Quelli che… non hanno bisogno di correre.

Questo articolo non vuole essere una accusa contro i tempi moderni, bensì, una riflessione. Il titolo recita: “Quelli che non hanno bisogno di correre.” Ora spieghiamo cosa intendiamo dire. Uno dei piaceri maggiori, sia nella lettura, sia nella visione di un’opera cinematografica, per me è quella di attendere che sia l’autore, o il regista, a portarci per mano nella direzione che vuole prendere. Adoro quando una serie tv viene composta da piccoli indizi. JJ Abrams è un artista in questo e le sue opere creano sempre una miriade di domande, anche se spesso rimangono senza risposta. In un documentario lui l’ha chiamato meccanismo da “mistery box” (la famosa scatola con il punto interrogativo e niente altro all’esterno. Dipende da te se aprire e scoprire il contenuto oppure rimanere con le tue ipotesi.)

Lascia piccoli segnali e lascia che sia lo spettatore a fare la sua ipotesi e a prendersi il piacere, o lo scorno, di vedersi confermare o smentire. E’ un gioco a rimpiattino tra l’autore dell’opera e il suo fruitore e, per me, non c’è cosa più bella. Se questo gioco venisse a decadere, oppure se mi si svelasse immediatamente il mistero in ballo, perderei molto del piacere. Credo anche che sia qualcosa che richiama un istinto atavico anche se solo a livello metaforico: il piacere della caccia che, talvolta, diviene più alto dell’effettiva cattura della preda.
Purtroppo però, sempre più spesso, ho notato che invece molti preferiscono il “Tutto e subito”. Per fare un esempio: molti hanno definito “Noioso” Westworld solo perché, come dicevo prima, JJ Abrams e Nolan si prendono il loro tempo per raccontare la storia e disseminare gli indizi come le famose briciole di pane di Hansel e Gretel che riconducono a casa. Continuando su questa metafora: molti non vogliono lasciare casa oppure non vogliono faticare troppo per ritrovare la strada.
Perché voler correre a tutti i costi? Perché rovinarsi il piacere della caccia? Cosa si guadagna in questo? Perché c’è questa scarsa abitudine alla lentezza, ad aspettare di avere tutti gli elementi di una storia per vederla esattamente così com’è davvero?
Simona Ingrassia.

Uno dei miei libri preferiti s’intitola Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza, di Luis Sepúlveda. E’ una favola per adulti, più che per bambini, poiché è un invito a riscoprire l’importanza della lentezza come modo di vivere la vita, in netta contrapposizione alla frenesia moderna che ci vede correre per qualsiasi cosa.

Inutile girarci troppo intorno: viviamo nel tempo della velocità. Ci bastano cinque minuti di spot televisivi per accorgercene. Dalle auto supersfreccianti che dovrebbero accrescere la nostra autostima – e alleggerire il portafogli – ai cibi che cuociono in pochissimi minuti, alle promozioni di navigazione sul web che vantano ognuna una velocità supersonica. E la lista sarebbe ancora lunga, ma ne lascio a voi la continuazione.

Da un lato c’è la reale necessità di non sprecare tempo, specie per coloro che si devono destreggiare tra lavoro e famiglia con orari talvolta impossibili, dall’altro questa mania del “fast” a tutti i costi si sta tramutando in una forma mentale da cui è sempre più difficile uscirne. Non sappiamo qualcosa? Clic, due secondi, il motore di ricerca ci offre un sacco di risposte; il fatto che tra esse si camuffi anche della vera e propria spazzatura è un’altra storia che ora è meglio accantonare. Non conosciamo una strada? Clic, altri due secondi e mappe su mappe saranno a nostra disposizione per aiutarci ad andare dove vogliamo. E’ tutto molto più comodo, indubbiamente, nessuno di noi di Over There ha intenzione di scagliarsi contro il web con le solite frasi fatte che suonano tipo “si stava meglio una volta…”

Però tutta questa velocità ha disabituato molti alla lentezza, che a volte è necessaria per affrontare quella quotidianità che ancora chiede tempo per poter essere vissuta e goduta in pieno. La citazione di film e serie televisive, espressa da Simona, è solo uno dei tanti evidenti esempi che sono sotto gli occhi di tutti. Al momento di sedersi sulla poltrona del cinema, o sul divano di casa, la maggior parte dei commentatori del web afferma che vorrebbe le risposte tutte e subito. Ma un film in cui è già chiaro il finale, senza che lo spettatore si sia fatto alcuna domanda in merito, non è meritevole d’essere definito tale. E’ come accingersi a fare il salto in alto con l’asticella alzata di dieci centimetri: più facile, più veloce, più comoda. Assistiamo quindi a piagnistei degni di un poppante se invece l’opera in questione non si dona tutta nella sua completezza, ma ci lascia invece ampi margini di riflessione, domande non del tutto risolte che possono diventare spunti di conversazioni e confronti.

 Dal mondo della fiction a quello reale il passo è più breve di quanto si possa immaginare. Un solo esempio, più che sufficiente: il mondo della scuola.

Genitori ansiosi che il proprio pargolo dia sempre il meglio di sé. Quindi riempiamolo di nozioni fin dall’infanzia e mandiamolo a scuola il prima possibile, pazienza se ha ancora cinque anni. E se entro Natale non è ancora in grado di leggere e scrivere come i suoi compagni? Apriti cielo! E’ una gara continua a chi fa prima e chi resta indietro, chi è “lumaca”, è fonte di disagio per la famiglia. L’ansia della corsa e del traguardo fa puntare gli occhi ad un nastro rosso lontano, mentre tutto quello di cui ci sarebbe bisogno dovrebbe essere uno sguardo carezzevole che osserva i piccoli passi del tragitto. Passi che possono essere da formica, da lumaca o da lepre, a seconda dell’indole di ciascuno. Ed invece tutto il percorso di mezzo viene talvolta perduto, poco valorizzato.

Ma per i bambini – così come nelle relazioni in generale – la storia è diversa dalla fiction o dai libri. Non c’è nessun pulsante che ci riporti indietro, né si può tornare alle prime pagine del romanzo ed il tempo che sprechiamo – quello sì, gettato al vento – per correre ed imporre il nostro ritmo non ci verrà mai più restituito.

Chiara Liberti

“Comincia là dove nascono i primi ulivi e finisce dove spuntano le palme nel deserto. Lo stesso vento striscia tra gli ulivi e fa rabbrividire le palme. Alza la sabbia del deserto e la deposita sulle nostre auto in sosta in vie dimenticate di città senza magia.
E ci ricorda, così, di possibili misteri appena dietro l’angolo. Lento mare per popoli lenti, là dove la lentezza tornerà a riscattarci. Perché sostenere il ritmo? Perché non lasciarsi andare a rallentare e vagare tra le note, ribellandosi alla dittatura della batteria del basso?
Piazza, non fossato, via d’accesso e non sbarramento. E se fosse proprio questo mare il punto fermo da cui ricominciare?”

Mediterraneo di Gabriele Salvatores.

“Le cose belle sono lente”

Felice Andreasi in Pane e Tulipani.

La lentezza tornerà a riscattarci davvero? Chissà. Perché in questo periodo si ha così paura di questa parola “Lentezza”? Perché non si riescono ad apprezzare storie dove l’autore/l’autrice ti portano per mano, facendoci conoscere, lentamente, i suoi personaggi e il suo mondo?

Sono sempre stata lenta. Fin da piccola. Non ho mai avuto la voglia di crescere, ho sempre cercato, a mio modo, di lasciare che la parte bambina di me rimanesse nel mio difficile viaggio, forse per questo amo questo tipo di storie, in cui ti fanno scoprire le cose passo passo, stuzzicando la mente e la curiosità. Mi diverte assaporare il gusto delle cose.

E forse per questo che mi schiero sempre dalla parte dei bimbi di cui parla Chiara, bimbi da cui si pretende tutto e subito.

Mi diverte teorizzare, mettermi alla prova, restare in attesa del prossimo “step”.

Non ho mai amato i binge watching.

Mai.

Gabriele Salvatores

Al massimo ho visto 2-3 episodi alla volta di qualche telefilm e posso anche metterci due mesi a leggere un libro, se non di più, prendendomi delle piccole pause, per farlo scivolare lentamente dentro di me.

Mangio anche lentamente. Detesto ingozzarmi, anche quando sono affamata.

Quando andai in meridione, per la prima volta, mi innamorai perdutamente della lentezza di questa parte del nostro popolo.

Erano lenti sì, tanto lenti, eppure facevano le stesse cose che facciamo noi milanesi.

Le stesse. Mi sembrava di vivere in una dimensione parallela, più umana, più veritiera.

Quando vado sulle mie montagne, la ritrovo.

Banana Yoshimoto

E’ affascinante vedere il pastore/allevatore che conta, seduto, le sue mucche e le sue capre.

Sta lavorando, eppure ti mette addosso una serenità pazzesca.

E’ affascinante vedere lo stesso allevatore preparare i formaggi, mescolando piano piano il latte.

Quando leggo le storie di Murakami e Banana Yoshimito (scoperta grazie alla mia cara socia Simona) la ritrovo questa dimensione.

Quando vedo serie tv e/o film di Abrams, Nolan, Lynch, Soldini, Salvatores e altri la ritrovo.

Non è mia intenzione giudicare chi ha un altro modo di vivere, non è quello il punto.

Mi piacerebbe solo lanciare il messaggio che forse non è così male che qualcuno ci metta tanto a raccontare una storia o a fare un altro tipo di lavoro.

Il tempo.

Dobbiamo riscoprire la bellezza del tempo.

Non bruciandolo, ma assaporandolo.

Mi permetto di regalare una piccola poesia di uno dei miei autori preferiti Gianni Rodari:

“Chiedo scusa alla Favola antica se non mi piace l’avara formica,

io sto dalla parte della cicala, che il suo bel canto non vende… regala.”

Non vi dico di sprecare tutto, no, ma godervi il viaggio sì, sia nei romanzi/film/serie tv che nella vita reale.

Silvia Azzaroli

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