Westworld – 3a stagione – Recensione

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Avvertenze: ci saranno pesanti SPOILER!! Non andate avanti se non avete visto la stagione.
Se avete letto alcune delle mie recensioni, già sapete che sono solita fare una premessa e anche qui non mi risparmierò. Onestamente parlando non ero poi così smaniosa di mettere le mie mani su questa stagione, per colpa di quella precedente. La seconda stagione di Westworld, a parte lo splendido arco di Maeve Millay – interpretato da una splendida Thandie Newton che ha vinto, con tutti i meriti del mondo, l’Emmy per il ruolo – e l’episodio sui nativi americani, si poteva definire con estrema sintesi: “Dolores ammazza tutti”. Per rispolverare la mitica Mondaini: che noia che barba, che barba che noia.
Quindi immagino che comprenderete perfettamente quanto non facessi i salti di gioia all’idea di una nuova stagione di quel tipo. Ho ripreso la serie unicamente per un motivo: sono grata a Nolan di aver creato Person of Interest ed essere riuscito – anche se con l’aiuto del buon JJ – a chiudere tutto più che dignitosamente. E la domanda che mi è sorta spontanea dopo aver visto la season premiere è: perché? Perché ci siamo dovuti sorbire ben 10 episodi o quasi in cui ci siamo annoiati a morte, dove non si è compreso nulla di cosa spingesse Dolores ad agire come agiva – e neanche il buon Hopkins, apparso per una manciata di episodi, è riuscito a farcelo intendere – quando il tutto poteva essere raccontato al massimo in un paio di episodi, forse tre, ed entrare a bomba nei temi della terza stagione?
Altra premessa, giuro che dopo questa entro nel vivo della recensione. Non voglio fare la sborona ma la mia socia Silvia e io, recensendo le scorse stagioni, avevamo previsto come potesse essere il mondo fuori Westworld ed avevamo paura che fosse in rovina.
Ci avevamo abbastanza preso. Gli elefanti sono estinti e non solo gli esseri umani non sono stati capaci di far fronte alla crisi climatica ma sono stati coinvolti in una guerra – la cosa viene vagamente accennata – in cui la povera Parigi ne ha fatto le spese, distrutta da un ordigno nucleare.
Finalmente ritroviamo un senso al tutto, ritroviamo la famosa domanda che tanto ci aveva affascinato ossia “Hai mai messo in dubbio la natura della tua realtà?” E’ uno dei temi portanti della 3a stagione, in mezzo ad altri topici per Nolan.
La serie si apre con Dolores che cerca di avvicinare il giovane Liam Dempsey Jr, interpretato da un un irriconoscibile John Gallagher Jr (esatto, il giornalista in The newsroom), a capo di un’azienda tecnologica chiamata Incite che si è imposta in tutto il mondo per un motivo: la creazione di una macchina capace di prevedere il futuro dell’umanità da parte dei fratelli Serac dopo aver assistito, ovviamente da lontano, alla distruzione di Parigi. Una macchina che ha passato diversi stadi prima di diventare perfetta e che ha avuto diversi nomi: Saul, David, Solomon e, alla fine Rehoboam.
E in questo torniamo dalle parti di Person of Interest. Perché l’operato di Serac, interpretato da Vincent Cassel, non può che farmi ricordare Greer e Samaritan. Entrambi si spingono davvero oltre per assicurare che l’umanità segua il cammino che li porterà a compiere ciò che Rehoboam ha previsto. Una delle domande che sorgono spontanee sono: e che si fa con le divergenze? Con le persone che non si adattano a quel profilo.
La risposta sta nel nuovo personaggio, Caleb Nichols, interpretato da Aaron Paul, l’attore di Breaking Bad che io ho sempre considerato nettamente migliore di Cranston e, in Westworld, ne abbiamo una prova lampante. Quando incontriamo per la prima volta questo personaggio lo seguiamo nella sua routine quotidiana. Sappiamo di lui che è un ex soldato che deve fare i conti con la PTSD (Sindrome da stress post trauma) e che si sta sottoponendo a una serie di terapie psicologiche per farvi i conti. La sua è una storia triste, di un uomo che non sarà mai altro che un semplice manovale e un piccolo criminale. La realtà però sta altrove.
Cosa succede alle persone che Rehoboam definisce “divergenze”? Semplice: vengono ricondizionati attraverso una terapia effettuata tramite realtà virtuale e una serie di psicofarmaci tecnologicamente avanzati ma non si ferma solo a questo, non ve lo dico per non rovinarvi la visione ma, ancora una volta, non ho potuto fare a meno di pensare a quello che si è visto in certi episodi di Person of Interest, a quello che fa Samaritan alle persone che lui reputa “bad code” per usare la definizione tanto cara a Root.

Persino la presenza del mitico Enrico Colantoni, nel ruolo del capo di una società farmaceutica mi fa pensare che, forse, nemmeno Nolan sia del tutto riuscito ad andare avanti e a dimenticare la sua precedente creatura.
So che ve lo state chiedendo, quindi non indugerò oltre: tutto ciò che temevo accadesse a Maeve alla fine della seconda stagione non si è verificato. Avrei odiato a morte gli autori sé avessero mandato in vacca l’unica cosa bella della seconda stagione. La prima volta che vediamo Maeve è in un mondo ambientato al tempo del nazismo, dove lei fa una dei partigiani. Inizialmente soffriamo perché temiamo che sia stata azzerata l’evoluzione che aveva fatto, compresa la capacità di comunicare con gli altri host via telepatica. In realtà ben presto si rende conto di essere in una simulazione – sei proprio fissato con questo eh? – e, da persona intelligente qual è, riesce anche a trovare un modo per sfuggirne.

Viene però manipolata da Serac che sfrutta la sua debolezza principale, ossia il legame con la figlia e la sua preoccupazione che stia bene, a suo vantaggio volgendola contro Dolores. A proposito di rapporti madre/figlio in questa stagione abbiamo forse la sorpresa più eclatante di tutte: Charlotte Hale è madre e ha un marito. Onestamente parlando la cosa mi ha un po’ spiazzato perché, per quel poco che si è visto del personaggio nella seconda stagione, non sembrava il tipo. Temo un po’ una mossa “inclusiva” politically correct per dimostrare che una donna non deve per forza scegliere tra carriera e famiglia ma che può benissimo gestire entrambe – questione che mi vede d’accordo, ovviamente -. Altra cosa che mi fa pensare allo stesso principio è il velato rapporto amoroso tra Charlotte e Dolores in cui però ravviso anche degli stereotipi abbastanza marcati. Ammetto però di aver goduto come un riccio quando lei ha ucciso il pedofilo che stava cercando di circuire il figlio.
E se non riusciremo mai a capire del tutto le ragioni di Dolores per le sue azioni, si può dire che abbiamo assistito a una sorta di chiusura del suo ciclo. All’inizio della serie la sua versione ancora non evoluta, che doveva fare il percorso per liberare la coscienza, aveva pronunciato queste parole: “Alcuni scelgono di vedere il lato negativo del mondo, io ho scelto di vedere la bellezza” ma non lo intendeva veramente, faceva solo parte della sua programmazione.
Ma, poco prima che la sua memoria venga cancellata da Rehoboam, lei pronuncia di nuovo e questa volta con intenzione, mostrando a Maeve un motivo serio per ribellarsi a Serac e, in definitiva, la ragione per cui lei hai scelto Caleb. Per quello che adesso si definirebbe “un casuale gesto di gentilezza”. Questo gesto per lei ha fatto la differenza e spera che lo farà anche nel tentativo di ricostruire il mondo, di vedere finalmente l’uomo in una versione migliore di sé stessa.
Tirando le somme di questa stagione:
sono arrabbiata a morte per averci fatto perdere tempo con una seconda stagione pressoché inutile, che poteva essere descritta in una manciata di episodi ma questa stagione mi ha un po’ ricordato il motivo per cui avevo iniziato a vedere la serie.
Ci sono temi importanti in ballo e cose che mi sono suonate piacevolmente familiari all’interno del mondo di Nolan in genere, non solo in Westworld.

Non è un capolavoro, è una parola che spendo con molta parsimonia, ma mi sembra una buona correzione di rotta. Ci sono alcune cose che mi hanno fatto storcere il naso ma sono minime rispetto alla bellezza di certe scene. Ho sentito la mancanza di una sorta di moment relief – c’è solo un momento in cui ho riso come una scema al monitor –  e alcune cose, secondo me, potevano essere evitate. Il famoso colpo di scena era telefonato e forse non è stato scritto bene.
Quello che mi preoccupa è chiedermi se e quando vedremo la quarta stagione, considerato che tutti hanno subito uno stop a causa del Covid-19. Westworld non è di certo una serie facile da girare, dopotutto, e non solo per gli effetti speciali in ballo.
Non mi sento né di promuoverla del tutto ma neanche di bocciarla.

Menzione speciale: tutto l’episodio Genre. Non siamo sui livelli psichedelici di “If-Then-Else” di Person of Interest, ma poco ci manca. Qui Aaron Paul recita veramente da dio. Non vi dico altro, se l’avete visto sapete il perché di questa menzione.

Articolo redatto da Simona Ingrassia.

 

Westworld sito ufficiale

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