazio interstellare, ed hanno mostrato, più e più volte, quanto l’umanità che abita su quel puntino blu che gira intorno al sole sia qualcosa di incredibilmente minuscolo e apparentemente insignificante rispetto le enormi grandezze in cui è immersa.


(Il famoso Pale Blu Dot, quel puntino blu che è la nostra terra, fotografato dalla sonda Voyager ai confini del sistema solare)

Eppure, in un lembo di terra chiamato Europa, nonostante i suoi trascorsi, il genere umano pare ancora essere diviso tra i più ferventi e orgogliosi seguaci di Hobbes e coloro che con ostinazione si aggrappano alle idee di Rousseau, di Merton e forse anche a quelle del maestro galileo o della corrente buddhista. Nessuna esclusione di colpi, soprattutto da parte dei primi. Dal soffiare sulle braci dei pregiudizi più beceri, all’etichettare come insulse e “buoniste” quelle manifestazioni di com-passione, sim-patia ed em-patia, poco importa che tutte e tre queste inclinazioni attingano invece a quella parte originaria dell’uomo che mette in atto il meglio di sé.

Umanità, dove sei? Dove stai andando?

Dove e a chi stai nascondendo la parte migliore di te, quella che fece proclamare a Terenzio “homo sum, humani nihil a me alienum puto”, “sono un essere umano, non ritengo a me estraneo nulla di umano”?
Dove e a chi stai nascondendo quel meglio di te, che da isola può trasformarti in asola, che da monile spento e auto-referenziale può trasformarti in gioiello che splende insieme ai suoi simili.

Cerchiamo il bello negli altri – di Silvia Azzaroli

Dopo le interessanti riflessioni di Chiara vorrei aggiungere alcune parole.

Nell’ultimo periodo si sono moltiplicati a dismisura i troll e gli hater, i primi creano notizie false, al solo scopo di ridere degli altri, i secondi scatenano polemiche e odio su qualunque persona.

C’era una canzone, magari anche banale eh, che ci facevano cantare da bambini, che nel ritornello diceva: “Se più gente guardasse alla gente con favor avremmo meno gente difficile e più gente di cuore…”

Ecco è così divertente prendere in giro gli altri e le loro mancanze? Parlo da persona di sinistra, che ha sempre creduto nella difesa dei più deboli e degli indifesi, non riesco a ridere di questo. Ho la fortuna di capire spesso le cose al volo e mi è capitato tantissime volte di cercare di farle comprendere a chi non ha la mia stessa fortuna. Certo mi sono arrabbiata e magari alle volte viene spontaneo prendere in giro chi sembra non voler capire eh, poi mi sono resa conto che no, non è salutare per nessuno. Si entra in un dannato circolo vizioso.

Empatia è anche questo. Forse bisogna fare un passo indietro e cercare di vedere il punto di vista di altri, cosa non li convince, cosa li spinge a reagire in determinati modi. Vale per tutti. Non solo per me. Perché il lavoro si fa in due.

Io ho sempre creduto e sempre crederò nella bontà delle persone. Non è sciocco mettersi a sbraitare dal pc contro gli altri? I personal computer chi li ha inventati? Un gatto forse? Sono stati altri esseri umani, che volevano semplificare la vita a tutti. Certo facendosi pagare. Perché no? Si lavora forse gratis? Spero di no.

No perché come “artista” so bene quanto sia difficile farsi pagare, so bene come gli artisti vengano considerati non lavoratori e se vengono pagati “troppo”, alé scatta il linciaggio mediatico. Se qualcuno di voi si è sentito meglio leggendo le parole di noi scrittrici sapete ne siamo felici ma è anche bello ricevere un giusto compenso per il nostro lavoro. L’umanità è anche arte, l’arte ci permette di esprimersi e gridare odio e rabbia verso gli artisti non è sano. Cerchiamo solo di esprimere noi stessi, raccontando la realtà o provando a immaginarne una nuova, non vedeteci come mostri, noi empatizziamo con tutta l’umanità, vogliamo (almeno parlo per me) vedere il meglio, non c’è giudizio. Solo lavorare con il cervello e credetemi non è facile.

Il buon Dante, il nostro Sommo poeta, diceva: “Fatti non foste per viver come bruti ma per seguire virtute e conoscenza”.

Scusate la piccola digressione ma anche questo è cercare di voler vedere il meglio della nostra umanità.

Empatia questa sconosciuta – Simona Ingrassia

Nel 1986  andava in onda l’episodio “L’uomo invisibile” della serie Ai confini della realtà. Un episodio ambientato in una società che tiene di grande conto l’empatia, tanto che un uomo viene condannato per un anno a portare un marchio, che lo condanna all’invisibilità perché incapace di esternare le proprie emozioni e perché non tiene di grande importanza quelle degli altri. Grazie a quell’esperienza, il protagonista riscopre il valore del contatto umano e dell’empatia.


Ogni volta che leggo certe frasi mi viene da chiedere: quanti avrebbero bisogno di questo trattamento?
Riflettendoci in maniera più approfondita mi rendo conto che esistono troppi esseri umani che consideriamo invisibili, che scegliamo scientemente di non vedere. Troppe divisioni “noi”/ “loro”, troppa ricerca affannata del nemico. Smettiamo di considerare l’altro come essere umano. Le tragedie più grandi della storia si basano proprio su questo: l’incapacità di vedere l’altro come un nostro simile, uno che soffre, che gioisce, che ride esattamente come facciamo noi. Gente che vorrebbe vivere in pace. Noi diamo troppe cose per scontato. Perché è così difficile tenere conto di questo?
Anche i media non fanno altro che rimarcare questa incitazione al nemico. In questi giorni ho letto notizie che farebbero ben sperare nell’umanità. Si sta cercando ancora l’uomo che a Parigi ha scalato un palazzo per salvare un bambino che stava rischiando di cadere.

Un altro ancora, sempre uno sconosciuto, nella nostra Milano salva una donna che stava tentando il suicidio. Una ragazzina non riesce a sostenere l’esame di maturità perché malata di un male incurabile che la uccide. I suoi compagni di classe chiedono di poter sostenere l’esame a nome suo e viene fatta richiesta di assegnare il diploma post mortem. Sono piccoli gesti di normale umanità che destano scalpore, solo perché siamo abitati a pensare al peggio. Perché queste cose non hanno lo stesso risalto della cronaca nera? Perché si sceglie scientemente di raccontare solo il peggio di noi? Basterebbero anche solo pochi minuti e sarebbero in grado di insegnare a vedere che non esiste nessun nemico. Può sembrare uno slogan fatto quello di “restiamo umani” ma per me non lo è affatto. Anzi. Se tutti fossero capaci di restare umani, di mettersi nei panni degli altri, di essere empatici, vivremmo tutti decisamente in un mondo migliore.

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