Maltese – Recensione della miniserie

La breve fiction sul Commissario Maltese, quattro episodi, mi ha lasciato addosso un’ottima impressione.

Per quanto fossi ottimista non posso negare di aver temuto il peggio per alcuni momenti di sbandamento, in quanto alcuni personaggi non erano interpretati bene, in particolare quello di Giulia Melendez, a cui prestava il volto una non proprio convincente Valeria Solarino, perché era troppo caricaturale come impostazione.

Tuttavia questo è forse l’unico reale difetto che si può trovare in una miniserie scritta e recitata benissimo, drammatica al punto giusto, senza scadere mai in esagerazioni.

Vi sono anche stati alcuni momenti di umorismo, tra Maltese e la sua squadra (anche loro personaggi interessanti e non macchiette) oppure con la figlia, la piccola Noa Maltese e anche tra Dario e la giornalista Elisa Ripstein.

A proposito di quest’ultima io credo sia doveroso dire qualcosa di più.

Elisa si può considerare a ben diritto la protagonista femminile della storia, grazie all’ottimo lavoro di Rike Schmid, sia dal punto di vista recitativo, sia per la sceneggiatura. Si rischiava davvero tanto ispirandosi ad una figura storica, peraltro attualmente vivente, come Letizia Battaglia (su cui faremo presto un articolo di approfondimento), invece, come per Maltese, chiaramente ispirato a Ninni Cassarà, il lavoro svolto è stato perfetto.

Elisa non è caricaturale, ha la forza di una vera donna e una vera professionista, che combatte per i giusti ideali e trova in Dario la sua anima gemella. I due sono speculari, si completano e ho apprezzato non poco la loro storia d’amore, niente affatto invasiva, seguiva di pari passo il loro percorso umano e professionale, dato che è spesso Elisa, con il suo lavoro di fotografa, a portare sulla strada giusta il giovane commissario.

Bravi gli autori ad evitare di tediarci con il triangolo tra lei, Maltese il collega Licata, il quale, avendo intuito quanto la compagna stava iniziando a provare, ha preferito mettersi da parte e in un momento del genere, quando troppi uomini uccidono le donne che osano lasciarli, è sicuramente un bel messaggio.

La parte che più mi ha sorpreso, e non era di facile gestione, è stato il colpo di scena finale, che non svelerò.

Un colpo di scena classico, ben costruito, portando fuori strada lo spettatore con una trama intricata e realistica.

Ciò che è interessante ed altrettanto realistico è che con tale colpo di scena si cita palesemente 1984 di Orwell, facendo intendere che la mafia è una sorta di grande fratello che ha occhi e orecchie dappertutto, anche quando non sembra.

La mafia, quella vera, si comporta proprio così. Soffoca le vite delle persone, non lascia loro scampo, manipola la verità, le distrugge se osano ribellarsi e riuscire a combatterla è veramente difficile.

Non è facile essere dalla parte dei buoni, come ha detto giustamente Kim Rossi Stuart:

Subentrano la pigrizia e la paura.”

Già, si dà veramente per scontato che il buono abbia il ruolo più facile. Non lo è. E’ difficile perseguire i propri ideali, fare la cosa giusta in un mondo marcio e il messaggio di questa miniserie è importantissimo.

Si rende omaggio a chi ha combattuto la mafia e lo si fa nella maniera giusta.

Niente super eroi, solo esseri umani che ogni giorno lottano contro tutto, comprese le proprie debolezze, perché preferiscono scegliere la parte migliore di se stessi e della società.

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