Il labirinto degli spiriti di Zafòn – La fine di una saga

Ci abbiamo messo parecchio a metabolizzare questo romanzo, che è l’ultimo della saga del Cimitero dei libri dimenticati, per tutta una serie di ragioni che spiegheremo più sotto.
Eravamo indecise se fare una recensione con o senza spoiler e alla fine abbiamo optato per la prima perché se no non avremmo potuto dire quasi niente di ciò che leggerete, in primis non avremmo potuto fare nessuna domanda. Quindi vorremmo che a leggere questa recensione fosse qualcuno che abbia letto tutti i libri di detta saga, in modo da poter intavolare una discussione.
La primissima cosa che ci teniamo a dire è che noi adoriamo Zafòn, come autore.
E’ un grande scrittore, sa usare le parole come pochi, è scorrevole, elegante, appassionante, inoltre si informa sui periodi storici che tratta, lo si vede molto bene e arriva persino a scusarsi per piccoli anacronismi storici, non come un Dan Brown qualunque, che infila sciocchezze ogni tre per due, non solo dal punto di vista storico e le spaccia pure per vere.
Ci teniamo a dirlo perché non vorremmo che passasse il messaggio che a noi Zafòn non piaccia, dato che faremo delle critiche abbastanza pesanti su alcune cose, ovviamente vi sarà spazio anche per le tantissime cose che abbiamo apprezzato.
Prima di proseguire vi avvisiamo che da qui in avanti saranno presenti PESANTI SPOILER, continuate a vostro rischio e pericolo.
Venendo alle critiche, forse la prima che va fatta è che resta palese come questa saga sia stata costruita a posteriori. Troppe cose aggiustate in corsa per cercare di far quadrare tutto, inoltre L’ombra del Vento, il primo libro, poteva benissimo funzionare da solo e non aveva bisogno di seguiti.
Non amiamo fare classifiche però in questo caso temo sia doveroso:
L’ombra del vento 9, il gioco dell’angelo 7 ½ , Il labirinto degli spiriti 7, Il prigioniero del cielo 6 ½ .
Ad esempio nel primo sequel, che poi è un prequel, viene introdotta una tematica di fantascienza, ovvero il dono dell’immortalità al protagonista a David Martin, per aver creato un’opera in cui si parla di una nuova religione per tale Andreas Corelli. Il libro, malgrado qualche digressione di troppo, funzionava abbastanza bene, certo sembrava scritto da qualcuno sotto acidi, però non è necessariamente un male.
Il male è stato nel labirinto degli spiriti dove si è cercato di far passare il tutto come un sogno della mente malata di David, ficcandoci pure un’improbabile storia d’amore tra lui e Isabella, che non sta né in cielo né in terra. Chi ha letto il gioco dell’angelo sa che tra i due vi era una stupenda amicizia ma nessuna storia d’amore e che Andreas Corelli fosse reale. Ci rendiamo conto che è molto affascinante far passare il tutto per una visione, cioè lo è per alcuni, per noi no, perché se si infila una tematica per 700 pagine, poi non si può in 20 pagine cercare di smentire il tutto. Non funziona infilare una tematica in corsa, né funziona smentirla perché sa di arrampicata sugli specchi.
E per quello che ci riguarda Daniel è figlio di Juan.
A proposito di Daniel qui veniamo ad un altro punto molto dolente.
Tutta la storia di Isabella a David piomba addosso come un macigno e nessuno fa niente per aiutarlo, nessuno né l’amico Fermin, ormai diventato un fastidioso saccente, né la moglie, troppo presa da se stessa. Nessuno.
Daniel viene spesso trattato, da chi dovrebbe amarlo di più della sua stessa vita e dal suo migliore amico, come un povero infante, un imbecille che non è padrone delle proprie azioni. L’unico spiraglio di luce arriva da Alicia, in un meraviglioso gesto d’amore vero e disinteressato – tale perché lei stessa sa che lui non la amerà mai: fa consegnare il diario di Isabella nelle sue mani, in modo tale che il giovane Sampere possa conoscere la verità sulla sua morte e decidere autonomamente come gestire le informazioni e il suo desiderio di vendetta.
E nella risoluzione di questa vicenda si vede quanto invece mostrerà una moralità saldissima e una pietà verso l’assassino che, forse, umanamente, noi non saremmo in grado di avere.
Venendo ad Alicia, dobbiamo dire che nella sua voglia di creare dei personaggi che ricordino il suo personaggio più amato, quel Julian Carax, il fantasma dell’opera della sua saga, che non smette di affascinare, beh Zafòn ha fatto un lavoro egregio.
Alicia ha molto di Julian, senza esserne una copia, come lo era David Martin invece.
La ragazza, infatti, vive di vita propria, ha coraggio, lealtà e forza da vendere e ci dimostra come una donna possa cavarsela da sola, anche in situazioni molto difficili.
Se dobbiamo trovarle un difetto odioso e irrealistico, è sta fissa di non avere mai fame.
Scusate la brutalità: avete sfasciato le ovaie oltre ogni dire con sta storia.
Le donne hanno fame, anche di sesso sì, ma vi assicuro che non diciamo di no ad un piatto di lasagne al forno, alle patatine fritte, ad un carrè di agnello, ad un supplì, ad un piatto di gamberoni, ad una pasta alla cime di rapa o a panna, caviale e salmone. E pure ad un bel gelato. Il prossimo autore che metterà una donna che non ha mai fame si prenderà un rimbrotto personale perché vi giuriamo che andremo a cercarlo per fargli un clistere, chiaramente a digiuno.
E comunque meglio un bel brunello o un moscato invece di un improbabile vino bianco. Non di mattina che ha lo stomaco di amianto? Se beviamo un dito di vino senza aver mangiato vomitiamo il pranzo di Natale del 1985!
Detto ciò fa piacere vedere che l’autore non ha paura di mostrarci che lei ricorra alle medicine, che non sono altro che droghe, per sopportare il dolore – il suo rapporto di amore e odio, con queste è quanto di più bello e di più realistico ci possa essere -, che Alicia spari quando ce ne sia bisogno, che usi la propria femminilità per ottenere le informazioni che le servono, che abbia un gran cervello e non abbia paura di usarlo, facendo apposta ad apparire peggiore di ciò che è, perché tanto sa che è inutile con i dementi e che solo le persone intelligenti sapranno vedere oltre la patina di finto cinismo.
E’ bellissimo che ami leggere e che le sia rimasto nel cuore Alice nel paese delle meraviglie.
Ed è bellissimo che abbia avuto il suo lieto fine, andando a vivere una vita felice negli Stati Uniti.
Abbiamo detto che Zafòn sa fare ricerche storiche come pochi. Qui viene trattata una tematica doppia, oltre al franchismo, di cui non si è mai detto abbastanza, si parla di crimini mai raccontati, ovvero il rapimento di bambini, da genitori prigionieri del regime.
Bambini ignari della propria identità.
E se mai vi sfiorasse il dubbio che una cosa del genere non fosse possibile nella realtà, vi ricordiamo che in Australia è accaduto qualcosa di molto simile dal 1890 fino agli anni ‘60. E’ ormai nota la vicenda della “Stolen Generation” ossia la generazione di bambini aborigeni e dell’isola nello stretto di Torres, allontanati dalla propria famiglia d’origine dai governi federali australiani e missioni religiose ai sensi di alcune norme parlamentari vigenti nei singoli Stati. Per non tacere ancora dei desaparecidos: persone che furono arrestate per motivi politici, o anche semplicemente accusate di aver compiuto attività “anti governative” dalla polizia dei regimi militari argentino, cileno e di altri paesi dell’America latina, e delle quali si persero in seguito le tracce.
Tra i bambini rapiti vi sono Mercedes e Vittoria/Ariadne, due sorelle rapite e separate da bambine, che solo da adulte scopriranno la verità ed entrambe finiranno per perdere completamente la ragione, perché si renderanno conto che tutta la loro vita è stata una farsa. Vittoria in particolare deciderà di mettere in atto la sua vendetta, usando il fantasma di David Martin, per far impazzire e poi cadere in trappola il suo aguzzino, Valls.
E qui veniamo ad un altro punto interessante del romanzo. Zafòn descrive con minuzia di particolari le torture subite dall’uomo, contrapponendole molto spesso, a quanto le sue vittime hanno subito. Chi parla sempre di vendetta, di occhio per occhio, dente per dente, dovrebbe leggere certe pagine. Crediamo che gli passerebbe la voglia.
Prima di chiudere vorremmo spendere due parole per Julian Carax. Da quello che abbiamo visto in giro resta il personaggio più amato, un po’ per l’alone di mistero stile appunto fantasma dell’opera, un po’ per la sua redenzione.
Per motivi suoi Zafòn ha deciso di utilizzarlo poco dopo l’ombra del vento, facendolo riapparire solo nel finale della sua saga, rendendolo l’autore fittizio della stessa.
L’autore è libero di fare ciò che vuole, crediamo in questo principio sacro, a sua volta il lettore ha però il diritto di criticare ciò che non gli piace e non possiamo non far notare che sia stato un peccato non utilizzarlo di più. Forse temeva di sprecarlo? Di rovinare il suo fascino? Di non avere un’altra storia alla sua altezza? Chissà.
Abbiamo apprezzato l’incontro con il proprio omonimo, molto bello e abbiamo amato come lui abbia compreso di aver amato Nuria. Non ci sentiamo di dargli la croce addosso per aver pianto a lungo Penelope. Lui aveva amato Nuria, lo si capiva da molte cose e lei lo sentiva, solo le dava giustamente fastidio il fantasma del primo amore. Situazione difficile e dolorosa per entrambi che non ebbe un lieto fine, lo sappiamo, nel primo libro.
A proposito di Penelope e del fatto che Julian diventi l’autore fittizio della saga c’è una cosa di cui Zafòn forse non ha tenuto conto. Egli era all’oscuro del fatto che lei fosse sua sorella, ora diventando l’autore sa tutto e non ha nessuna reazione. Ci sembra un po’ forzato. Va bene l’età, la maturità, ecc ma non ha senso che non reagisca.
Nonostante queste critiche abbiamo amato non poco la saga del Cimitero dei libri dimenticati e immaginiamo che per l’autore sarà difficile dire addio a questi personaggi e lo sarà anche per noi lettori. Siamo curiosi di sapere quali altre storie Zafòn avrà in mente di raccontare, sperando di poterci innamorare per i nuovi nati esattamente come abbiamo fatto con Daniel, Alicia, Nuria e Julian.

Recensione redatta da

Simona Ingrassia e Silvia Azzaroli

 

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Un commento su “Il labirinto degli spiriti di Zafòn – La fine di una saga”

  1. Ottima recensione, molto approfondita. L’ultimo libro di Zafon del ciclo del “libri dimenticati” è forse quello che denuncia maggiormente i crimini del regime franchista. Libri come questi andrebbero fatti leggere a tutti quei “benpensanti” che ritengono le dittature un “male necessario” alla stabilità di un Paese (purché non sia il proprio, naturalmente…).

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