Vice: l’uomo nell’ombra – Recensione

 

E’ un film difficile, una sorta di documentario su una storia di cui noi italiani sappiamo ben poco. Allora perché guardarlo ? Mi sono messa nella stessa ottica di quando guardi un film su uno stato di cui non sai nulla,  ma vuoi capire le loro bassezze, i momenti più infimi e disdicevoli della loro storia, il lato oscuro. L’ho guardato con lo stessa logica con cui ho visto Beasts of no nation e le traversie dei bambini soldato di una nazione africana, la cui cultura mi è pressoché ignota.

Dick Cheney e Christian Bale © Greig Fraser/Annapurna Pictures; Win McNamee/Getty

Vice non è una pellicola di cui apprezzi la fotografia o la colonna sonora, tutto fa perno sui dialoghi del potere. Le parole, poche, di Cheney e i suoi sguardi vacui fanno da primo piatto, secondo, contorno, dolce, caffè e ammazza caffè. Bale è magistrale, ti disgusta, ti fa schifo e capisci cosa intendeva dire ai Golden Globe con i suoi ringraziamenti a Satana. Esci dalla sala sentendotelo sulla pelle, come squame di pesce, viscide e disgustose. Senti concretamente il bisogno di una doccia. Sappiamo da sempre che il mondo della politica è brutto, sporco e cattivo ma mai l’avevo sentito con tanta consapevolezza. Questi burattinai giocano con noi, condizionano la nostra mente e dispongono senza morale della vita o della morte di milioni di persone. Vice ti fa assaporare questo stato di cose con orrore, sia Bale che Steve Carrel costruiscono delle personalità narcisistiche e mefistofeliche. Ero abituata a vedere Carrel nelle commedie e questo suo lato drammatico lo trovo vincente.

Lynne Cheney e Amy Adams © Brooks Kraft LLC/Sygma/Getty; Annapurna

Amy Adams è perfetta, la donna nell’ombra ma che nell’ombra non ci sa stare per nulla. Una donna terrificante, la cui sete di potere e capacità di intrallazzare farebbe invidia al principe di Machiavelli. Strategia e dominio innanzitutto e sopra a tutto, anche alla famiglia, anche se si sputa addosso agli affetti più cari. Buon film, ma non da Oscar, a meno che non sia per il miglior attore. Il prodotto è poco godibile, non perché non sia di qualità , ma proprio per la natura dell’ argomento. Non senti toccata la tua sensibilità di individuo, ti fa proprio infuriare e vorresti entrare alla Casa Bianca con un lanciafiamme.

 

George W.Bush e Sam Rockwell © Brooks Kraft Chip Somodevilla/Getty; Annapurna

 

Sam Rockwell è l’unico che mi ha lasciato qualche perplessità, non perché non sia stato bravissimo, ma il suo George W. Bush mi sembrava troppo, troppo scemo, una pedina, una specie di prestanome che a tratti ricordava Shaggy di Scooby Doo. Un uomo che arriva ad essere presidente degli USA non può essere tanto idiota, non può essere irresponsabile e superficiale nel suo operato … però adesso c’è Trump. Come non detto.

 

 

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