Un anno di pandemia – Tutto è cambiato, tutto è ancora come prima

Pandemia – Un anno

Tutto è cambiato, tutto è ancora come prima

di Chiara Liberti

Un anno fa, il 5 marzo 2020, in tutta Italia chiudevano le scuole di ogni ordine e grado.

Meno di un mese prima la notizia di un virus chiamato Covid-19 sembrava ancora qualcosa che potesse facilmente essere circoscritto in alcune zone del Paese.

Quanto ci si sbagliava.

Una settimana dopo la chiusura delle scuole, mentre gli eventi precipitavano lentamente ma inesorabili, come i prodromi di una valanga, arrivò l’annuncio che ormai destava poca sorpresa: pandemia.

E pensare che c’erano state settimane in cui l’Italia appariva divisa in due.

Mentre al nord i festeggiamenti del Carnevale evaporavano dinanzi all’avanzata dei contagi – le prime zone rosse, le prime chiusure – qui nella capitale tutto sembrava ancora lontano e tranquillo.

Il solito tran tran, le corse al lavoro in bus colmi e metropolitane affollate.

Qua e là iniziava a spuntare qualche mascherina, occhieggiata con un misto di curiosità e diffidenza.

Il 29 febbraio l’ultima uscita al ristorante con degli amici, con un unico argomento a tenere banco: dite che il virus arriverà pure qui? A posteriori fummo come quei turisti che rimangono ad osservare il mare che si ritira, mentre in lontananza l’onda dello tsunami sta prendendo la rincorsa.

Una manciata di giorni e niente sarebbe più stato come prima.

Parole come lockdown, DPCM, assembramento, igienizzante… entrarono in un baleno nel repertorio d’uso quotidiano.

A far da contraltare, almeno in un primo momento, furono i canti dai balconi, che via web fecero il giro del mondo.

In molti affermano che sono stati un modo per esorcizzare la paura, per passare il tempo, per farsi coraggio gli uni gli altri.

Più probabile che ci fosse anche una sincera ingenuità di fondo, l’idea cioè che tutto sarebbe finito presto.

Quanto ci si sbagliava.

La foto dei camion militari in coda ordinata, a Bergamo, ognuno con il proprio carico di dolore, fu un vero e proprio schiaffo contro ogni briciola di ingenuo ottimismo.

No, non sarebbe finito tutto presto.

No, quel dolore lontano non era solo di altri, ma bussava alla porta di ognuno di noi.

Fummo messi a nudo.

Fragili, impotenti, del tutto impreparati.

La quotidianità, che avevamo sempre data per scontata, ridotta in briciole.

I gesti apparentemente più insignificanti – un caffè al bar, l’abbraccio ad un amico, un pomeriggio al cinema – spazzati via.

C’è voluta una pandemia per farci comprendere come la felicità potesse davvero consistere in quelle piccole cose che prima ci sembravano di poco conto.

 

Come se non bastasse, il virus s’è portato appresso una voragine di solitudine.

Una bastardissima mannaia, che ha reciso tutti i legami umani.

Ha separato genitori e figli, nonni e nipoti, coniugi, amici.

Ha condannato ad una morte in totale solitudine e – ancor peggio – ha impedito ogni ultimo saluto, negando gli ultimi atti d’amore dei sopravvissuti verso i propri cari.

C’è una buona fetta di popolazione italiana – e non solo – che ha dovuto fare i conti con un’elaborazione del lutto privata delle sue necessità fondamentali.

Ne usciremo migliori, venne detto. Balle.

Se è pur vero che in alcuni casi la pandemia ha scatenato gare di solidarietà da far impallidire le coorti angeliche, è altrettanto vero che nella maggioranza dei casi è stata una semplice lente di ingrandimento, che ha mostrato il vero io di alcune persone.

Chi non aveva senso civico prima ha continuato a non averlo anche dopo: e allora via al circo dei no-mask, no-vax, “non c’è n’è coviddi” e via dicendo.

Quel personale sanitario, che nei primi mesi di pandemia era stato eletto ad eroe e salvatore della patria, con i primi accenni d’estate divenne uccello del malaugurio da zittire: il Covid stava allentando la sua morsa, ogni richiamo a non abbassare la guardia fu apostrofato con insulti ai limiti della disumanità.

Dopo esattamente un anno, siamo ancora qui, punto e a capo.

La vecchia quotidianità ha provato ad affacciarsi timidamente durante i mesi estivi e poi nelle regioni colorate di giallo, salvo poi doversi ritirare in buon ordine per le disastrose conseguenze.

Non tornerà così presto, non ancora, è come una speranza sospesa che però mi rifiuto di lasciar andare.

L’unico modo di coltivarla, di tenerla viva, è vederla come un traguardo da raggiungere e riabbracciare, a patto che si continuino a rispettare quelle regole del buonsenso che possono fare da salvavita.

Abbiamo ancora paura

di Silvia Azzaroli

Vivo in Lombardia, in Brianza, una delle zone più falcidiate della pandemia Covid19.

A pochi chilometri vi sono le province di Bergamo, Brescia e Cremona, tra le più colpite in assoluto, dove vi sono persone a me molto care.

Ho visto la processione dei camion militari in diretta, grazie a dei telefonini di amiche della zona mentre c’era chi negava e ancora nega, parlando di foto vecchie, che non c’entravano nulla.

La paura provata in quei giorni è ancora con me, non se n’è mai andata  via.

Una persona a me cara mi disse al telefono:

“In tv e a Roma non sanno veramente cosa accade qui. Ho visto cose che non si possono nemmeno raccontare. Ci sono mille morti al giorno e quelli giocano con noi! Si deve stare a casa! A casa!”

Alcuni amici e amiche hanno visto morire i propri papà, le proprie mamme da lontano, senza potergli dire nemmeno un saluto. 

Straziate, devastate, impotenti di fronte ad una pandemia che ci ha lasciato senza difese.

Altre cose sono troppo personali da raccontare.

Abbiamo cantato dalle finestre con il cuore in gola, sperando che finisse presto ma dentro di noi lo sapevamo che non sarebbe stato così.

Abbiamo sentito ambulanze a tutte le ore, giorno e notte.

Era primavera ma non lo era.

Chiusi in una bolla, senza passato e senza futuro, temevano di venire spazzati via.

E ora siamo da capo.

Siamo da capo perché c’è chi continua a negare il covid, fa battute oscene, sostiene che si vogliono uccidere i nostri anziani per rubargli la pensione, sostiene che chi muore ha solo patologie pregresse.

Ecco su quest’ultima cosa, perdonatemi, mi sento colpita  come uno schiaffo.

Continuo a immaginare la scena di una mia possibile morte per covid (con la mia patologia autoimmune, se lo prendessi, avrei poche chance) e questa gentaglia che dice alla mia famiglia:

“Aveva una malattia preesistente. Sarebbe morta comunque!”

Certa gente non sa nemmeno di cosa parla.

Si sottovalutano le malattie rare, mi sono anche sentita dire che insomma non sono famose come il cancro e quindi è normale parlarne poco.

Mi sono anche sentita dire: “Cosa vuoi che sia una malattia autoimmune! Dai non puoi sentire  così tanto dolore…”

E poi gli stessi dicono che insomma sarei morta comunque.

La verità è che tutto questo è sfibrante per tutti.

Forse chi nega ha più paura degli altri e allora sarebbero solo da compatire ma ammetto che non ci riesco.

Ho visto troppa gente perbene in difficoltà con le loro piccole attività per colpa di persone così.

E’ di nuovo primavera ma di nuovo non lo è.

Tuttavia io ho fiducia.

Voglio credere che la parte migliore di noi prevarrà e sapremo trarne una qualche lezione.

Voglio credere che sapremo vedere la gravità di certi problemi, come i cambiamenti climatici, possono portare ad altre pandemie, non solo a questa.

Voglio credere che il vaccino sarà per più persone possibili e non solo per pochi privilegiati.

Healthcare cure concept with a hand in blue medical gloves holding Coronavirus, Covid 19 virus, vaccine vial

Voglio credere che finalmente capiremo la difficoltà del quotidiano e che la bellezza segreta del genere umano non è in una rivista patinata ma in chi combatte tutti i giorni contro le proprie paure.

Restiamo uniti, rispettando le regole e insieme ne usciremo.

 

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