Colpo di scena: intervista ad Andrea Guglielmino



Tornano le interviste di Over There e questa volta abbiamo fatto due chiacchiere con Andrea Guglielmino, in occasione dell’uscita del suo primo romanzo di narrativa, Colpo di Scena.

 

Domande di Valentina Spreafico/Vera Torrisi

1. Che tipo di scrittore sei? Descriviti.

Mi definisco più ‘scrivente’ che scrittore, scherzando ma non troppo. Scrivo continuamente qualsiasi cosa, dalla lista della spesa, appunti per la giornata, a canzoni e racconti, vignette, fumetti, saggi, articoli per il giornale con cui collaboro. Per me una cosa esista dal momento in cui è scritta. Se segno una cosa in agenda, da quel momento inizio a lavorare per realizzarla. Che si tratti di un appuntamento o di un progetto per un testo. Prima di quel momento sono parole al vento, che possono ancora disperdersi. Quello che caratterizza la mia vita è la distinzione tra il voler fare e il fare. Ad esempio vorrei imparare a suonare il violino, ma non ho mai scritto come e quando, quindi resta un desiderio. Invece, quando penso di scrivere qualcosa, vuol dire che la sto già scrivendo. Ho sempre uno schermo o una penna davanti, un computer o un cellulare. Le mie dita battono in continuazione, tranne quando dormo. Magari sto solo rispondendo ai messaggi su Messenger, ma anche da lì vengono idee. Uno scrittore scrive sempre. Figuriamoci uno ‘scrivente’. Poi quando serve, le recupero dal mio archivio mentale e le sviluppo. A volte diventano fumetti, a volte racconti, a volte saggi. A volte niente. Ci sta. Si lavora anche a vuoto ma fa parte del gioco. Non sono il tipo di scrittore che si ritira in camera per giorni e si isola per cercare l’ispirazione. Faccio il giornalista per vivere, non ho tempo. Non me lo posso permettere. Scrivo tra una notizia e l’altra, in metro, in fila per il cinema, ovunque io possa. Anche quando guido. Mi lascio degli appunti vocali. Per me la scrittura è un flusso continuo.

2. Perché consiglieresti “Colpo di Scena” a un nuovo lettore?

A chi già mi conosce lo consiglio perché è il mio esordio solista in narrativa, quindi chi ha letto i miei saggi può scoprire un altro aspetto del mio lavoro. Per me è fondamentale. Come giornalista mi occupo di cinema e analizzo storie, è importante anche scriverne e sottoporsi alla potenziale analisi del lettore, fare ‘il salto della barricata’ per guardare da lontano entrambi gli aspetti con una prospettiva più lucida. Al lettore che non mi conosce lo consiglio soprattutto per la sua struttura lucida e variegata. E’ una raccolta di racconti ‘a cornice’, ciascuno caratterizzato da un colpo di scena finale forte, come negli episodi di ‘Ai confini della realtà’. Ce n’è per tutti i gusti, horror, thriller, noir, fantascienza, commedia… e dramma, rappresentato appunto dalla cornice di questo padre che non riesce a parlare con il figlio. Aspettatevi un colpo di scena anche per quella.

3. Quali sono i luoghi ricorrenti nelle tue opere?

Certamente il cinema, per forza di cose, dato che da tanti anni lavoro come giornalista per ‘CinecittàNews’, che si occupa specificamente di questo settore. E ovviamente, i miei saggi precedenti si occupano di cinema. Ma anche i fumetti e la cultura pop in genere. ‘Colpo di scena’ è naturalmente pieno di tutti questi riferimenti, diretti o indiretti. A volte rivelo esattamente qual è la fonte a cui mi ispiro, altre volte lascio che sia il lettore a divertirsi a coglierla. Ma non sono riferimenti fondamentali. La trama si deve reggere da sola, anche se non si capisce una citazione specifica.

4. La tua parola preferita? O quella più ricorrente in “Colpo di Scena”? Perché?

Dovrei contarle… non lo so. Sicuramente ricorre la parola ‘cinema’ perché uno dei protagonisti è un critico cinematografico, e poi ‘osservare’ e ‘osservatore’. Tutto inizia proprio con un paragone, con un personaggio dei fumetti Marvel. Uatu l’Osservatore, appunto, che è destinato a guardare e registrare quello che succede negli infiniti universi senza mai poter intervenire. E’ un po’ quello che succede a un certo tipo di critico, che resta lì a guardare i film limitandosi a dire se sono belli o brutti senza cercare di raccontare una storia quando ne parla. Ed è anche l’atteggiamento di chi si lascia vivere sena prendere iniziativa. E’ un argomento che sento molto. Per salvare il rapporto con suo figlio, il mio protagonista si trova costretto a passare all’azione, al racconto attivo. A scrivere le sue storie e in definitiva la sua stessa Storia.

5. Quali autori hanno influenzato maggiormente la tua formazione come scrittore? Per questo libro ti sei ispirato a qualche opera in particolare?

Gli autori che amo sono tantissimi, tra cinema, libri e fumetti non saprei chi scegliere. Posso dire che il mio libro della vita è ‘La storia infinita’ di Michael Ende ma non ha poi tanto a che vedere con quest’opera, è un’influenza latente, più che altro. In questo caso sapevo che dovevo realizzare una raccolta di racconti e che non ero ancora pronto per un romanzo, ma volevo che comunque ci fosse un trait d’union tra tutte le storie, che in effetti sono collegate da alcuni elementi. In alcuni casi, si potrebbe pensare che siano ambientate nello stesso universo condiviso, come i fumetti Marvel. Alcuni personaggi ritornano, oppure tornano dei temi. E poi c’era la cornice: naturalmente in quel caso non si può prescindere da ‘Le mille e una notte’ o dal ‘Decameron’, se vogliamo puntare a riferimenti alti. Per quanto riguarda il racconto breve – che è una forma di narrazione stimolante e difficile – mi ispira Dino Buzzati, ma anche le riviste contenitore a fumetti come Creepshow, Splatter e Mostri (con le ultime due ho anche collaborato, tra l’altro).

Domande di Gigliola Foglia
1) Quanto di autobiografico c’è in “Colpo di scena”? Ti identifichi più nel padre o nel figlio?

Molto ma non tutto. Il padre è chiaramente una mia controparte, gli succedono molte cose che sono successe anche a me, e con lui condivido alcuni pensieri e alcune sensazioni. E tuttavia non è me. E’ un personaggio molto più arrabbiato e meno risolto, anche perché altrimenti non si sarebbe venuta a creare la giusta tensione drammatica. Potremmo dire che sembra me qualche anno fa. Questo a volte mi ha avvantaggiato, a volte mi ha messo a disagio, perché quando parla lui io scrivo in prima persona e lui dice e pensa anche cose che non mi appartengono, ma è stato stimolante perché è stato un po’ come fare l’attore interpretando un ruolo. Però a volte rileggendomi – una cosa che odio fare, soprattutto quando il racconto è ‘fresco’ – mi sono trovato a disagio nei suoi confronti e mi sono arrabbiato con lui. Ma questo è bene, significa che provoca emozioni.

2) che ruolo hanno le donne in questo rapporto in ri-costruzione?

La madre ha un ruolo marginale, in quel momento è assente e volevo che fosse così perché si tratta di un monologo, il padre doveva poter recuperare il rapporto contando sulle sue sole forze, non potevano esserci intermediari. Le donne hanno però un ruolo fondamentale nel percorso formativo del protagonista. C’è una madre molto presente, come lo è stata la mia, ci sono gli amori, riassunti in due grosse figure, una distruttiva e l’altra costruttiva, e poi ci sono le donne protagoniste di alcuni racconti. In particolare amo Jana, studentessa modello di un futuro post-apocalittico che vuole assolutamente emanciparsi dalla presenza ingombrante del fratello. Cosa che le risulta molto difficile. Scoprirete perché.

Domande di Simona Ingrassia
1) C’è una parte di “Colpo di scena” a cui sei particolarmente affezionato e se si perché?

E’ troppo presto per dirlo. Non l’ho ancora riletto con la giusta distanza, quella del lettore. Ci sono alcuni racconti che a rileggerli mi hanno sorpreso, è abbastanza straniante. Ma posso dire di essere molto affezionato all’ultimo racconto, ‘Maniaci seriali’, perché grazie a quello ho vinto il premio al concorso ‘Dipendenze’ di MdS Editore che mi ha portato poi a pubblicare il libro. Mi sono voluto un po’ prendere in giro per cui alla fine risulta che al figlio – a cui il padre questi racconti li dedica – quel racconto in particolare faccia particolarmente schifo.

Domande di Tatiana Coquio
1_ Come ti è venuta l’idea per “Colpo di scena” e quali tematiche hai approfondito oltre al confronto generazionale focus della trama.

Quando ho vinto il concorso avevo completamente bypassato il fatto che nel premio fosse compreso anche l’editing per un libro (con molto probabile pubblicazione). L’anno scorso stavo lavorando a due cose completamente diverse, la mia raccolta di aforismi ‘Chi si accontenta, Goldrake!’ e il mio saggio su Star Wars, ‘Il mito dai mille volti’. A un certo punto Fabrizio Bartelloni di MdS mi ha chiamato dicendomi “Sei cosciente che a dicembre abbiamo programmato l’uscita di un tuo libro, sì?”. Sono andato un po’ nel panico: io non sono uno che tiene i libri nel cassetto, li scrivo e li pubblico tutti. Sul momento mi sembrava di non avere niente. Ma poi mi sono rivolto al ‘cassetto mentale’ di cui parlavo prima. Ero pieno di appunti, soggetti per fumetti scartati o mai presentati, abbozzi di racconto. Li ho messi insieme e ho capito che il libro c’era. Così ho iniziato a strutturarlo ma volevo che ci fosse anche spazio per raccontare un po’ di me. Non volevo fare un’autobiografia perché, a parte che sarebbe risultato pretenzioso, come scrivo anche nel libro
‘nella vita vera non ci sono i colpi di scena’. Insomma, la vita è una noia mortale. Così è venuta l’idea di inserire i racconti in una cornice, che aiutasse anche un po’ a fare da raccordo tra un racconto e l’altro, dato che sono anche molto diversi tra loro.

2_Dato che hai scritto varie cose, saggi, fumetti e altro,quale approccio hai scelto per confrontarti con questo tipo di scrittura e cosa ti ha spinto a sceglierla proprio ora.

Avevo già sperimentato il racconto breve in alcune antologie, come ‘Lo dice il mare’ uscita per Il foglio o ‘On the radio’ edita da Morellini, che è uscita da poco e sta anche riscuotendo parecchio successo. Avevo partecipato anche al precedente concorso di MdS con il racconto ‘Fermo Immagine’ (incluso anche in ‘Colpo di scena’). Mi ero classificato sesto ed ero stato pubblicato, e andava benissimo così. Quando ho partecipato l’anno successivo non avevo proprio idea che avrei potuto vincere il primo premio, l’ho fatto solo per confrontarmi con la scrittura narrativa perché, come dicevo prima, per me è molto importante provare a scrivere storie per poter capire e analizzare meglio quelle che scrivono gli altri. Quindi direi che a convincermi a estendere a un libro intero è stata proprio la fortunata occasione della vittoria del concorso, anche se volevo farlo da tempo. L’approccio è molto semplice. Mi metto lì e scrivo. Sembra la cosa più banale, ma molti che si definiscono aspiranti scrittori non lo fanno. Si limitano all’idea, ma poi non la sviluppano oppure la tengono per sé per paura che qualcuno glie la rubi. A me non importa. Le idee vanno e vengono, è quello che scrivi che conta. Anche io ho ‘rubato’ delle idee, in senso buono naturalmente. Cito, rielaboro, rifrullo. Come facevano gli autori di Dylan Dog negli anni ’90. Come fanno tutti. E poi bisogna sempre avere idee migliori di quelle che ti possono rubare.

3 _Il titolo del libro è una sorta di paradosso che definisce una linea tra realtà e finzione, come mai questa scelta?

Per il legame col mondo del cinema e per la struttura del libro stesso, il colpo di scena è il suo letimotiv. Volevamo chiaramente sfruttare il mio legame con la settima arte, il titolo provvisorio era ‘L’uomo del cinema’ ma faceva pensare più a un noir. Quindi con l’editore abbiamo optato per qualcosa di più incisivo, forse didascalico ma d’effetto. Questo è il mio esordio in narrativa, devo farmi conoscere. Quindi penso che un titolo che espliciti esattamente quello che si trova nel libro possa essere anche un utile viatico per il nuovo lettore.

Domande di Silvia Azzaroli
A proposito dei tuoi lavori precedenti. Hai spaziato tra vignette, saggi cinematografici, racconti horror e sci-fi. A quale di questi sei più affezionato e perché?

Non posso fare differenze grosse, ho amato tutto quello che ho fatto nel momento in cui l’ho fatto e per me non esiste differenza tra cultura alta e cultura bassa. Scrivere una cosa che fa ridere è un lavoro serio, paradossalmente. Così come per i miei saggi di cinema scelgo spesso degli argomenti ‘pop’ come la saga di Guerre Stellari. Posso dire di sentirmi ormai particolarmente a mio agio con la saggistica. Quando scrivo quel genere mi ‘rilasso’, è un modo per approfondire argomenti che mi interessano, leggere o rileggere libri nuovi alla ricerca di fonti e anche riguardare film e serie che avevo perso. Per ‘Star Wars – Il mito dai mille volti’ ad esempio ho fatto una full immersion di ‘Clone Wars’, che non conoscevo molto bene. La narrativa è stata un’avventura, con il fumetto mi sto consolidando. Le vignette e le battute funzionano bene sui social dove non hai molto tempo per accalappiare il lettore e nel giro di un secondo e di uno sguardo devi catturare la sua attenzione. Puoi farlo in pochi modi: con le foto porno, con quelle dei gatti, con una polemica o con una battuta fulminante. A me piace particolarmente quest’ultima opzione, che rilascia energie positive.

Secondo te come dovrebbe muoversi un autore per riuscire a farsi conoscere?

Intanto, come dicevo prima, deve scrivere e non lasciarsi condizionare dall’ansia di pubblicazione. Se l’opera c’è ed è buona, un editore arriva. Poi soprattutto deve uscire di casa il più possibile, andare a parlare con la gente, stringere rapporti, collaborazioni e amicizie. I social danno a tutti la grande illusione di essere seguiti e famosi, ma è appunto una cosa che ormai tutti possono ottenere. Credo che un vero scrittore debba avere un vero pubblico, deve avere lettori che comprino il suo libro e non si limitino a mettere ‘like’ sulla sua foto. Deve avere più amici che follower, e intendo amici con cui ci si stringe la mano e si instaurano rapporti di stima e collaborazione. Non c’è viatico più importante ed efficace del passaparola.

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