#Jackie con #NataliePortman di #PaulLarraìn – Recensione

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Ho visto Jackie per caso, grazie a Sky Cinema Oscar, anche se speravo di recuperarlo da tempo. E confesso candidamente di esserne rimasta delusa.

Non conosco a fondo la filmografia di Paul Larraìn, che sono curiosa di poter vedere da brava cinefila, quindi non posso confrontarlo con i suoi film precedenti.

L’idea in sé non è neanche malvagia e riconosco al regista cileno di aver provato a scavare un po’ nella psiche di una donna e della famiglia Kennedy, non andando, tuttavia, oltre la superficie.

Non bastano, a mio avviso, le intenzioni, se poi nei fatti ci si limita a mostrarci quello che già sappiamo ovvero che sia stata Jacqueline Bouvier, diventata poi Jacqueline Kennedy, a creare il mito del marito, diventando la prima a crederci in questo mito, che lei, infine, ha amato di più del marito.

Non basta perché da troppi, troppi anni, noi non facciamo altro che girare intorno a JFK, a suo fratello Robert e ai Kennedy in generale, senza mai vederli come sono davvero.

Sono sempre mostrati come figure talmente eteree, talmente perfette, da apparire sia irreali che imbecilli e, tutto si può dire, ma non che lo fossero.

E non mi si dica che è questa la forza del film perché potrei ridere.

Sono anni, ripeto, anni, che quelle figure lì stanno lì, intoccabili, come degli dei, vedersi “Tredici Giorni” dove vergognosamente venne levato l’apporto di vitale importanza di Papa Giovanni XXIII alla soluzione della crisi dei missili di Cuba, dando, alla fine il merito all’inesistente assistente dei due, sempre lì come due angioletti.

Pure qui, in “Jackie”, vediamo la signora Kennedy (magnifica Natalie Portman, nei fatti l’unica che recita nel film), unico vero personaggio del lungometraggio, gli altri sono cartoline, compreso Robert, che fa ridere i polli per quanto è finto.

Non metto in dubbio che a teatro e in altri film Peter Sarsgaard possa essere un bravo attore ma qui, complice anche la parte non adatta, non dà molto. E’ una specie di manichino freddo e distante. Se si vuole continuare ad insistere con questa storia di esseri perfetti, finirà per nuocere gravemente anche alla loro reputazione.

La Jackie che viene mostrata è una donna ambiziosa, scaltra ma anche sinceramente addolorata per la morte del marito, a cui era legata veramente. Il suo dolore è sincero, forse l’idea di costruire il mito è in parte inconsapevole, forse era una sorta di consolazione perché da quello che traspare, e da ciò che sappiamo della sua biografia, lei ne aveva bisogno, d’altro canto sempre il film non manca di far vedere come lei ci tenesse a creare ed entrare in questo mito di Camelot moderna. Veramente una furbata quella di citare il finale di quel musical.

Impossibile non rimanerne ammaliati, soprattutto dopo che si è visto morire in quel modo terrificante, il proprio presidente.

“In un solo scintillante momento ci fu Camelot.” ripeto molto bello e che ci permette di capire la psiche statunitense, il loro bisogno di miti, messia ed eroi. Molto umano e non del tutto sbagliato, se non fosse che poi pretendono il messia anche in ambito politico, con comportamenti che vanno oltre l’infantilismo, vedere l’adorazione incondizionata o l’odio incondizionato dei Kennedy, degli Obama, dei Bush, dei Clinton e ora dei Trump.

“Jackie” ci fa intuire questo, però non è questa novità eh e avrei voluto che finalmente si avesse il coraggio di squarciare il velo su questa famiglia(dei loro segreti e maneggi si dice veramente poco), non un breve accenno. Sarebbe salutare per loro e per noi.

Si può dire tutto degli inglesi ma loro hanno saputo fare film feroci persino sui loro regnanti, pur non mancando di metterci troppe ruffianate.

Ripeto apprezzo il tentativo ma c’è molto poco, anche per mancanza di tempo in questo Jackie

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Silvia Azzaroli

Sono una Scrittrice perché quando scrivo mi sento viva e posso visitare nuovi mondi e nuove terre;

Il mio motto è:
"Siamo universi dentro altri universi." (Ho Sognato Babilonia)

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Sono affascinata dalla Scienza anche perché volevo diventare medico .
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