Intervista a Giusi Lorelli – fotografa e artista

Intervistiamo Giusi Lorelli, artista e fotografa con un suo mondo particolare, di cui avevamo parlato già nell’articolo sulla mostra di Palazzo Gallio in Gravedona a cura di Elena Sabbatini. Giusi, infatti, ha due attività ben distinte.

Una commerciale, che riguarda in prevalenza le foto dei matrimoni. Potete trovare qualcosa della sua attività qui .

Vi è poi il suo lato artistico, dove lei sperimenta molto e si pone domande sul mondo, con interessanti riflessioni filosofiche. Questo è il suo sito come artista.

Nell’intervista ci proponiamo di parlare di entrambe le sue attività.

Domande di Silvia
Ciao Giusi, prima di tutto grazie per averci concesso questa intervista. In secondo luogo parlaci un po’ di te.
Come nasce questa tua passione per la fotografia e i montaggi grafici?
Grazie a voi per l’interesse che state mostrando per il mio lavoro.
Mi sono avvicinata alla fotografia circa vent’anni fa per pura curiosità. A quel tempo però ero più interessata al video e al teatro e per la fotografia non rimaneva molto tempo. Un giorno però ho sfogliato il libro Hotel LaChapelle del fotografo David LaChapelle e la mia passione è letteralmente esplosa.

©David LaChapelle

 

Cosa ti ha spinto a fare fotomontaggi?
All’inizio l’idea di fermare “l’attimo di assoluta verità” era il mio chiodo fisso e la street photography il mio genere d’elezione. Presto però mi sono accorta che c’era sempre qualcosa che mi sfuggiva e che le fotografie erano insufficienti rispetto al mio sentimento della realtà. Inoltre il fatto di avere sempre la macchina al collo, di voler fotografare ogni cosa mi aveva reso rigida, non riuscivo più a guardare il mondo semplicemente. Così per circa un anno non ho più fotografato se non strettamente per lavoro. Durante questo periodo di riflessione, ispirata anche da altri artisti come Maggie Taylor, ho capito che era possibile stravolgere e arricchire il linguaggio fotografico, così ho iniziato a studiare le tecniche di fotomontaggio e disegno digitale alla ricerca di un nuovo stile. Da quel momento ho anche deciso di dividere la mia attività di fotografa in senso classico da quella di artista visuale.

Ho visto che hai una grande passione per la letteratura. Cosa ti ha ispirato di certe opere?
Letteratura e pittura sono punti di riferimento imprescindibili per me. Le opere che più mi colpiscono sono quelle che fanno nascere in me una sorta di nostalgia e che mi strappano dalla ripetitività del quotidiano e accennandomi significati più profondi sulla vita.

Ho notato che ti sei innamorata del lago di Como, che io considero la mia seconda casa da anni. Quale luogo ti ha colpito di più di questo luogo così affascinante?
Purtroppo ho avuto poco tempo per visitare la zona come avrei voluto e mi sono limitata ai dintorni di Gravedona. Amo molto le chiese e quelle di Santa Maria del Tiglio e di Sant’Eusebio e Vittore mi hanno impressionato molto.

A guardare i tuoi montaggi vengono in mente anche diverse opere cinematografiche. Magari sono fissata io ma vedo diversi elementi di fantascienza e fantasy nelle tue immagini. C’è qualche film che potrebbe averti aiutato a crearle?
Non sono molto legata a questi due generi ma mi rendo conto di alcune affinità tra il fantasy e i miei lavori (il simbolismo, l’invenzione di creature mitiche, gli spazi surreali). Del resto non si può stare al mondo senza somigliare a qualcosa. Sto però molto alla larga dall’iconografia fantasy più classica e dalle tavolozze cromatiche più tipiche, proprio per non innescare un rimando immediato che è fuori dalle mie intenzioni e dal mio vissuto. Ciò che non amo di questi due generi è che creano un universo compiuto e parallelo in cui è facile fuggire e rifugiarsi. A me invece interessa creare squarci stretti e profondi che non permettano di essere “abitati” ma che al massimo possano essere frequentati per brevi momenti alla volta. In Vigilia del ritorno parlo proprio di questo: la protagonista è intenta a compiere un passo all’interno di uno spazio astratto, meditativo, ma già un attimo dopo dovrà ritornare nel mondo a consegnare il frutto di questo sforzo. Non si può rimanere troppo tempo nelle profondità interiori, sono luoghi di ricchezza ma anche di follia.

Della tua presentazione nel sito mi ha colpito molto una parola che io amo “empatia” perché credo sia la base della convivenza civile e dell’amore per il prossimo. Vorresti raccontarci come entri in empatia con i tuoi clienti? Ovviamente non ti chiediamo di violare la loro privacy. Questa tua caratteristica sembra emergere molto dalle tue foto, come se i soggetti, veri o immaginari, fossero in qualche modo tuoi amici.
Nella vita di tutti i giorni entrare in empatia significa entrare in uno spazio comune di profonda accettazione in cui si porta con sé solo rispetto e desiderio di ascoltare. Ciò che cambia nel contesto lavorativo è che la precedenza assoluta nell’essere ascoltato appartiene al cliente. Quest’ultimo dal canto suo, scegliendoti come fotografo, ti affida la propria immagine di sé che, per realistica o distorta che sia, è la cosa più importante che possiede. È un gesto di grande fiducia.

Domande di Simona

Ho notato che lavori parecchio virando le immagini in bianco e nero. Personalmente parlando, sono una fan del bianco e nero, trovo che impreziosisca le immagini, le renda più profonde. Tu cosa ne pensi in proposito?
Uso molto il bianconero nella fotografia commerciale su commissione (ritrattistica, documentari), non nella produzione artistica. Sono due mondi che tengo ben separati. Non perché nella fotografia commerciale non ci sia una componente artistica o nell’arte non si debba avere un risvolto commerciale. Sono semplicemente approcci che partono da presupposti diversi. Detto questo il bianconero ha la facoltà affievolire molto la percezione del tempo e in parte anche quella dello spazio. I soggetti e le azioni acquistano quindi un inedito tratto di libertà e assolutezza, e diventano, per così dire, poetici. Il colore invece è più intrattabile, disordinato, ribelle. Richiede uno severità compositiva maggiore, una competenza più approfondita nella postproduzione e non perdona la minima disarmonia. Non intendo dire il bianconero sia più semplice, come potrei dirlo pensando all’opera immane di Salgado, ma il colore lancia una sfida che mi riguarda di più.

Qual è il soggetto che ti è sembrato più difficile da ritrarre? C’è stato mai un momento in cui ti sei detta: no, ok questo non lo fotografo. E perché?
Per anni il mio soggetto tabù è stata la mia città, Genova. Non riuscivo a ritrarla in alcun modo. Mi è capitato decine di volte di uscire con macchina alla mano e non fare neanche uno scatto. Credo che accadesse perché non ero veramente in risonanza con ciò che mi stava intorno, uscivo di casa con una idea fissa e pretendevo che l’ambiente mi fornisse tutti i mezzi per realizzarla. Mi sono dovuta allenare molto per scrollarmi via dagli occhi le foto dei grandi maestri.
Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, non riesco a fotografare il dolore e più in senso lato la cronaca.

Parole tue testuali: “Photoshop è il mio parco giochi” e, se da una parte sospiro e capisco cosa intendi dire perché effettivamente quel programma fa cose che io con il mio umile Gimp mi sogno la notte, dall’altra parte sorrido maliziosa. Mi chiedo e ti giro la domanda: ma davvero è sempre andato tutto bene? Niente crash improvvisi mentre stavi facendo qualche manipolazione difficile? Mai capitato di dover rifare qualcosa da capo perché non ti convinceva il risultato finale?
I guasti informatici sono l’incubo di chiunque lavori al computer ed io non faccio eccezione. Salvo molte fasi intermedie del lavoro in modo da scongiurare il rischio di dover ricominciare da zero in caso di crash, ma se accade pazienza.
Il fatto invece di ricominciare perché il risultato finale non soddisfa è praticamente la norma. Sono rare le volte in cui tutto fila liscio alla prima. Trascinare nella realtà un’immagine che si è formata nella mente è un processo delicato e lento per me. Devo fare in modo che ogni passaggio sia costruito con cura, severamente. Al minimo squilibrio in fase di costruzione, l’immagine che ho in mente rischia di svanire.

Hai un effetto grafico, o una elaborazione particolare, un psd o qualcosa di simile che puoi definire come parte integrante del tuo stile e di cui non puoi fare a meno?
Nel corso degli anni ho elaborato alcune combinazioni di settaggi che tengo come traccia utile alla partenza di un lavoro ma poi ogni opera ha un suo particolare sviluppo tecnico che rende il percorso diverso ogni volta.

Quando fai una elaborazione grafica sei sempre sicura di che effetti, pennelli, texture, saturazione, luci etc etc usare oppure vai a caso a seconda di quello che vedi sul momento?
A livello tecnico l’opera è qualcosa che si cerca, che si costruisce andando a tentoni, non si può mai essere sicuri di nulla. Quando inizio un lavoro nuovo ho un’immagine davanti agli agli occhi e ho ben chiaro che cosa voglia significare ma è come l’immagine di un sogno, molte sue parti sono sfumate, quindi calarla nella realtà richiede molti tentativi e molta pazienza. L’opera pretende dall’artista un lavoro di scavo non indifferente.

C’è un artista che ti ha ispirato nel tuo modo di fare grafica o anche solo che ti ha colpito così tanto da aver influito pesantemente sulla tua visione delle immagini?
La grafica ha un linguaggio chiaro, matematico, efficiente nel veicolare un messaggio semplice. Il linguaggio che uso io invece è simbolico, ostico e non veicola contenuti semplici. Se dovessi definirlo direi che è un linguaggio pittorico che sfrutta tecnologie fotografiche. Ci sono stati sicuramente artisti che mi hanno ispirato e aiutato moltissimo a trovare una mia strada e sono la già citata Maggie Taylor, Jerry Uelsmann, Andrzey Dragan e Jan Saudek per quanto riguarda il mondo della fotografia.
Tra i pittori Bruegel, Cranach, Gerome, Dalì e i Preraffaeliti.

Grazie di nuovo per averci concesso questa intervista.

Intervista a cura di Silvia Azzaroli e Simona Ingrassia

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