Moonlight Shadow – Un’originale elaborazione del lutto

Questo libro, Moonlight Shadow, che già dal titolo pare rimarcare gli argomenti trattati, mi ha colpito davvero molto per vari motivi.

Tuttavia prima di continuare avviso che vi sono diversi spoiler.

Banana Yoshimoto racconta una storia molto semplice ed umana, la storia di una ragazza, Satsuki, che ha perso il suo fidanzato, Hitoshi, in un banale incidente.

Il loro rapporto era stato costruito mattone su mattone, attraverso anche le discussioni e piccoli tradimenti, fortificandosi giorno per giorno.

Perché le storie d’amore vere sono così, non basta il colpo di fulmine, ci vuole altro per costruire un rapporto serio.

Banana Yoshimoto sembra saperlo molto bene e non racconta una relazione idilliaca attraverso gli occhi della sua protagonista, ma una situazione felice sì, situazione felice che viene distrutta dalla morte di lui.

Satsuki prova ad andare avanti, facendo piccoli gesti quotidiani, convinta che la possano risollevare, in particolare tutte le mattine si alza alle 5 per fare jogging, portandosi nella borraccia del tè.

Lei si ripete che sta bene, che sta andando avanti, ma dentro di sé non è così e il fortuito incontro con una ragazza molto particolare, Urara, che ha la capacità di leggere dentro le persone, le aprirà gli occhi sulla sua condizione.

Satsuki sta dimagrendo sempre di più, ha perso la voglia di vivere, se ne accorge anche l’eccentrico fratello di Hitoshi, Hiiraghi,  anche lui colpito dal lutto, da un doppio lutto perché, oltre ad aver perso il fratello, ha perso anche la propria compagna, Yumiko, una bravissima giocatrice di tennis, morta insieme a Hitoshi.

Una delle cose più belle del rapporto tra Hiiraghi e Yumiko è che lui si sia innamorato di lei vedendola giocare a tennis.

Un giorno, infatti, Satsuki gli chiede come mai abbia perso la testa per questa ragazza, che non sembra così bella, lui allora la trascina a vederla giocare e lì Yumiko sprigiona la sua forza e la sua personalità, cosa che colpisce anche la giovane protagonista.

Hiiraghi è devastato dal dolore quanto lei e per tenere stretta a sé la donna che amava, continua ad indossarne la divisa scolastica, gonna compresa, senza per fortuna ricevere prese in giro.

I due si incontrano ripetutamente, in particolare una sera Hiiraghi la trascina in un grazioso ristorante per convincerla a mangiare e quel posto pare colpire Satsuki, che, per la prima volta da tempo, ritrova un po’ di voglia di vivere, attraverso il cibo.

E’ molto bello che sia anche il cibo ad essere un segno della voglia di vivere, soprattutto per una donna, visto che sappiamo molto bene come, troppo spesso, gli spot, ma anche cinema, letteratura e serie tv, ci mostrino donne inappetenti ed assurdamente sane.

Un giorno Satsuki si ammala, prendendosi un febbrone, ma avendo promesso ad Urara di incontrarla la raggiunge. La ragazza le ricorda l’appuntamento sul ponte, dove si sono conosciute e dove è morto Hitoshi, intimandole di guarire, un appuntamento che avviene ogni 100 anni.

E che cos’è quell’appuntamento?

Banana Yoshimoto

Un addio.

Satsuki, infatti, ha la possibilità di poter dire addio all’uomo che amava, un lungo e struggente saluto, un lunghissimo istante che pare dilatarsi in eterno, che la fa rinascere.

Qualcosa di simile avviene anche all’amico Hiiraghi, che vede comparire una strana luce in camera sua, attraverso la quale vede Yumiko, che si porta via la divisa.

Quasi un invito a voltare pagina.

Questo incontro/addio mi ha fatto pensare ad alcune cose.

Primo alla festa di Samhain, quando, secondo le credenze, il confine tra mondo terreno e ultraterreno diventa più labile e si ha la possibilità di incontrare i propri cari defunti.

La Yoshimoto, per questo libro, si rifà ad una credenza simile in Giappone, il fenomeno Tanabata.

Il Tabanata o Festa delle stelle innamorate

Secondo: sarebbe davvero bello poter salutare le persone che amiamo, un’ultima volta, prima che ci lascino per sempre, prima che raggiungano l’aldilà. Sarebbe un modo per capire che stanno davvero andando in un altro posto e stanno bene.

Mi viene in mente il magnifico albo di Dylan Dog, Lassù qualcuno ci chiama”, (dedicato ad Umberto Eco, che gradì molto, essendo fan), dove si parla di un evento simile, specificando che, in natura, nulla si perde, anche a livello fisico e si viene solo trasformati in qualcos’altro.

Nulla si crea, nulla si distrugge.

La poesia, la leggerezza e la passione che mette sempre questa autrice è un balsamo sul cuore. Non si può non amarla.

Adoro anche il suo modo “normale” di raccontare la magia, come se davvero facesse parte del quotidiano e chissà forse è davvero così.

Dopotutto la pensava così anche un certo Einstein:

“Ci sono molti modi di vivere la vita.

Una è pensare che niente sia un miracolo.

L’altra che ogni cosa lo sia.”

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