Warning: In questa recensione potrebbero essere presenti alcuni spoiler. Non leggetelo se non avete visto il film. Inoltre foto e trailer appartengono alla Disney.
Come ogni mia recensione, aprirò con una premessa. Molta gente non riesce a dividere l’attore con il personaggio, ed è un grosso problema. Sebbene io non stimi Jared Leto come persona, non ho mai avuto problemi con la sua capacità attoriale. Tutti i film che ho visto recitati da lui, sono stati recitati in maniera efficace per il messaggio che il film voleva portare e, nel caso di Tron Ares non è stata fatta eccezione, anzi.
Probabilmente diranno anche che la trama del film non è originalissima ed è molto flebile, su questo potrei anche essere d’accordo. Quello che però rende Tron Ares un buon film è la caratura dei messaggi che vengono portati e, soprattutto, la capacità di tenere incollati gli spettatori allo schermo. Tutte cose che, a mio modesto avviso, non sono state disattese.
La colonna sonora composta da quei geniacci di Trent Reznor e Atticus Ross, al secolo ormai parti fondamentali dei Nine Inch Nails hanno arricchito le immagini e, soprattutto, nel caso del brano “Who wants to live forever” che sentiamo nei titoli di coda del film” hanno dato il giusto peso agli eventi che si stavano svolgendo.
E permettetemi di dirlo: che bellezza trovarsi di fronte a un film che mostra i pericoli della tecnologia senza demonizzarla.
Diversamente da quanto potevamo aspettarci, gli eventi non prendono direttamente inizio dalla fine del film di Tron Legacy ma si soffermano maggiormente sulla battaglia tra due case informatiche: quella capitanata dai Dillinger e la ENCOM, le cui programmatrici di punta sono le sorelle Kim.
Il film ci mostra per la prima volta Ares (interpretato da un intenso e carismatico Jared Leto), un’intelligenza artificiale proveniente dalla “Griglia” Dillinger. Questo è un mondo artificiale tipico del franchise, reso già moderno ai tempi di Tron Legacy ma separato e diverso da quello creato da Kevin Flynn.

Julian Dillinger, nipote di Ed Dillinger Sr, ex capo della Encom impresa tecnologica rivale della neonata Dillinger System, fa una presentazione stile Steve Jobs di fronte agli alti papaveri dell’esercito statunitense affermando che Ares è il soldato perfetto, un’entità che può essere disponibile al cento per cento, senza i “costi di manutenzione” del normale soldato umano. C’è un ma in tutta questa presunta perfezione: Ares non riesce a rimanere nel mondo reale se non per soli 29 minuti. Cosa che rende frustrato il giovane e ambizioso programmatore. Sua madre gli fa presente che, dall’alto della sua esperienza commerciale, non le pare che Ares abbia impressionato particolarmente i militari e che vendere un prodotto omettendo i difetti alla lunga potrebbe essere controproducente.
Il film costruisce la presa di coscienza di Ares in piccoli significativi passi. La scena della pioggia per me è stata una citazione di quella dell’acqua di Anna dei Miracoli: un elemento di per sé insignificante ma che accende la miccia della riflessione su sé stesso, sul proprio posto nel mondo e sullo scopo che noi abbiamo nella nostra esistenza, ammesso che esista.
Come dicevo nel titolo: programmazione contro scopo.
Lo dirà apertamente anche Ares.
Il film procede mostrandoci due filosofie diverse di approccio alla tecnologia.
Quella di Dillinger, fatta di totale controllo e quella di Eve Kim, rimasta sola dopo la morte della sorella, che continua a perseguire l’intento di migliorare la vita dell’umanità.

Entrambi cercano un miracoloso “codice di permanenza” creato da Kevin Flynn che potrebbe cambiare seriamente le sorti del mondo virtuale e dare la possibilità di poter creare qualsiasi cosa nel mondo reale.
Chi mette le mani su questo codice diviene, di fatto, una sorta di divinità.
Eve scopre il codice in un anfratto della griglia di Flynn e lo sperimenta subito creando un albero di arance navel nel bel mezzo dell’Alaska, dove la sorella aveva creato una sorta di laboratorio per studiare i codici della griglia. L’informazione ovviamente non rimane troppo segreta e Dillinger cerca di far di tutto per strappare il codice dalle mani della sua avversaria: dallo sferrare un attacco hacker ai server Encom, a trasportare Eve nella griglia.
L’ordine impartito ad Ares è di estrarre il codice ed eliminare Eve. Però accade l’imprevedibile: Ares non gradisce molto che lei subisca lo stesso trattamento che ognuno di loro riceve, ossia diventare pedine sacrificabili per la gloria di una persona priva di empatia.
Athena, il secondo in comando dell’esercito virtuale di Dillinger (interpretata da Jodie Turner-Smith) si accorge del mutamento ma soprattutto di come Ares disobbedisce, di fatto, a un ordine fatto per lei inconcepibile. Cerca di inseguire Ares e Eve ma gli sfugge dalle mani.
Ancora una volta assistiamo alla differenza etica tra i due avversari.
Mentre Dillinger vuole annientarla e rivendicare qualcosa che non è mai stato suo in prima battuta, Eve si preoccupa di dare una sorta di libertà nel mondo reale a una intelligenza artificiale che ha preso coscienza e si è ribellato al suo creatore, rispettandola e, con lei, il resto del mondo.
Ares incontrerà Kevin Flynn nel suo angolo di griglia. Quest’ultimo lo sottopone a una serie di prove per capire se è davvero degno di ricevere il codice di permanenza (o forse di impermanenza, visto che lo renderà non molto differente da un essere umano?).

In un dialogo finale tra Ares e Athena il primo dirà: tu stavi seguendo la tua programmazione. Il nostro scopo, invece, è ancora tutto da scoprire.
Ci sono due scene che mi hanno fatto sorridere. La prima quando scopriamo che Ares è appassionato di musica anni 80, e per la precisione dei Depeche Mode. Afferma, senza paura, di non riuscire a tradurre in parole il perché li ama così tanto. (N.d.A: Posso capirti alla perfezione. E’ così non solo con la loro musica ma con il 100% di ciò che ascolto, il che mi rende sempre particolarmente difficile recensirla)
La seconda invece la tralascio, per non rovinarvi il piacere della visione.
Tron Ares è, nuovamente, un film filosofico, esattamente come era stato Tron Legacy. I temi sono importantissimi. Ancora una volta ci interroghiamo sulla tecnologia e sull’intelligenza artificiale ma senza avere addosso la cappa di paura e sgomento che, solitamente, viene associato riguardo a queste tematiche. E soprattutto, senza essere creature nate da una programmazione, possiamo riflettere se seguire ciò che il nostro dna, la cultura in cui siamo stati immersi ci ha sempre dettato fino a quel momento oppure trovare una dimensione più autentica, definita solamente da ciò che consideriamo vero unicamente per noi stessi.

