#porteouverte – Il sentiero della speranza

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Sono solo parole e non ho il dubbio che saranno solo una minuscola goccia nel vasto oceano di quelle già dette da ieri sera a questa parte.
In queste ore ho letto di tutto sui social network, ho sentito di tutto alla televisione. Dai sinceri messaggi di cordoglio, ai proclami di vendetta e “tutti a casa loro” urlati senza nemmeno degnarsi di spendere un nanosecondo per coloro che hanno perso la vita.
Le vittime di Parigi erano persone che ieri sera, come molti di noi, il venerdì si concedono una passeggiata, un’uscita con amici a teatro, una partita di calcio.
Stamane mi sono guardata intorno, ho osservato le piccole quattro mura che racchiudono la mia vita e mi sono sentita ancora più minuscola. Le esistenze di sette miliardi di persone sono tra le mani di una manciata di potenti. Non si tratta solo di premere materialmente dei bottoni che potrebbero spazzare via intere popolazioni, ma anche e soprattutto di decisioni da prendere: si tratta di scegliere in che modo guidare il corso della storia, in quale direzione orientarlo. Si può svoltare in modo decisivo, oppure imboccare una strada destinata solo ad accartocciarsi su se stessa.

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Nel frattempo che loro scelgono – o hanno già scelto – intanto io penso al mio, di percorso da intraprendere.
C’è il sentiero battuto della diffidenza: è una strada facile, in discesa e senza ostacoli.
C’è la via dell’odio, larga, larghissima, ha un sacco di corsie preferenziali.
C’è la strada del buonismo a tutti i costi, lastricata da bei paroloni, invasa da tanto fumo ma senza arrosto.
Ed infine c’è un sentiero appena accennato, quello della speranza. La sua realizzazione spetta ad ogni persona che decide di percorrerlo, cosicché chi viene dopo si trova i segni del passaggio dei suoi predecessori. So per certo che alcuni l’hanno imboccato e poi, per la fatica di costruirlo pezzettino dopo pezzettino, se ne sono pentiti ed hanno scelto altre vie più comode.
Il sentiero della speranza è come una enorme, colossale, scatola di mattoncini colorati, un po’ come i famosissimi Lego. Non c’è nessuno che non sia adatto a mettervi mano, fosse anche solo con un minuscolo mattoncino che all’apparenza può insignificante.

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Ecco, questo è il sentiero che desidero scegliere, giorno dopo giorno. Dopo Madrid, dopo Londra, dopo Parigi, dopo…?
Non rinuncerò ad uscire di casa per farmi una passeggiata in centro, non farò a meno di prendere i mezzi pubblici nelle ore di punta. Non smetterò di sorridere a quel simpatico immigrato che ogni settimana cerca di vendermi, cantando, i suoi fazzoletti di carta fuori dal supermercato ed a cui posso regalare, d’in tanto in tanto, solo un caffelatte al bar.
Non smetterò d’intervenire quando i miei alunni litigheranno tra di loro, offendendosi a vicenda; continuerò a stringermeli sul cuore, spiegando ad essi che “la violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci”. Continuerò a spiegare loro che la diversità tra popoli e religioni è come una fantastica melodia composta da un’orchestra universale, ma che sta a noi non rovinarla con le note stonate dell’odio e della prevaricazione. Non smetterò di affermare che questi attentati di religioso non hanno nulla, se non il vile pretesto, la maschera di facciata, che copre le sembianze orribili della ricerca del potere disposto a sacrificare tutto e tutti.

Chiara Liberti

Leggendo le parole della mia cara amica Chiara ho avuto l’impulso di dire anche io qualcosa. Non sarà molto coerente, temo.

Ho avuto paura stanotte, non ho quasi dormito.

Mi sembrava tutto surreale. Mi sembrava che non potesse essere vero all’inizio. Poi è diventato tutto reale. Tutto drammaticamente vero.

L’ho sentita anche io l’angoscia, la paura di non potersi fidare più di nessuno, perché anche il tuo vicino di casa potrebbe diventare come uno di loro.

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Tuttavia come dice Chiara questa è la strada facile, una delle strade facili. Quell’odio e del buonismo a tutti i costi.

La prima che ci fa considerare gli islamici come dei nemici.

La seconda che ci fa pensare che siamo solo noi i cattivi e gli stranieri tutti buoni.

Non si può e non si deve dividere il mondo in buoni e cattivi.

Ho pensato ad una persona, ad una cara persona, a Miryam, un’amica di mia zia.

Compiamo gli anni insieme sapete? Ma lei è più giovane di me.

E’ una bellissima ragazza marocchina e ci siamo conosciute perché è appunto amica di mia zia, ha sposato un italiano che porta il cognome di mia madre, Ricciardi e ovviamente mia zia, sorella di mio padre, ha voluto farceli conoscere.

Non potrò mai dimenticare il mio compleanno dell’anno scorso.

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Le avevamo portato parte della mia torta di compleanno e lei, imbarazzata e commossa, mi ha regalato una scatola di tè cinese, che è divino ve lo assicuro.

Ci siamo messe a parlare e e Miryam, quando ha saputo che ho studiato teologia, mi ha chiesto quasi in lacrime: “Tu che lo sai può dirlo vero che non ci sono quelle cose nel Corano?” e io confermai.

Mi veniva voglia di abbracciarla.

Mi spiegate perché dovrei odiare Miryam? Perché io non lo so e a dire il vero non sono neanche interessata a saperlo.

Non è chiudendo le porte in faccia alle persone come lei che vinceremo la paura e il terrorismo.

Né facendo finta che i problemi delle periferie dei nostri paesi non esistono.

Anche a mio nipote, il mio adorabile Jacopo, è capitato di essere avvicinato a alcune persone poco raccomandabili in quel di Romano di Lombardia ed erano stranieri sì. La giunta comunale fa finta di niente.

Si sa, i reati nel nostro paese sembrano non dover essere perseguiti.

I buonisti a tutti costi credono di fare un favore a Miryam ad accettare questi delinquenti? Oppure credono di fare un favore al capocantiere romeno, una persona d’oro, che ha ristrutturato casa a mio zio materno? Oppure all’amico algerino di mio padre, che lavora per quattro per mantenere la sua famiglia? Non fate nessun favore alle persone oneste a difendere i criminali.

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Sono a favore del dialogo e della redenzione, ma per entrambe le cose servono fatica, tanta fatica.

Per dialogare bisogna fare un passo in avanti tutti e due.

E per far sì che una persona si redima deve prima ammettere le proprie colpe, senza trovare giustificazioni assurde e poi avere voglia di cambiare.

Questo è il vero cammino del dialogo e della redenzione.

Della speranza.

Silvia Azzaroli

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Quando ho sentito che era stato attaccato il Bataclan, il mio cuore di appassionata di musica ha cominciato a sanguinare. C’è una cosa che non si capisce dei concerti, se uno non si è mai vissuto un evento del genere: che sono delle occasioni di reale aggregazione. La musica è una delle poche arti al mondo che ha il potere di riunire e mettere in comunicazione gente, che fino al giorno prima erano perfetti estranei, solo alla base di una passione comune.

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Mi inorridisce l’idea che ci sono ragazzi che sono andati a vedere il proprio artista preferito, magari anche battagliando con i propri genitori per avere il permesso, e non sono più tornati a casa. Poteva capitare a me. Poteva capitare a qualunque appassionato di musica.  Fa male.
Quello che hanno fatto è mostruoso: invece di imparare dalla musica, dalla sua capacità di creare un linguaggio comune tra persone con storie diverse, lo si è usato come occasione per derubare della vita alcuni dei presenti a quel concerto.
Sono scossa, esattamente come le mie colleghe. Ripenso ancora alle parole che ho sentito nell’ultimo episodio di Doctor Who.

Quando? Quando lo faranno davvero? Quando finalmente si siederanno e cominceranno a parlare? Spero presto. Spero. E’ tutto quello che rimane dopo quello che è successo.

P.S. Il mondo della musica ha risposto. Gli U2 sono andati a posare dei fiori al Bataclan. I Duran Duran hanno chiamato gli  Eagles of Death Metal, la band che stava suonando in quella maledetta sera dell’attentato, per suonare insieme una versione di Save a Prayer, ora quanto mai significativa di questi tempi. E Madonna ha aperto uno dei suoi brani dicendo: “Sono stata indecisa se cancellare il tour oppure continuare. Per me è difficile ballare e cantare, soprattutto dopo quello che è successo a Parigi. Ma ho capito che non possono, non devono averla vinta. ”

Simona Ingrassia.

Per me il 13 Novembre 2015 è stato il giorno della presa di coscienza collettiva;  quella che all’improvviso  mette la gente davanti a cose più grandi  di quanto creda e grida in faccia al mondo che l’Oscurità ESISTE, e non è solo una questione di corruzione dell’anima.  Non eravamo stati preparati a confrontarci con l’Oscurità; la credevamo  emarginata in luoghi remoti dove la civiltà è  un’utopia e la disperazione è la regola.  Abbiamo creduto di essere al sicuro…  Ci siamo invece scoperti violati e vulnerabili.  Oggi più che mai la ragione e l’odio possono realmente determinare il destino che ci attende: progresso civile o deriva…  È tempo di crescere ed imparare ad informarsi, capire, condividere. Umilmente. Accusare non serve.

“Questa guerra è un fallimento a cui dobbiamo dare ascolto.” ( Padmè Amidala, Star Wars – Episode III )

Maria Pia Leone

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