Edith una ballerina all'inferno

Edith. Una ballerina all’inferno

Avevo sentito parlare della storia di Edith e ho ritrovato casualmente questo film su Raiplay, come suggerimento speciale per me.

Ma “Edith. Una ballerina all’inferno” non è il solito film di danza.

Non lo è per trama, né per tecnica filmica.

E’ una storia vera, innanzitutto, sia pure adattata, dove non troviamo la consueta aspirante danzatrice povera che deve lottare contro la rivale ricca e brava ma senz’anima, e la protagonista non solo non conquisterà il coreografo e non diventerà prima ballerina, ma non danzerà mai più.

Edith Eva Elefànt nasce in Slovacchia da una famiglia ebrea che poi si trasferisce in Ungheria, è la terza figlia che dopo due sorelle l’una pianista e l’altra violinista sembra non aver talento per la musica… ma la sua vocazione è diventare ballerina, ed entrerà anche nella squadra nazionale di ginnastica, da cui però sarà espulsa in quanto ebrea. A soli sedici anni l’attende la deportazione ad Auschwitz insieme ai genitori e alla sorella Magda (Klara invece verrà nascosta dal suo professore di musica, e se la caverà in quanto “non sembrava ebrea”); mentre sono in fila davanti alle SS un ufficiale dal viso levigato come quello di un bambino, i capelli ben pettinati, il berretto un po’ inclinato a sinistra, le chiede “Questa è tua madre o tua sorella?”. La risposta di Edith viene rivelata solo alla fine del film, come pure l’identità dell’ufficiale.

La sera stessa dell’uccisione dei suoi genitori, costui si presenta davanti alle deportate con una sgangherata orchestrina di prigionieri ed esige che qualcuno balli per lui. Le compagne costringono Edith a farsi avanti: ad occhi chiusi, cercando di immaginarsi sul palcoscenico del teatro di Budapest, danzerà prima sulle note del Bel Danubio Blu di Strauss e poi su quelle di Romeo e Giulietta.

Il film continua tra la dura realtà del campo e i ricordi più dolci di Edith: il primo bacio avuto il giorno dei suoi 16 anni dal suo primo amore Eric, le ultime parole che lui le rivolgerà dalla banchina della stazione mentre la tradotta la porta via: “Ricorderò sempre i tuoi occhi”. Finché all’avvicinarsi degli Alleati il campo viene evacuato e le prigioniere spinte in una marcia della morte di 55 km che toccherà prima Mauthausen e poi Gunskirchen, dove esausti e disperati i deportati giungeranno a cibarsi di carogne di animali o perfino di cadaveri umani. Edith si riempirà la bocca di erba: “Abbiamo sempre una scelta” dirà decenni dopo.

Inerte, confusa in un ammasso di cadaveri, verrà salvata da un soldato americano che le vedrà muovere debolmente una mano. Soffrirà duramente la sindrome del sopravvissuto, rimproverandosi anche della sua risposta all’ufficiale che le chiedeva se la donna al centro tra lei e Magda fosse sua madre o sua sorella: “E’ la mia mamma” aveva risposto Edith, come qualsiasi ragazzina di 16 anni, e la donna era stata mandata nell’altra fila di prigioniere, quella delle inabili al lavoro, lontano da lei, diretta alle docce e poi ai forni. Dai titoli di coda apprendiamo che il suo amore Eric, pure internato ad Auschwitz (ma i due non si vedranno mai), morirà subito prima della liberazione del campo, il 26 gennaio 1945; e che Edith si salverà insieme alla sorella, diventerà una psicologa clinica specializzata per pazienti con disturbi da violento stress post-traumatico, e non danzerà mai più.

Fin qui il film, un mediometraggio di circa un’ora, vincitore al Festival di Giffoni 2022 e trasmesso per la prima volta in tv su RaiScuola il Giorno della Memoria 27 gennaio del 2023 (ora è disponibile gratuitamente su RaiPlay). Che è un progetto cinematografico unico nel suo genere, non il solito film di danza come dicevamo e nemmeno il solito film sull’Olocausto.

Teatro comunale di Saló

Perché la storia, sceneggiata da Emanuele Turelli per la regia di Marco Zuin, è narrata da soli due attori (Marco Cortesi e Mara Moschini del Teatro Civile di Narrazione), e ciò che accade viene trasfigurato attraverso la coreografia, interpretata dal corpo di ballo del Liceo Coreutico Tito Livio di Milano (con Viola Turelli nel ruolo del titolo), ragazzi e ragazze della stessa età di Edith, aspiranti ballerini professionisti. Ogni scena viene come trasfigurata attraverso la danza: vediamo le lezioni di danza, il dibattersi straziato delle ragazze strappate alla loro casa la sera pasquale di Seder, il dondolio del treno che porta allo sterminio, i corpi nudi rannicchiati nel gelo delle docce, il passo a due amoroso con Eric ma anche il momento agghiacciante del tentativo di stupro da parte di Mengele (sì, era lui l’ufficiale dal volto da bambino), il volteggiare delle prigioniere abbracciate a giacche scure che simulano padri mariti fratelli, i piedi strascinati durante la marcia e il sussulto ad ogni colpo di pistola alla nuca di chi cade (Edith si salva perché sorretta dalle compagne con cui aveva condiviso il pezzo di pane ricevuto per la sua danza), il viluppo di cadaveri da cui si alza come un gemito la manina di Edith… La coreografia, parte classica e parte contemporanea, è di Santa Borrello e Arianna Guidorizzo, sulle musiche originali composte da Daniele Gozzetti ed eseguite da un’orchestrina che negli strumenti e negli stili ricrea i “bandelli” musicali dei prigionieri costretti a suonare nei lager.

I costumi sono di Stefania Baldassarre. Le riprese sono state effettuate nel Museo Nazionale di Auschwitz-Birkenau, con filmati d’epoca proiettati su porte e pareti, e nel grande teatro civico di Salò, dismesso dal 1960, ridotto a deposito e riscoperto dal 2016 grazie ad alcuni video musicali. La platea sventrata, riempita di terra e foglie secche, i corridoi scrostati e i palchi cadenti hanno fatto da palcoscenico agli attori e ai giovani ballerini (bravissimi, anche a danzare sulle punte su un fondo non ideale). Ora è in corso un intervento di recupero per restituire questo luogo alla cittadinanza per eventi culturali ad ampio spettro.

Ma Edith? Dopo la liberazione conobbe in ospedale un ebreo ungherese che era stato partigiano, Bela (Albert) Eger, lo sposò con una certa incoscienza (i due divorzieranno, ma poi si risposeranno più consapevoli); a 19 anni ebbe la prima figlia Marianne (moglie del Premio Nobel per l’Economia 2003, Robert Engle) nonostante i medici le consigliassero di abortire perché ancora troppo debole per affrontare una gravidanza, ma lei rispose che nella sua famiglia c’era già stata abbastanza morte; nel 1949 la famigliola fuggì negli Stati Uniti dove nacquero gli altri due figli Audrey e John, ed Edith divenne psicoterapeuta, lavorando su se stessa per tutta la sua lunga vita: a differenza della sorella volle tornare al campo di concentramento, rifiutò i sentimenti di vendetta perché ciò che le avevano fatto non continuasse a viverle dentro, e si rese conto di dover infine perdonare l’unica persona che non aveva ancora perdonato e cioè se stessa…

Novantenne fu persuasa a scrivere la storia della sua vita, “La ballerina di Auschwitz”, perché ci fosse una voce femminile tra quelle dei sopravvissuti all’Olocausto; questo fu il suo terzo libro dopo “La scelta di Edith” e “Il coraggio di rinascere”, imperniati sulla resilienza e il ritorno alla vita.

E’ stata anche protagonista di un documentario della Holocaust Education Film Foundation:

I danced for the Angel of Death”.

Si è spenta giusto un mese fa, il 27 aprile 2026, all’età di 98 anni.

Articolo su Edith una ballerina all’inferno

Edith Una ballerina all’inferno, il film – RaiPlay

I Danced for the Angel of Death – Documentario

Edith una ballerina all’inferno a Giffoni 2022

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