Ho paura torero … Quando il teatro è formazione e poesia

Ho paura Torero

Ma amore e politica sono davvero due cose agli antipodi?

La formazione di una passione politica prescinde totalmente da una maturazione personale e sentimentale?

Ho paura torero, spettacolo messo in scena al Piccolo Teatro Milano , ci dimostra la plateale falsità di questo luogo comune.

Questo meraviglioso esempio di teatro contemporaneo, per la regia delicatissima del direttore Claudio Longhi, ci porta nelle strade di Santiago del Cile nel 1986, ci fa respirare l’atmosfera densa e crudele di una nazione oppressa dalla dittatura.

In questo clima incontriamo lei, la fata dell’angolo, tenera come una bambina, ironica, malinconica e struggente, incantevole ma disincantata.

La fata, o la Loca di Ho paura Torero, è uno dei personaggi più incredibili che io abbia mai incontrato in un libro, dolce e divertente, innocente seppur segnata da una vita terribile, innamorata e devota come una bestiola, ma non stupida, tutt’altro che stupida.

Portare in scena un personaggio così puro in un contesto così feroce era un’impresa da pochi, si correva il rischio di entrare nel cliché del travestito, nella macchietta.

Foto di Masiar Pasquali

Invece Lino Guanciale ci ha regalato la Fata, in tutto il suo splendore emotivo, con la sua delicatezza e tenerezza, era lei, come me l’ero immaginata leggendo, come l’avevo amata nel profondo.

La fata dell’angolo è salita sul palco, si è innamorata perdutamente, è cresciuta con Carlos, assorbendo come una spugna una coscienza sociale e politica, imparando che sacrificarsi per il suo amore o per il suo paese erano forse la stessa cosa.

Un po’ Doris Day, un po’ Sandra Dee, ma immensamente anima di Pedro Lemebel, la fata ha imparato molto ma ha anche insegnato, è stata la maestra dei sentimenti per un giovane rivoluzionario interpretato da Francesco Centorame, la sfrontatezza della gioventù a contatto con la devozione di una passione matura.

Carlos inizialmente pensa solo a sfruttare l’occasione ghiotta di un posto sicuro per i suoi progetti antigovernativi, poi viene travolto da un’ondata di amore disinteressato, scopre la cura, la capacità della gentilezza di ricamare la vita come una tovaglia per le feste, impara ad amare fino a rendersi disponibile a ricambiare in parte quel sentimento puro e travolgente.

Carlos cresce, la fata cresce mentre Santiago brucia tra tumulti, proteste e repressioni.

Foto di Masiar Pasquali

Tutto è straordinariamente dinamico, ma narrato con delicatezza, con sdegno orgoglioso, con la malinconia di una canzone d’amore ascoltata alla radio e ballata ad occhi chiusi.

Ogni cileno conosce quella canzone triste e danza la vita per trovare la forza di sopravvivere, di amare e proteggere il proprio paese e le persone che ama.

Santiago che si racconta assume il volto del poliedrico Michele Dell’Utri, della sempre immensa Diana Manea ,di Giulia Trivero, una scoperta che mi ha gradevolmente sorpresa e di Daniele Cavone Felicioni, la Lupe, creatura che meriterebbe uno spin off.

La scenografia cambia con la narrazione, ma con così attenta delicatezza da non creare la minima disattenzione nello spettatore, arte nell’ arte.

Un plauso speciale a Gianluca Sbicca e alla sua genialità nel rendere un abito Chanel una divisa e nel trasformare una vestaglia in polvere di stelle.

Contemporaneamente a questo elegante dinamismo assistiamo alla rappresentazione delle due figure davvero statiche di questo spettacolo, il dittatore Pinochet e la sua consorte, grotteschi, sguaiati, volutamente macchiettistici.

Arianna Scommegna e Mario Pirrello nei panni di Lucia e Augusto Pinochet. Foto di Masiar Pasquali

La rappresentazione del potere e della vacuità di pensiero, il nulla cosmico del sentimento e della coscienza, interpretati magistralmente da Pirrello Mario e Arianna Scommegna.

Non è solo la banalità del male, ma la ferocia dell’intransigenza, il rifiuto verso tutto ciò che è difforme al nostro pensiero mutilato.

Augusto e Lucia non amano, non fanno neppure politica, loro impongono il loro volere con la forza, schiacciano come mosche tutto ciò che li disturba, ma l’unico sentimento reale che riusciranno a produrre è la paura, persino per loro stessi.

L’immagine del dittatore immerso nei suoi escrementi, dopo il fallito attentato, la dice lunga sulla sua natura di essere umano, in un simbolismo che rivela la pungente ironia di Pedro Lemebel.

Questo spettacolo è un invito alla formazione, un urlo sommesso e gentile che ci chiede di alzarci, prendere una posizione e maturare una coscienza politica.

Ho paura Torero – Il cast al completo e il regista

Se siamo persone piene d’amore potremmo dare alle nostre comunità nuova linfa vitale, punti di vista più umani e sinceri.

Se si è giovani e pieni di slancio e voglia di fare bisogna mettersi in gioco, si corre il rischio di incontrare una fata dell’angolo che renderà il tessuto della vita pieno di ricami meravigliosi.

Se una società può crescere può farlo solo se la politica diventa una questione personale e formativa per tutti, un modo di amare il mondo e di essere migliori.

Foto di Masiar Pasquali

Un cast straordinario che ci ha regalato un pezzo di storia e mille spunti di riflessione.

Questo spettacolo è un gioiello, una perla da vedere e rivedere.

Resterà al piccolo teatro fino all’ 11/02, approfittatene.

Il teatro fatto in questo modo è pura poesia.

A proposito di poesia …

Lino Guanciale eri bellissima su quel palco …

Eri la Fata dei miei sogni.

La fata dell’angolo impersonata da Lino Guanciale. Foto di Masiar Pasquali

Ho paura Torero – Piccolo Teatro

Masiar Pasquali – Sito ufficiale

Masiar Pasquali – Instagram

Lino Guanciale – Instagram

Giulia Trivero – Instagram

 

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