Paterson di Jim Jarmusch – la nostra recensione

Non conosciamo molto bene il cinema di Jim Jarmusch, ma possiamo dire che questo film ci ha fatto venire voglia di scoprire il resto della sua filmografia.
Per alcuni detrattori Paterson non racconta nulla.
In effetti, tecnicamente è così.
Non racconta nulla di speciale.
Entriamo in punta di piedi in una settimana di un uomo e di una donna, sposati da poco, innamoratissimi, che vivono in una piccola casa di periferia a Paterson, altrettanto minuscola cittadina del New Jersey.
Il protagonista si chiama come il luogo dove vive, Paterson (interpretato da un intenso Adam Driver), autista di autobus, appassionato di poesie, sia come scrittore che come lettore, mentre la moglie, Laura (a cui presta il volto una frizzante Golshifteh Farahani), e sogna di fare soldi con i suoi deliziosi cupcake e con la musica country.
La vita dei due novelli sposi scorre lentamente, senza troppi sussulti, mostrandoci la variegata umanità del New Jersey, attraverso i viaggi quotidiani di Paterson che, a differenza di Laura, rifiuta categoricamente, di farsi ammaliare dalla tecnologia, tanto non avere neanche un cellulare o un portatile.
Il ragazzo, però, non si sente superiore, non è il classico intellettuale che disprezza le passioni della moglie, anzi ne è affascinato, come lei ama tutto di lui, comprese le sue poesie, che vorrebbe diventassero famose.
Cosa c’è dunque di speciale in questo film?
Niente e tutto.
La bellezza della quotidianità, il candore e l’ingenuità di due sposini, stretti l’uno all’altra, che non fanno del loro amore un rifugio, ma qualcosa di normale e salutare.
Anche le poesie scritte da Paterson sono poemi del quotidiano. Bagliori impressi su carta di una visione del mondo non comune, di essere vivente ancora non abituato alla realtà. Ed è bellissimo come ci sia un contrasto tra l’apparente monotonia del tragitto percorso in autobus, tale perché in realtà ogni tragitto porta nuovi passeggeri e nuove storie, anche se percepite solo a frammenti, e questa visione del mondo non banale.
Jarmusch è eccelso nel mostrarci la storia esattamente così com’è: niente artifici, niente orpelli, nessuna spiegazione. Magari avremmo preferito capire perché la moglie di Paterson fosse così fissata con il bianco e nero ma, forse, questa precisazione avrebbe sminuito la poesia del tutto.
A turbare il normale svolgimento degli eventi due episodi: il bus di Paterson ha un guasto elettrico e lui si trova in difficoltà ma riesce ad affrontarlo comunque. Il secondo, a nostro avviso, è quello più significativo.
Apparentemente Paterson, poco prima di un’uscita serale con la moglie al cinema, dimentica sul divano il taccuino, con scritte le sue poesie, che viene fatto in mille pezzi dal loro cane.
Significativo per due motivi: abbiamo la reazione costernata della moglie come se la colpa della distruzione di un oggetto così importante fosse sua. Addirittura arriva a punire l’animale, portandolo a dormire in garage.
Più interessante quella di Paterson stesso che ci fa dubitare che l’evento in sé sia frutto della casualità. Distrazione? O forse invece qualcosa di molto simile alla cerimonia tibetana dei Mandala, volta a ricordarci che tutto è impermanente?
Lo stesso autore di quelle poesie andate perdute afferma: “Sono solo parole.”
L’incontro fortuito con un giapponese, che si era recato a Paterson per visitare il luogo in cui è nato e vissuto il suo poeta preferito sembra quasi corroborare la nostra tesi.
Paterson e quest’uomo hanno una sorta di conversazione sulla poesia, non sapendo che entrambi sono scrittori. E, alla fine, l’uomo regala al nostro protagonista un quaderno dicendogli: “A volte le pagine vuote offrono maggiori possibilità.”
Non siamo sicure dell’esattezza della nostra teoria ma ci piace pensare che possa esserlo alla luce di quella frase.
Il film stesso alla fine ci mostra che il taccuino, e quindi le poesie che vi erano scritte, sono andate perdute. Paterson però non ha perso né la sua capacità, né la voglia di continuare a scriverne altre.

Il verso. C’è una vecchia canzone che mio nonno era solito cantare che pone la domanda “O preferiresti essere un pesce?” Nella stessa canzone c’è la medesima domanda ma con un mulo e un maiale ma quella che sento, a volte nella mente è quella con il pesce. Solo quell’unico verso.

Recensione di Silvia Azzaroli e Simona Ingrassia

Liked it? Take a second to support Simona Ingrassia on Patreon!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *