Star Wars Reloaded – Rogue One – a Star Wars story – La recensione di Simona e Silvia

Nelle scorse settimane è arrivato nelle sale l’ennesimo film della saga per eccellenza della storia del cinema.

Star Wars.

Titolo?

Rogue One – a Star Wars story anche se si potrebbe intitolare episodio 3.9.

Come prima cosa ci teniamo a dire che non eravamo così entusiaste all’idea degli spin off.

Prima di continuare precisiamo che su questa nuova pellicola il nostro staff farà diverse recensioni personalizzate, invece di farne una sola multipla che diventerebbe pesante.

Inizieremo noi, Simona e Silvia, poi ci saranno Maria Pia Leone, Chiara Liberti e Gigliola Foglia.

Vi avvisiamo che da qui in avanti saranno presenti degli spoiler!

Questo, però, è sempre stato l’unico che ci ha sempre attirato.

Gareth Edwards, il regista, arriva direttamente da Locarno, dove venne lanciato da un piccolo delizioso film, Monsters, che vi consigliamo di recuperare soprattutto per il finale sconvolgente.

Il regista inglese ci ha messo molto di suo, con un film sporco, crudo, senza orpelli, senza però violenza inutile.

Tuttavia la lunga mano del creatore della saga, George Lucas, si vede tantissimo, per mille motivi.

I rimandi al cinema di Kurosawa e alla cultura giapponese, il personaggio di Chirrut Îmwe, uno degli ultimi monaci Whil (e su questi ultimi ci sarebbe da aprire un calderone), che a me Silvia, personalmente, ha ricordato Goemon di Lupin mentre a Simona Stick di Daredevil, ci danno la prova di quanto il regista di Modesto sia ancora il vero deus ex machina di Star Wars.

Senza contare il modo in cui racconta la guerra, con chiarissimi rimandi al cinema d’antan, tipo Quella Sporca Dozzina, i feroci attacchi a tutti i tipi di dittature, anche quelle nascoste e alle più sfrenate ambizioni umane.

Rogue One è questo ed è il ponte tra le due trilogie, in barba a chi continua a considerare i prequel non canonici.

Innanzitutto chiariamo che questo film racconta gli eventi precedenti di poco quelli di A new hope, ossia il primo film ad essere uscito della saga di Star Wars, e risponde ad alcune domande che i fan si erano posti, soprattutto riguardo alla Morte Nera.
Il film si apre con le vicende della famiglia Erso. Lo scienziato Galen Erso ( a cui presta il volto il talentuoso attore Mads Mikkelsen, famoso per la serie tv cult Hannibal), dopo aver lavorato per l’Impero per anni, ha deciso di ritirarsi con la famiglia a causa della sua opposizione a tutto ciò che sta facendo quest’ultimo per prendere il potere della galassia. Però all’impero non interessano le sue idee, solo quello che lui può fare come ingegnere. Stanno costruendo una nuova e devastante arma – quella che noi spettatori già conosciamo – e hanno bisogno di tutti i migliori progettisti. La moglie di Galen viene uccisa, la figlia Jyn riesce a scappare grazie anche all’aiuto di Saw Gerrera, un ribelle dentro ai ribelli.

Per anni padre e figlia non avranno più notizie l’uno dell’altra.
Ritroviamo Jyn cresciuta molto più tardi. E’ il ritratto di chi ha dovuto crescere in fretta senza genitori in un mondo ostile. Qualcosa che suona ricorrente e familiare nello svolgimento dell’intera saga. Ha adottato un nuovo nome perché nessuno potesse collegarla con il padre e sopravvive come può.

Jyn è diventata un po’ cinica e sembra non credere più in nulla, solo il messaggio olografico del padre Galen la scuote dalla sua apatia.

Galen ha infatti pianificato la sua vendetta, creando una piccola falla nell’arma.

Falla che noi conosciamo bene.

Fu un certo Luke Skywalker, appena diciannovenne, a scovarla e far saltare in aria la Morte Nera con un solo colpo, usando la Forza.

Jyn decide quindi di provare a convincere l’Alleanza a tentare di rubare i piani della Morte Nera ma i vertici temono che sia una trappola e si rifiutano di darle il consenso.

Tuttavia un gruppo di ribelli, che sentono di avere molto da farsi perdonare, avendo fatto le peggiori cose in nome della ribellione, decidono di seguirla, capitanati da Cassian.

Nasce così la squadriglia Rogue One, un gruppo di eroi dimenticati che, in una missione suicida, salvano il sogno della ribellione e portano speranza alla Galassia.
Molte le critiche su questo film.
La prima: Jyn non è credibile come leader. La transizione daragazzina svogliata, cinica e indifferente a essere umano con una missione è troppo veloce. Io non direi. Forse la gente si è dimenticata come ribolle il sangue quando si è giovani. Soprattutto in situazioni come quelle, dove l’azione sembra essere davvero l’unica opzione possibile. Jyn è sempre stata sola, non ha parenti, non ha legami con niente e con nessuno. Pensa di essere stata tradita da tutti. Il momento del cambiamento è palese. E qui di nuovo un’altra critica che si leva dal coro: Felicity Jones non è brava. Sarà. Però nel momento in cui lei vede il video del padre, e sente le sue parole, è palese quello che le sta passando per la mente e nel cuore. Jyn non dice nulla ma con lo sguardo e la mimica esprime molto di più di mille parole.

Criticato anche Cassian, considerato troppo prevedibile nel suo rapporto con Jyn.

Prevedibile? Sì, forse, ma quello che colpisce, per lui, come per gli altri, è l’essere eroi normali, decisi a riscattarsi e a dare un senso a tutte le loro lotte.

Nella vita arriva sempre il momento delle scelte e Cassian dimostra di saper fare quelle giuste, cosa non sempre facile. Anche il suo coraggio nel non voler uccidere Galen e al voler seguire Jyn in una missione appunto suicida ci mostra questo.

Cassian è un eroe normale, così come Jyn e l’intera squadriglia.

Uomini normali che lottano per quello che ritengono giusto a costo della vita.

Vi dicevamo sopra di Chirrut Îmwe e del suo essere un monaco Whil, devoto agli insegnamenti jedi.

Chi conosce bene Star Wars sa che i Whil sono un popolo extragalattico a cui il mitico R2 racconta la storia della saga e le scritte che vediamo all’inizio di ogni film sarebbero proprio parte di quel racconto.

L’altra cosa che sappiamo dei Whil è che furono loro a rivelare la profezia su Anakin:

“E in un momento di grande disperazione la Forza manderà un salvatore e sarà chiamato Figlio dei due Soli.”

Che Chirrut sappia della profezia pensiamo ci siano pochi dubbi essendo così devoto ai jedi, i quali, come ben sappiamo, hanno sempre male interpretato tale profezia.

Perché Edwards ha inserito questo personaggio?

Lucas vuole riprendere l’idea dei Whil? Così parrebbe.

Un altro aspetto affascinante di questo misterioso monaco cieco sono la sua chiara ispirazione al cinema giapponese, come dicevamo sopra.

Forse non tutti sanno che in origine Lucas volesse Toshiro Mifune per il ruolo del misterioso “pazzo vecchio” Obi-Wan, “ripiegando” poi, si fa per dire, su Sir Alec Guinness, il quale aveva un’ammirazione talmente sconfinata per il giovane regista di Modesto da lavorare gratis per lui, chiedendo solo una piccola percentuale sugli incassi, convinto che non avrebbe guadagnato un soldo. E poi sappiamo tutti com’è andata…

Ma non divaghiamo che lo sappiamo benissimo che state tutti pensando: “Vorrei lavorare pure io gratis e dopo vedermi arrivare un assegno di svariati milioni di sterline.”

Proprio come Obi-Wan in “Una Nuova Speranza”, Chirrut è considerato appunto un vecchio pazzo, l’ultimo di una stirpe ormai estinta, a cui nessuno crede più. Lui però ci crede e le sua fede è incrollabile, tanto da ripetere come un mantra:

“La Forza è con me e sono tutt’uno con la Forza!”

Egli è l’esempio di come la fede, se usata nel modo corretto, possa spingere le persone oltre i propri limiti, vincendo le proprie paure.

Nel momento fatale, quando decide di morire per la causa, Chirrut ripete il suo mantra, sicuro, in questo modo, di non essere solo e poco prima di morire tra le braccia dell’amico guerriero Baze Malbus, che l’aveva sempre criticato, dice:

“Cercami nella Forza e mi troverai sempre.” e poco dopo Baze si alza, ripetendo il mantra di Chirrut.

A proposito dell’essere ponte tra le due trilogie in questo film appaiono diverse figure importanti di entrambe, oltre al citato Tarkin (ricostruito in computer graphica con le fattezze di Sir Peter Cushing),  anche i senatori Bail Organa e Mon Mothma, interpretati da Jimmy Smith e Genevieve O’Reilly, che avevano prestato loro il volto nei prequel, lei nelle scene tagliate de La Vendetta dei Sith.

Mon apparve anche nella vecchia trilogia, interpreta da Caroline Blakistone.

Sia lei che Bail Organa (il padre adottivo di Leia) sono i leader dell’Alleanza Ribelle, fondata grazie ad un’idea di Padmé Amidala.

Dall’altra parte abbiamo una figura tragica in quella di Krennic. E’ un uomo ambizioso, assetato di potere. E’ un uomo piccolo con lo sguardo rivolto alle vette dell’Impero. Tollera di malavoglia l’ingerenza di Tarkin sulla Morte Nera e sul progetto, tenta di fare il superiore persino con Darth Vader che, ovviamente, lo rimette al suo posto con una frase che suona profetica “Stia attento a non strozzarsi con la sua ambizione direttore Krennic.” e lui sa bene di cosa parla.

Krennic rappresenta la coltre di cortigiani e arrampicatori sociali dell’impero, pronti a tutto, anche a distruggere vite intere, pur di arrivare in cima.

Un personaggio molto realistico, anche nella morte: l’uomo finisce ucciso dalla sua stessa arma, rubatagli dal più scaltro (ma non tanto più scaltro) Tarkin, che non vedeva l’ora di poterla usare e, nel contempo, liberarsi dello scomodo sottoposto.

E ora dobbiamo per forza spendere due parole per lui.

Lo sapete a chi ci stiamo riferendo.

A Lord Darth Vader.

Al personaggio più importante dell’intera saga, nel bene e nel male.

E se Anakin fu e sarà grande nel bene, con il suo tragico sacrificio finale, qui vediamo il suo lato più terribile, come ai tempi della strage al tempio.

Impietoso, terribile, agghiacciante quando fa strage di ribelli nel magnifico finale.

Un personaggio iconico che non può non ammaliare.

Un villain e un eroe.

Perché noi lo sappiamo che l’eroe ancora c’è in lui.

Ecco se dobbiamo trovare un difetto al film, avremmo voluto magari un momento, proprio nel finale, in cui percepiva che la persona a cui erano arrivati i piani della Morte Nera, fosse qualcuno a lui molto vicino.

Questa persona è sua figlia, la principessa Leia Organa (anche lei ricostruita in cgi con le fattezze della sua interprete originale, Carrie Fisher da giovane però), che pronuncia una sola parola alla domanda: “Cosa vi hanno portato?”

Una sola, ma vitale.

“Speranza.”

Iconica e splendente la nostra principessa.

Come accennavamo a inizio articolo eravamo scettiche riguardo l’arrivo di questo spin off e, alla fine, siamo comunque rimaste soddisfatte. Abbiamo qualche tassello in più su particolari della saga ed è bello per chiunque lo ama.
E’ un film solido, cupo, senza lieto fine. Non può esservene uno, considerato quello che accadrà subito dopo. Il vero lieto fine è ancora troppo lontano.

Recensione redatta da Simona Ingrassia e Silvia Azzaroli.

 

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2 commenti su “Star Wars Reloaded – Rogue One – a Star Wars story – La recensione di Simona e Silvia”

  1. Grazie Silvia e Simona, una splendida recensione. Anch’io non ero convinta della trovata degli spin off….Ed invece… Che aggiungere a quanto già detto? Da spettatrice, e fan di lunga data, ho sentito qualche mugugno, in sala al termine del film, per il mancato happy end… Ma sarebbe stato stonato, era giusto che finisse così. In fondo, col suo sacrificio, Jyn riabilitava la memora del padre, creduto da tutti un collaborazionista dell’Impero ma che, da bravo ingegnere, aveva piazzato un falla nascosta (un micidiale easter eggs) nella propria creazione… Un tema ricorrente quello dei figli che salvano l’onore dei padri…

    1. Prima di tutto grazie per i tuoi complimenti carissima Aelis!
      Sono contenta che hai gradito! E’ vero è una tematica davvero ricorrente quella dei figli che salvano l’onore dei padri.
      Deve essere un tema molto caro a Lucas.
      E sono contenta che pure tu la pensi così sul mancato happy end!
      Un abbraccio!

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