Fuggi la terra e l’onde – recensione –

Fuggi la terra e l’onde
essere profughi è uno stato dell’anima

La visione multipla di questo spettacolo è stato un vero e proprio viaggio, fuori e dentro di me.
Dopo circa una quarantina di visioni pensi di aver compreso tutto, di sapere la materia a memoria.
Ed è proprio qui che entra in azione la grande magia del teatro, l’incanto della visione in presenza.
Ho visto innumerevoli volte questo monologo sulla piattaforma di TV Loft e non ho potuto evitare di amarlo disperatamente.

Lino Guanciale è un comunicatore nato, ti porta a navigare sul mare, attraverso sguardi semplici, di persone comuni, marinai, pescatori e fuggiaschi.
Sul mare si fugge o si rincorre qualcosa, i suoi temi e le sue storie sono le stesse in tutto il mondo e si possono racchiudere nel guscio di una noce.
Perciò questo magnifico istrione ci prende per mano e ci guida sulle onde attraverso le parole di Conrad, Rilke, Ovidio e Virgilio ma anche quelle di una ragazzina del liceo, di leggende del mare tramandate di padre in figlio, di madre in figlia.
Infine ci fa conoscere due profughi dei giorni nostri: Alì e Mohamed, la cui sorte segnerà il nostro punto di vista per sempre.

Ci mostra le due facce della medaglia: i vinti dal mare, Mohamed e Palinuro, e i vincitori, Enea ed Alì.
Non c’è nulla che determini le sorti dei loro viaggi, non c’è alcuna colpa da espiare, se non il capriccio del destino, imperscrutabile e spietato. Enea, mitico fondatore dell’ impero di Roma, era un profugo, proprio come Alì, afgano in fuga dei giorni nostri.
La nostra stessa società è frutto e costrutto di migliaia di migrazioni, cosa di cui dovremmo avere memoria quando parliamo di porti chiusi e di blocchi navali.
Il mio viaggio è stato estremamente intimo, come se attraversassi un setaccio che, di volta in volta, rendeva le mie sensazioni sempre più vivide e forti, sempre più segnanti.

La prima visione dal vivo è stata nella stupenda e bucolica Collelongo, dove Lino Guanciale è cresciuto, dove per lui c’è casa.
La sua commozione tangibile ha reso tutto l’impianto emotivo ancora più ricco di pathos, più struggente.

La seconda visione l’ho goduta alla Casa della carità a Milano, una location ideale, perché luogo di accoglienza, di speranza, che dà voce agli ultimi sempre e comunque, una fucina di umanità e calore.
Ho riflettuto molto sulle mie ennesime lacrime e sul perché questo spettacolo tocchi le corde del mio animo in modo così totalizzante, così concreto.

Lavorando come volontaria in ambito sociale ho visto tanti Alì davanti alla mia scrivania per ottenere quel dannato documento, quella identificazione che sembra l’unico mezzo per ottenere dignità, per esistere davvero. Inizio sempre a lacrimare quando Mohamed dice: “avremo un documento e allora ci rispetteranno“.
Spesso mi sento avvilita quando non riesco a far comprendere, alle persone come me, nate in una situazione di enorme privilegio, quello che ascolto, quello che respiro, vivendo di riflesso le storie di questi ragazzi, di Olga, Tatiana, Ahmed, Zaira, i mille profughi che in questi anni ho incontrato e conosciuto.
Mi sforzo di spiegare, a volte mi arrabbio, ma mi sento davvero impotente quando le orecchie che mi ascoltano non percepiscono la cruda verità, l’imbarazzante disumanità a cui sono sfuggiti i profughi di ogni etnia, colore e credo.

Questo spettacolo è per me uno tsunami emotivo, una tempesta che mi penetra nella pelle, ma non è crudele, sferzante e gelida, è una pioggia che libera calore e comprensione.

È come se mi sentissi avvolta in un abbraccio, come se ogni volta lui mi dicesse:

“Io lo so, io capisco come stanno le cose, non mi devi spiegare nulla. Io l’ho vista la sofferenza e non sei pazza …

La devi coltivare ancora la tua umanità, non ci rinunciare mai.

 
Ogni volta che Alì arriva a Lesbo io piango di gioia, per lui, per tutti i profughi che ho incontrato e perché mi sento compresa, sento che, se tutti quelli seduti intorno a me hanno le lacrime agli occhi, se tutti hanno capito cosa succede davvero in tanti paesi, io posso sperare, posso crederci ancora nella mia idea di mondo e civiltà.
Sempre grazie Lino Guanciale, perché il tuo lavoro, la tua capacità di creare empatia e di diffondere ragionevolezza, danno ancora più significato alle azioni di tanta gente che crede in una società diversa e ne fa una ragione di vita, una questione di etica e principio.
Tu dai sostegno a chi vive la condizione di profugo e ha disperatamente bisogno di una mano tesa, uno sguardo amico, una parola che scaldi il cuore, puoi fare la differenza, anche cambiando le teste e i cuori di chi fatica ad ascoltare e volge lo sguardo altrove.
Vedere “Fuggi la terra e l’onde” per me non è solo vedere uno spettacolo, non è un monologo, è una coperta calda durante un gelido inverno, è una carezza dopo mille schiaffi, una fetta di torta di mele della nonna quando sei triste …
Insomma …
È casa.

 

Fuggi la Terra e L’Onde

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